“31 anni e una pandemia”. Capitolo 14: Non mi avranno

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte II
“Liberato”

14. Non mi avranno

Tramonto, sei capace di incantare anche le pianure della Bassa. Hai dipinto l’orizzonte con mille sfumature che dall’azzurro virano all’arancio e tinto d’oro le sterminate piantagioni di mais e girasoli. Da che vado a Cremona le ho sempre incontrate lungo il percorso.

Sono le nove e in strada non c’è nessuno. Ho spento l’aria condizionata e lo stereo sta sparando a tutto volume i brani più catchy di Avril Lavigne. Era il 2002 quando la bella canadese esordiva con l’album Let Go. Che fissa! Io l’ascoltavo su MTV proprio a Cremona, nella camera dei nonni, perché a Solignano il canale non si riceveva.

«Non è pericoloso che tu vada da loro adesso?»

No, per fortuna il tampone dell’amico è risultato negativo. Se adesso sto andando è perché hanno bisogno di me. Due over 85 e 82 chilometri di distanza sono una bella gatta da pelare. È già tanto che siano scampati al contagio. Spero si mantengano così fino all’uscita del vaccino.

«Anch’io lo sto aspettando. Non posso più vedere degli scempi come quello di San Antonio.»

Parli del covid party, giusto? Pare che questa follia abbia preso piede negli USA già da maggio. Quando ho letto la notizia mi sono infuriato. Credevo che l’idiozia si sarebbe fermata ai no mask, ma qui abbiamo trasceso. Gente che si riunisce per verificare se il virus sia reale! Che sfida la sorte per vedere se davvero qualcuno verrà contagiato! Per di più a morire è stato un trentenne del Texas. Non un novantenne. Un trentenne. A nulla è valso il suo pentimento: la malattia s’è aggravata e l’ha portato via in pochi giorni.

«Questo basterà a mettere del sale in zucca agli incoscienti?»

Basta, non parliamone più, ti prego. Mi stai offrendo una stupenda fotografia con i tuoi giochi di luce. Non voglio guastarla.

«Sei diventato così… contemplativo.»

Credo che qualcosa sia cambiato nel mio cervello. Adesso odia coscientemente le mura, la luce artificiale, perfino il letto con la tastiera rialzabile. Proprio il letto, fido compagno di studi che mi permette di tenere i piedi dolenti in scarico, è diventato quasi un nemico. Ci ho passato sopra troppo tempo senza accorgermi che m’indeboliva sempre di più.

«Avevi solo bisogno di rimetterti in moto. Stai attivo e guadagnerai sempre più forza.»

Dovrei essere operato ancora un paio di volte, sai? Ma i chirurgi non mi avranno. Non entrerò in sala operatoria finché le ginocchia non mi faranno tanto male da costringermi a strisciare. Non voglio rivedere i tubi delle flebo. Non voglio rivedere le pareti verdi né sentire l’odore delle coperte sanificate. Quelle lenzuola parevano quasi raschiare la pelle.

«E come farai? Sai già che non resisterai a lungo.»

Be’, per ora prendo degli integratori per le articolazioni. Spero che questo ritardi l’infiammazione.

«Dovresti sentire un medico…»

Sono prodotti da banco con un basso dosaggio di principi attivi!

«Conosci tutte le interazioni e gli effetti collaterali?»

N-no.

«E sai se vengono ben assimilati dall’organismo?»

Ok, mi arrendo. Probabilmente sono in preda alla “disperazione”, ma non mi aspetto miracoli. Basterebbe che alleviassero l’indolenzimento notturno.

Però non voglio parlare neanche di questo. Ascolta: da Avril Lavigne siamo passati agli 883. Tra qualche minuto sarà buio.

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