[Pillole di Civiltà] – Rieducazione popolare

 

di Ferruccio Andolfi

Che cosa possono cercare nella città intellettuali della parola o della scrittura come quelli che si sono raccolti nel nostro gruppo? Forse proprio un completamento della loro formazione nel senso di attività creative e ludiche. Il fatto stesso che nel gruppo ci siano specialità diverse ed anche artisti e gente di spettacolo rappresenta già una prima soddisfazione di questa esigenza.

Ma il problema è ovviamente più largo e non riguarda principalmente le risorse interne al gruppo. Partirei da una considerazione d’insieme su come le chance culturali sono distribuite nella città: tra gli operatori professionali della cultura, ricercatori, insegnanti, artisti da un lato e dall’altro quanti fruiscono più passivamente di occasioni culturali, o magari hanno un atteggiamento difensivo rispetto alle élite culturali e si stringono intorno a manifestazioni non particolarmente elevate della cultura. Sappiamo come l’opposizione alla cultura formale e alle stesse istituzioni educative sia ormai il contrassegno anche di scelte politiche arretrate. Qui si impone una riflessione che da un lato porti a una ridiscussione autocritica del canone della cultura tradizionale o a un suo allargamento, ma d’altro lato a riconoscersi esponenti responsabili di chi ha più di altri in mano strumenti culturali da diffondere e condividere. E’ facile per questa via cadere in qualche forma di paternalismo, da cui non credo di essere immune, ma in complesso non credo sia azzardato parlare di un processo di decadimento culturale da contrastare. Forse Parma non è una città in cui queste carenze sono maggiormente evidenti ma credo valga la pena di tentare anche qui strade di acculturazione popolare. E’ quello che molti di noi già fanno da anni con attività pubbliche di formazione ma che possiamo provare a ripensare nei loro contenuti e soprattutto nei luoghi in cui collocarle. I contenuti dovrebbero essere determinati in rapporto ai generi di formazione più essenziali, e nello stesso tempo più carenti, per una vita buona e socialmente consapevole. Con una certa semplificazione direi che ciò che fa largamente difetto è una formazione adeguata rispetto alla storia (e a certi momenti salienti della medesima che influenzano il presente), alla ricognizione degli elementi costitutivi dell’umanità nel suo rapporto con l’ambiente (antropologia, ecologia), ai diritti, al ruolo dei valori etici e religiosi in un mondo che sembra averli oltrepassati senza lasciarne traccia.  Si può supporre che esista anche un bisogno di orientarsi rispetto a questi temi? Non ne sono sicuro, ma se così fosse si potrebbe pensare di costruire itinerari formativi o rieducativi in cui questi vuoti siano colmati da discorsi più complessi e proposte meno semplificate. Non dovrebbe essere difficile reclutare intellettuali e insegnanti, in servizio o in pensione, che elaborino e attuino gratuitamente piccoli piani rieducativi che abbiano al centro elementi di storia etica diritto scienze religiose ambientalismo. I destinatari dovrebbero esser costituiti da un pubblico di livello culturale medio basso e di provenienza ideologica diversa. Se gli utenti dovessero essere, come sempre, solo “quelli che la pensano come noi”, leggono La Repubblica e vedono La7 lo scopo sarebbe parzialmente fallito. I luoghi di reclutamento dovrebbero essere i quartieri, i luoghi in cui ospitare le lezioni le scuole o comunque circoli che possano essere percepiti non politicamente di parte.

Postscriptum. Aggiungo ora, a distanza di qualche mese che questi progetti saranno forzatamente congelati per qualche tempo. Ma può valere la pena in questi mesi in cui di tempo ne abbiamo a iosa, metterli a fuoco, con tutti gli arricchimenti che possono derivare dalla riflessione

su ciò che sta succedendo. Forse saremo costretti a spostare il baricentro della cultura su problemi esistenziali a cui avevamo smesso di dare importanza nella nostra proposopea di intellettuali: come la vulnerabilità a cui siamo esposti malgrado ogni progresso raggiunto e persino l’imprevedibile vicinanza della morte che così facilmente rimuoviamo. Se la coscienza del cambiamento climatico ci ha assuefatti a sentire prossima una minaccia di decadimento del pianeta che comunque proittiamo a una certa distanza di sicurezza, l’esperienza della pandemia ha reso inquietante la prossimità di una nostra possibile fine personale.

