[Pillole di Civiltà]-Noi, gli esposti!

di Alessandro Bosi

OLTRE I PROPRI CONFINI

È nota la scena del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick nella quale due fazioni di Ominidi contendono lo spazio di un laghetto. La disputa si risolve quando uno di loro brandisce un osso e lo usa come una clava per mandare in frantumi uno scheletro abbandonato in prossimità dell’acqua provocando il terrore negli avversari che battono in ritirata.

L’osso allude, con ogni evidenza, al ruolo che gli strumenti e la tecnica avrebbero avuto nella successiva storia dell’umanità e dei suoi interni conflitti.

Immaginiamo ora un antefatto che avrebbe messo quel nostro antico progenitore nelle condizioni di impugnare e usare l’osso reperito nei dintorni.

Anch’egli, come la maggior parte degli animali, aveva sempre portato la bocca al cibo per sfamarsi. Ma un giorno, forse influenzato dalle scimmie, più probabilmente per un movimento che noi diremmo ‘riflesso’, afferrò il cibo con una mano e lo portò alla bocca. Da allora, mentre le scimmie non hanno avuto alcuna significativa evoluzione nel rapporto col cibo, per noi le cose sono andate diversamente.

Non staremo a dire della nota linea evolutiva attraverso la quale, avendo guadagnato la stazione eretta, da quadrupedi siamo diventati bipedi, da raccoglitori di cibo, predatori, da vegetariani, onnivori nel mentre abbiamo imparato a cuocere il cibo.

Questo insieme di cambiamenti non è certo ascrivibile al gesto di portare il cibo alla bocca. Ma una gestualità di questo tipo, realizzata senza ricorrere ad alcuno strumento, potrebbe aver inaugurato nell’individuo e nella cerchia dei familiari la consuetudine di procedere oltre i loro confini fino all’esito di sapersi provvedere del necessario per difendersi. Per certo, comunque fosse accaduto, il gesto di protendersi verso il cibo, afferrarlo con una mano dotata del pollice opponibile alle altre dita e portarlo alla bocca, introduceva importanti cambiamenti nel rapporto di prossimità e distanza dell’individuo dal cibo. Una mano, guidata da un arto che era sempre stato usato per muoversi, poteva annullare la distanza che lo aveva sempre diviso dal cibo, fino a quando la bocca lo addentava. L’atto di afferrare il cibo richiedeva che un arto potesse svolgere una funzione diversa da quella sempre esercitata. Fu così che l’individuo si abituò a muoversi anche su due arti. In questi casi, le mani avevano nuovi compiti: a esempio, portavano il cibo ai piccoli o lo accumulavano in un posto sicuro. Non era più necessario tenerlo tra i denti e poteva così trasportarne grandi quantitativi risparmiandosi un prolungato andirivieni dal posto del cibo al suo rifugio.

Ma un fatto più gravido di conseguenze accadde quando, anziché portare il cibo alla bocca, un piccolo lo lanciò lontano.

In un primo momento, il premuroso genitore si preoccupò di recuperare il cibo e ammonire il piccolo a non ripetere quel gesto, ma in seguito, avendone intuite alcune potenzialità, lo adottò per scagliare pietre contro i predatori che lo aggredivano. Por mano a un osso e usarlo come un’arma contro una banda nemica, fu l’ultimo passaggio nel definire i confini del proprio territorio.

La conseguenza fu che, essendo sempre stato un raccoglitore di cibo, ora si scopriva anche cacciatore e pescatore. Cambiò dunque la sua alimentazione e il suo modo di muoversi. Potendo reperire una maggiore varietà e quantità di cibo in uno stesso territorio, venne meno il bisogno di migrare in continuazione da un posto all’altro.

Il tempo, il luogo e il movimento, fissati secondo modalità invariabili nella relazione con gli altri viventi, sono ora messi a soqquadro dal nudo gesto di un individuo che può presentarsi come il loro regolatore. Egli è il solo in grado di proiettarsi oltre le colonne d’Ercole del proprio corpo e, nel condizionare gli altri viventi da una distanza, rivela la sua esclusiva natura ubiqua.

LO STRUMENTO, L’UTENSILE, IL MANUFATTO

Ancor prima che l’osso di Kubrick aumenti la presa degli umani sulla natura, come ci abitueremo a dire in seguito, il nudo gesto di portare il cibo alla bocca ha indicato una sequenza di atti che hanno segnato un percorso. La percezione della propria distanza dalla natura e la possibilità di esercitare un controllo su di essa sono di là da venire. Ma l’osso impugnato istintivamente, il sasso scagliato, saranno lavorati e inclusi in sistemi che ne aumenteranno la precisione e l’efficacia rispetto alle potenzialità del braccio e della mano.

Gli umani sapranno presidiare e difendere i loro limiti fisici eludendoli.

Raramente sarebbero usciti vincitori in un corpo a corpo con altri animali, ma al di fuori dei loro confini fisici esercitavano una destrezza che non ammetteva confronti. In ogni dove, avrebbero disertato il campo di Marte nel confronto con gli altri viventi.

L’abilità nel trasformare in utensili gli strumenti disponibili in natura va di pari passo con la nascita dei manufatti che, a seconda della loro funzione, richiedono utensili particolari. Alla sua nascita, ogni manufatto è destinato all’obsolescenza per l’affermarsi di nuovi manufatti che offrono una suggestiva chiave di lettura dei rapporti di persistenza e cambiamento nelle relazioni umane.

Il motore di questo incessante mutamento può essere attribuito alle ragioni più diverse come del resto la sua direzione o l’assenza di una qualsiasi direzione. In ogni caso, i manufatti nascono per tramontare legandosi alle caratteristiche di un tempo e un luogo.

