“31 anni e una pandemia”. Capitolo 25: Sfumare

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte III
“Perseverare”

25. Sfumare

Sono le 22:30. Esco a buttare via il sacco della plastica. Ne uso uno grosso per ridurre i viaggi, ma temo di avere esagerato: questo è per bidoni da 120 litri e il trasporto non è dei più comodi.

La via è deserta. Con il calo delle temperature non si vedono più i gruppi di ragazzini che erano soliti riunirsi nei pressi della stazione. L’odore di umido fa pendant con il cielo terso della notte. È un odore familiare che mi suscita nostalgia. A quale evento l’ho associato? A qualcosa dell’infanzia? O a un fatto di più recente? Il mio inconscio è inaccessibile. Forse mi vuole proteggere da vecchie felicità.

Schiaccio il pedale del cassonetto e getto il sacco con goffaggine. Riesco a stare in equilibrio sulla gamba sinistra solo per qualche secondo, dopodiché mi serve un appoggio. Niente di nuovo. Finito con la spazzatura, faccio per riavviarmi verso casa quando un nuovo odore s’intrufola nelle mie narici. È odore di legna bruciata. Anche questo mi è familiare. Perché?

«Sono l’odore della vecchia termocucina di tua nonna, quando ancora abitavi a Barino.»

È vero! Era quella su cui mi divertivo a gettare dei fiammiferi per vederli prendere fuoco. Io e le mie cugine ne abbiamo consumati pacchetti interi. La nonna ci cuoceva la torta di patate e la pizza. Ora quella stufa è ferma da tempo.

«Perché quel sorriso amaro in faccia?»

Nulla. M’è venuto in mente uno stupido gioco di parole. Tu sei Fumo, e i progressi compiuti durante l’estate stanno… andando in fumo.

«Soprassederò sulla battuta. Piuttosto spiegami che succede.»

La curva dei contagi ha ricominciato a crescere e segue uno schema esponenziale. Le terapie intensive si stanno riempiendo, tanto che alcune regioni hanno imposto il coprifuoco. Adesso i locali devono abbassare le serrande alle 24:00. Ma non è che l’inizio. Il Governo sta vagliando un nuovo DPCM ad appena sette giorni dal primo. S’ipotizza una chiusura anticipata alle 18:00 di bar e ristoranti e non si potranno ospitare amici a casa fino al 24 novembre. Non so ancora se sia un divieto o una raccomandazione. La sera diventerà il teatro della solitudine.

«Come l’hai presa? So che la prima volta non hai avuto grandi problemi.»

Mi dispiace soprattutto per il divieto di ospitare gli amici. Io non ho bisogno della movida, anzi, la schivo, ma non poter organizzare cene con pochi intimi mi disturba. Per fortuna ho tanti progetti da portare avanti. Almeno non morirò di noia.

«E come la stanno prendendo gli altri, invece?»

I ristoratori sono in rivolta. Il precedente DPCM non specificava gli orari di riapertura dopo le 24, così un commerciante ha chiuso a mezzanotte e riaperto un quarto d’ora dopo. Questo ci dice molto: da un lato regole imprecise, dall’altro gente che vive di espedienti. L’altro ieri a Napoli è scattata la guerriglia. La colpa non è stata certo degli imprenditori onesti ma di ultras, mafiosi ed esponenti di estrema destra. D’altronde, se chiudi tutto poi è difficile spacciare o chiedere il pizzo. Che nervi.

Quelli che urlano “libertà” dovrebbero sempre specificare che intendono libertà per sé stessi. I veri tiranni sono loro. Sono quelli che pensano che le sfortune capitino solo agli altri. Quelli che non immaginano cosa significhi essere intubati, fare i propri bisogni in una padella di fronte ad altre persone, puzzare di malato, avere le braccia forate come puntaspilli. Io lo so. Forse è per questo che sono così rigido? Sono anch’io condizionato dalla mia esperienza personale?

Dicono che siamo in dittatura, ma il solo fatto che possano dirlo li sconfessa. Dio quanto vorrei rifondare la scuola, giusto perché i loro figli possano imparare le regole minimali della logica!

«Parlami della scuola. Lì come va?»

Ho avuto un momento di sconforto. Mi sono sentito inutile e, soprattutto, incapace di domare gli alunni di 1°. Mi succede sempre così: l’impatto iniziale è deprimente e mi spaventa anche un po’. Poi, però, le cose migliorano.

Ho deciso di usare la psicologia e quindi ho inventato un sistema molto semplice. Quando un alunno fa baccano, io lo segno sulla mia agendina come fa il personaggio di Geller in Camera Café. Alla terza volta, metto la nota sul registro. In questo modo ogni ragazzo sa bene in che posizione si trova e cosa rischia. Ma il deterrente non basta. Bisogna premiare anche la buona condotta, così ho posto una seconda regola: se l’alunno si comporta bene nell’arco della giornata, io tolgo il suo nome una volta.

«Credi che funzionerà?»

Per ora sembra che la mossa stia dando i suoi frutti. Alcuni dei più scalmanati si sono quietati – benché troppo spesso si isolino giocando col cellulare – permettendo al docente in cattedra di fare lezione. Non m’interessa se questo mi costerà una cattiva fama. L’aula scolastica deve essere un luogo di civiltà e parlare gli uni sugli altri, gridare, interrompere, non è civiltà.

«Allora hai davvero imparato la lezione. Non corri più il rischio di diventare un amico o un fratello.»

Ve l’avevo detto! Questo però non significa che io sia diventato un dittatore. Spesso giro tra i banchi per scrutare nei loro quaderni. Quando qualcuno fa qualcosa di buono, che sia risolvere un esercizio o prendere appunti in bella grafia, io lo gratifico. Anche gli ultimi, quelli che di primo acchito inquadri malissimo, possono nascondere talenti. Magari vengono continuamente vessati dai giudizi altrui e un incoraggiamento può lenire un po’ del loro disagio. Stamattina siamo persino riusciti a tenere una discussione sulla recente apertura del Papa agli omosessuali, cosa che non avrei mai pensato possibile.

«Credo che non saresti male come prof. Hai ancora la curiosità del novellino e ti poni come una vera guida. Sento che vuoi crescere persone, non semplici studenti.»

Sì, sono un idealista, ma non so se riuscirò mai a entrare di ruolo…

«Ancora paure? Il Cielo me le ha raccontate. Falle sfumare con me.»

Non riesco più a studiare in modo scolastico, Fumo. Non riesco ad accumulare nozioni, e il programma di Storia è fatto solo di nozioni. Questo mio difetto rischia di costarmi caro.

«Posso chiederti una cosa?»

Certo.

«È l’ansia da prestazione a farti studiare con fatica, o la sensazione che la tua strada sia un’altra?»

L’altra strada è un sogno che non mi permette di mangiare. Sono io che, in qualche modo, ho interiorizzato il mito dell’influencer.

«Del divulgatore. Usa le parole giuste.»

Oggi non c’è più differenza.

«E invece c’è eccome: la missione.»

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