E’ impressionante come i commenti sul dilagare del virus degli uomini di cultura che ogni giorno, sollecitati o meno,  moltiplicano sui social i loro insegnamenti siano in definitiva meno sinceri di quelli della gente “qualsiasi” proprio perché eludono, o trascendono troppo presto, quei problemi elementari. Per non farsi risucchiare dall’ansia e dalla paura si tende così a passare alla morale della favola (che cosa possiamo apprendere dall’emergenza, che cosa dovremo fare quando sarà passata, la società “dopo” sarà più liberale o più socialista ecc.) senza attraversarle davvero. Come se tutti potessero esserne toccati e fosse disonorevole ammetterlo per i commentatori colti.

 

 

Ordine e pulizia. In uno dei primi incontri del nostro gruppo, in novembre, mi sembra si sia delineata una corrente consistente che lega l’incivilimento all’ordine contro il caos, o addirittura contro il nulla, e a tutti i valori dello stesso segno, la pulizia, il rispetto delle norme ecc. Solo qualche voce si è levata a difendere il valore dell’anarchia. Ora è probabile che l’incivilimento prenda avvio in generale proprio da creazione e rispetto di norme, legalità, pulizia e ordine. Ma non si regge su questi valori, contrari all’espansione vitale. Ha cominciato a dirlo Freud e io mi limito a ripeterlo. Anche per effetto della convivenza con una persona che ha un senso sviluppato dell’ordine e della pulizia e mi giudica di continuo per la mia supposta mancanza dell’uno e dell’altra. Come incivile dunque. Ricordo di essere stato ospite molti anni fa di un collega delle Canarie, A.M.: entrando nella sua casa restai stupefatto per la quantità di piatti sporchi accumulati nel suo lavello, e mi venne fatto di pensare qualcosa che in seguito mi sono dovuto trattenere dal dire: un vero uomo è capace di sopportare un simile disordine, eccessivo a dire il vero anche per me.  Uno dei miei autori preferiti, Feuerbach, solleva, nei suoi ultimi scritti di etica (anni 60 dell’Ottocento) la questione se si possa parlare di valori naturali che contraddistinguono l’uomo civile, ed è incline a pensare di sì, che la pulizia e l’ordine dell’uomo moderno sia un valore pressoché assoluto, così come il vino è meglio della birra. Per quest’aspetto poco relativistico mi sento lontano dal mio autore, anche se in linea di fatto preferisco il vino alla birra e tutto sommato anche l’ordine a un disordine eccessivo. Ma su questi valori non imposterei una campagna ideologica. So ad esempio che la bontà del pane in un paese è in genere inversamente propozionale al grado di pulizia raggiunto.

 

[4 mesi dopo] Ora l’epidemia ci ha indotto ad adottare abitudini di pulizia che in tempi normali consideriamo esagerate se non patologiche. Tutto ciò che ho scritto scanzonatamente pochi mesi fa

rischia di non avere più senso, forse potrebbe persino essere censurato. E io sono ligio come tutti, vado ad elemosinare in farmacia guanti e mascherine, cammino a debita distanza dagli altri, mi guardo dal toccarli, e via dicendo. I miei rituali sono ossessivi come quelli che fino a poc’anzi compativo. Tuttavia nessuno si sogna di considerare questi comportamenti un passo in avanti nell’incivilimento. Tutti vorremmo abbandonarli al più presto come ogni altra coazione a cui dobbiamo sottoporci in questo periodo. Forse dovremo fare, quando sarà tempo, alcune riflessioni

sul rapporto che l’espansione del virus ha avuto con la concentrazione della produzione e magari anche con l’etica del lavoro e (ciò non è sicuro) con l’inquinamento ambientale. Ma la creatività di cui avremo bisogno per la ripresa avrà poco a che vedere con l’osservanza di regole, l’ordine e la ripetizione compulsiva di gesti di purificazione.


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