Anche altri viventi sono da sempre in grado di costruirsi il proprio ambiente. Nel realizzare nidi, ponti, alveari, ragnatele, tane, usano sostanze emesse dal proprio corpo o strumenti offerti dall’ambiente che modellano nelle dimensioni per meglio trasportarli e adattarli alle loro costruzioni, opere senza tempo né luogo, limitate a una medesima forma e agli ineludibili confini nei quali sono compresi. Per questo, le loro mirabili costruzioni non possono essere considerate manufatti, né sono utensili gli strumenti che usano. Frutto di atti meccanici, come il respiro e il movimento, gli altri viventi incontrano il mutamento nei tempi della loro evoluzione biologica. Negli umani, utensili e manufatti, insieme al linguaggio, frutto di una particolare evoluzione degli organi fonatori e del cranio, col quale sono da sempre posti in relazione da studi e ricerche in diverse discipline, definiscono i modi della relazione di persistenza e mutamento nell’ordine e nel tempo dell’umana vicenda.

IDENTIFICAZIONE E INDIVIDUALIZZAZIONE

Non entreremo nel merito della questione se l’evoluzione del linguaggio abbia comportato quella degli utensili o se sia stato un osso, impugnato in una circostanza particolare, a sollecitare nel nostro codice genetico un percorso evolutivo che, per parte nostra, non sapremmo dire se possa essere indirizzato in un modo o in un altro da una pratica acquisita casualmente.

Ci preme invece sostenere come l’abilità esclusiva nel realizzare manufatti con i quali procedere oltre i nostri confini si viene configurando come il processo di differenziazione dagli altri viventi che abitualmente chiamiamo civiltà.

Il connubio tra manufatti e linguaggio, col quale noi stiamo nella vita esponendoci oltre i nostri limiti, come gli irriducibili ai confini, materiali e immateriali, comunque e da chiunque imposti, è il segno della nostra distinzione tra i viventi.

In uno schema consolidato, ogni processo di differenziazione sembra presupporne uno di identificazione. Sono propenso a credere che, nella sua tendenza alla generalizzazione, questo schema abbia un sapore scolastico e vada utilizzato con prudenza. Nondimeno, credo che in questo caso consenta di affermare che, se ci differenziamo per la civiltà dagli altri viventi, con essi ci identifichiamo attraverso la cultura.

È vero che, mentre ci consideriamo animali con riferimento alla biologia, affermiamo con sussiego di distinguercene per la nostra cultura. Con questo si direbbe che la cultura non sia intesa come un tratto identificativo, bensì distintivo. Ma dovremo concedere che abbiamo esteso a tale punto il concetto di cultura da comprendere sia le più ardite imprese intellettuali, scientifiche e artistiche, sia i comportamenti quotidiani e le azioni collettive più disparate. C’è da chiedersi quale sia l’utilità di un termine che si adatta a usi così disparati e che sembra possa essere invocato per coprire ogni inopinato vuoto di pensiero.

Non bastasse, avendo legato la cultura alla stagione dei diritti, che dalla modernità si affaccia sul contemporaneo, ci siamo abituati a introdurne l’uso al plurale per riconoscere pari dignità a diverse popolazioni.

Questo lavoro encomiabile ha consentito di superare antichi pregiudizi sulle diversità culturali che tuttavia non faremo dipendere dall’espediente di convertire al plurale un singolare.

In ogni ambito, gli studi sulla cultura degli umani rintraccia comuni tratti originari perlopiù dissimulati da applicazioni diversificate. Così come è stata autorevolmente riconosciuta la nostra comune appartenenza alla razza umana, prestando attenzione agli elementi originari, senza indulgere su quelli originali, dovremmo riconoscere che la cultura dei viventi si sostanzia in tre lineamenti: l’attitudine a provvedere alla sussistenza, a riprodursi, a crescere i piccoli.

Senza poter escludere l’esistenza di eventi vitali che fioriscano e scompaiano senza costituirsi in specie alcuna, lasciando che altri dicano a questo riguardo, constato che le diversità culturali, in ogni aspetto e a ogni latitudine, rivelano a una più approfondita analisi tratti comuni, una sorta di persistenza di cui l’umano, esclusivamente umano processo di civilizzazione, costituisce il mutamento.

Siamo accaduti nel mondo condividendo la cultura dei viventi e ce ne siamo distinti con la civiltà.

Che l’umana civiltà fosse scritta in un codice genetico e sia fiorita in modo evolutivo, che sia esplosa per un irripetibile slancio vitale o corrisponda a un disegno precostituito, è materia che esula dai limiti di questa nota nella quale, al duale schema ottocentesco Cultura – Civilizzazione preferiamo l’idea che, sortite da un comune elemento vitale, esse procedano divaricandosi. L’osservazione e il controllo della loro mutevole relazione di prossimità e distanza, dovrebbe rientrare tra i nostri compiti.

Con l’articolo Noi, gli esposti! di Alessandro Bosi si conclude la raccolta dei materiali prodotti dal gruppo Civiltà che, insieme a Clima e Salute fa parte del progetto Angelus Novus 2020.
Nei mesi di giugno, luglio e  agosto, Prospettiva ha pubblicato, col titolo Pillole di civiltà, gli articoli ‘Premessa al gruppo di Civiltà’ ; ‘Dialogo e interazione. Dal passato al presente  di F. Ferrari e F.Gianola Bazzini; ‘Barbara’  di Sonia MasiniLitania per l’angelo in fugadi G.Turchi; Rieducazione popolare’ di F. Andolfi; ‘Movimento di Azione Popolare Neorevisionista Antinegazionista a Mano Disarmata‘  di P. Gallicani; Abitare la città‘  di R. S. Tanzi; ‘Le scuole comunale di Parma’ di R. Poi

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