“31 anni e una pandemia”. Capitolo 4: 200 metri

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte I
“Incatenato”

 

4. 200 metri

 

Sono tre giorni che io e le mie ginocchia malandate facciamo il giro del condominio. Ora si può uscire per fare un poco di attività fisica. Il limite è stato fissato a 200 metri lontano da casa, con divieto di assembramento. Da alcune settimane la luce del sole è fulgida e in cielo non c’è una nuvola.

Ogni tanto mi concedo di passare per una stradina sterrata che s’immette sulla provinciale e scruto Solignano dall’alto. O meglio, i tetti delle case. Il ponte sul fiume Taro è deserto. Sull’autostrada della Cisa ci sono appena due camion. Uno dei silenzi più belli sta proprio nella mancanza del sibilo degli pneumatici e dei motori in lontananza.

Non ho bene la concezione di quanto possano essere 200 metri. Forse potrei osare di più. Tipo imboccare quel sentiero che sale nei pressi del pozzo che porta acqua al quartiere. In trentun anni non sono mai andato a curiosare.

Esatto, trentuno. Ho compiuto gli anni due settimane fa e non ho potuto festeggiare di fronte a una bella pizza. Poco male, in realtà. Sono più dispiaciuto per i ragazzi che sono diventati maggiorenni in questo periodo. Fare i diciotto rappresenta un bello spartiacque: la patente, le autogiustificazioni a scuola, il voto, le sbronze legali, le responsabilità (di cui quasi nessuno si rende conto).

Decido di spezzare la routine e di vedere dove diavolo porta quel sentiero. Vado in cantina alla ricerca di un bastone a la Gandalf: mi farà sia da stampella, sia da difesa contro le vipere di cui ho una paura folle. È tutta colpa loro se diffido dal girare nei campi e non sono mai stato nei boschi.

Per fortuna un bastone lo trovo. Non è lungo come quello di Gandalf, non ha poteri magici ed è un po’ storto, ma sembra adatto alla causa. È ora di lanciarsi in una nuova, banalissima avventura. Dato che non c’è anima viva posso evitare la mascherina.

La salita che conduce al pozzo comincia a una ventina di metri dal cortiletto condominiale. La strada è brulla in corrispondenza del passaggio degli pneumatici. Al centro crescono erbe e piantine. Non c’è nulla di bello da vedere per altri dieci metri, poi ecco gli arbusti che di colpo cominciano a impadronirsi della strada. Si salva solo una strisciolina di terra battuta che s’immerge nel bosco. Guardando indietro ho una bella panoramica sui monti della sponda orientale del Taro. Le chiome degli alberi coprono tutti i tetti tranne quello piatto del mio condominio. Il cielo è di un blu così bello che sembra disegnato al computer.

Traggo il solito respiro catartico e m’inoltro lungo la via. Il sentiero è costeggiato da pinacee e piante a foglia larga. Di tanto in tanto ne compaiono alcune con dei piccoli fiorellini bianchi che emettono un odore sgradevole. Biancospino? Sono una pippa in botanica.

Avanzo di pochi passi e trovo un pino egocentrico che costringe il sentiero a sdoppiarsi per aggirarlo. Buffo. Continuo la marcia finché incontro due siepi che si ergono come guardiane della soglia. Varcare il confine significa catapultarsi in un mondo selvatico dove non c’è traccia di oggetti artificiali. Mi accorgo, sulla destra, di uno strano albero con tre tronchi avviluppati che sembrano voler proteggere la propria intimità.

C’è profumo di purezza. E che bei rumori! Di tanto in tanto qualche lucertola scatta al mio passaggio. Il vento placido muove i rami delle piante più alte.

Supero la soglia e ad attendermi c’è un’altra pianta sulla sinistra. Le sue radici hanno avvolto una roccia e sono in parte scoperte. Mi sembra un ottimo luogo per scrivere o anche solo per meditare. Adesso comincio a capire quelli che parlano dei benefici del forest bathing. Lontano da computer e civiltà la tensione s’allenta e gli occhi ringraziano. Inutile nasconderlo: i ritmi più lenti sono rigeneranti. Sono convinto che se la gente li vivesse un po’ di più, forse maturerebbe più rispetto per l’ambiente. Davvero! Quando vivi un luogo che ti fa stare così bene, l’idea di inquinarlo ti pare abominevole.

Come ipnotizzato da questo paesaggio, macino passo dopo passo e m’imbatto in tre pini duramente potati. Qualcuno qui è passato con una motosega. Il sole batte forte sulla ferita da cui sgorgano delle grosse gocce di resina. Percepisco un aroma familiare. Mi avvicino a una delle gocce col naso e ne assaporo appieno l’essenza.

Quante metafore si potrebbero ispirare a un piccolo ramo tagliato? La resina è il sangue; il ramo potato la privazione. Il dolore dato dai sacrifici causati dal virus? Oppure tutta la sofferenza patita durante la vita? Sì, però la mia resina non profuma e mi manca un sole che mi baci per tutto il pomeriggio.

Quando finalmente riesco a distogliere lo sguardo, d’istinto faccio per proseguire, ma mi torna in mente la regola: 200 metri. Quanto diavolo avrò camminato? Ho perso il senso della distanza. Nel dubbio attivo il GPS del telefono e controllo su Google Maps. L’icona che dovrebbe rappresentarmi è immersa nel nulla. L’app calcola comunque un percorso tenendo come riferimento la strada principale. Non ho sforato di pochissimo.

Oggi come non mai vorrei proseguire per vedere dove si arriva, allontanarmi ancora di più dalla civiltà che mi tiene il fiato sul collo, ma decido di fare dietro front. Nell’ultimo anno i carabinieri mi hanno fermato almeno quattro volte nei sei chilometri che dividono i Comuni di Solignano e Valmozzola. Eviterei volentieri di trovarmi faccia a faccia con la forestale intenta a far rispettare il DPCM.

Negli ultimi giorni ho pure polemizzato su Facebook proprio perché il limite dei 200 metri va stretto a noi montanari.

“Che male posso fare se vado da solo nel bosco?”, dicono.

“Non posso andare nei boschi, ma gli operai vanno ancora a lavorare!”

Andare a lavorare è una necessità, girovagare per il bosco no. Farsi male nel bosco quando si è da soli può essere pericoloso. Per quanto mi sforzi di ragionare con gentilezza, però, i miei argomenti non sembrano attecchire. La gente è arrabbiata, stressata, aggressiva. Non nascondo che anche il mio primo istinto sarebbe quello di attaccare e costringere gli egoisti a vergognarsi per ciò che dicono, ma poi mi contengo. Meglio evitare inutili screzi.

Rientro a casa e mi sento rigenerato. L’animo è calmo. La testa non mi fa più male. Solo mi rendo conto di essere stato un po’ egoista. Nel mio esplorare non ho permesso alla Natura di parlarmi.

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