“31 anni e una pandemia”. Capitolo 18: Chicchi

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte II
“Liberato”

18. Chicchi

All’orizzonte si vedono nubi di tempesta. La vegetazione ha perso i colori brillanti per vestire quelli di una natura morta. Lo trovo opprimente.

Negli ultimi tempi non sono più andato a camminare, come testimonia la mia pelle in debito di melanina. Le articolazioni, però, fanno male lo stesso. Tra il trasloco di libri, abiti e mobili, il mio lato destro ha un po’ ceduto. Il polso s’è rivelato una vera ciofeca: s’indolenzisce con nulla. Adesso capisco perché i medici dell’INPS l’hanno sempre dichiarato invalidante. Maledetto io che voglio fare tutto da solo. Orgoglio dei disabili, dicono.

Intanto ha cominciato a piovere. Si alza pure un venticello fresco che compensa l’incupirsi dei colori. Le gocce cadono leggere. Le osservo dalla mia nuova finestra che dà sulla ferrovia. Lo devo ammettere: il panorama era più bello prima. Dal bagno vedevo il monte Pareto, adesso un condominio. Tengono tutti le tapparelle giù perché altrimenti potremmo fissarci gli uni con gli altri. Dalla camera si scorgono invece le piccole frazioni del Comune di Terenzo. Peccato per le barriere antirumore della ferrovia che si frappongono e stonano. Cemento, plastica, acciaio.

Mi accorgo che il ritmo della pioggia aumenta a poco a poco, finché di colpo non peggiora. Corro a mettere al riparo la macchina prima che arrivi la grandine. Aggiustare la carrozzeria è una spesa di cui farei volentieri a meno.

«In picchiata, ragazzi!»

Faccio appena in tempo a sistemare la macchina sotto gli alberi che il cielo comincia a mitragliare. Toc, toc, toc. I primi rumori vengono prima dai tetti, poi dalla strada. Fortuna che i Chicchi non sono molto grandi e le piante fanno una discreta barriera.

«Non siamo molto grandi, mi scimmiotta la grandine. L’importante è far casino!»

La mia mente fa subito un’associazione con le discoteche. Negli ultimi tempi c’è stato un aumento dei contagi per cui il Governo ha decretato la chiusura dei locali da ballo e l’obbligo della mascherina anche all’aperto. Qualcuno già prevede un secondo lock-down.

«La pandemia è come noi, bello mio! Arriviamo, ci riversiamo al suolo a migliaia, torna il sereno, e quando meno te lo aspetti, eccoci ancora qui!»

In realtà lo avevano detto sin da subito che quella estiva sarebbe stata una falsa tregua. Quella in arrivo è la famosa seconda ondata sulla quale, ovviamente, non c’è accordo. Per alcuni è pericolosissima, altri la negano. Io evito di fare previsioni. So solo che i malati sono sempre più giovani e che un paio di Stati stanno spingendo per avere il vaccino.

«Che figata! Vi bombarderanno con medicinali realizzati in fretta e furia pur di dire che la situazione è sotto controllo.»

Esatto, e la cosa non mi piace. Ho preso troppe medicine ultra-testate i cui effetti collaterali li soffro tuttora. Se devo farmi siringare, esigo che mi sia somministrato un farmaco che abbia superato il normale iter sperimentale.

«La vuoi sapere la verità? Ve lo meritate.»

Me l’hanno già detto…

«No, no. Qui avete proprio toccato il fondo. All’inizio facevate i vigili urlando contro a chi correva senza mascherina, giusto? Eravate i paladini della salute pubblica, gli irreprensibili custodi della vita sociale! Adesso che siete super-informati, invece, vi assembrate nei tavoli all’aperto dei bar o rievocate le vecchie sagre con festicciole tra amici in cui tutti toccano il mangiare di tutti. Dov’è il metro di distanza in quelle tavolate, eh? Potessimo, ve lo metteremmo noi del sale nella vostra zucca bacata, chicco dopo chicco.»

Le cose sono un po’ più complesse di così.

«Sei indulgente? Tu? Forza! Vogliamo proprio sentire un po’ di buonismo.»

Non si tratta di buonismo. Sono d’accordo con un inasprimento delle norme.

«E allora cosa c’è di tanto complicato?»

Il fatto è che siamo creature naturalmente portate a vivere il breve termine. Il virus non lo vedi. Quello che vedi sono persone che camminano, ridono, mangiano. Persone apparentemente in buona salute. Cosa vi sia dentro di loro non puoi saperlo, e ciò che non vedi in quel momento non esiste.

«Pensi davvero che basti un po’ di idealismo inglese per giustificare l’umanità?»

È psicologia! Ti ritrovi insieme con gli amici a cui vuoi bene e senti il bisogno di esprimerlo attraverso il contatto, perché le parole non saranno mai calde quanto un abbraccio. Alcuni di loro magari hanno un bimbo piccolo che ti sorride e si agita per venirti in braccio. Considerato il bene che vuoi ai tuoi amici, lui è doppiamente irresistibile. Come fai a non farlo giocare? Come fai a negargli l’aeroplanino? Se ride, sta bene.

Come stanno bene le persone che vanno in discoteca. Se ti senti male non vai certo a sbronzarti e a dimenarti. Lo so che è un ragionamento sbagliato, ma è quello che vivono i tuoi occhi quando sei sul posto.

«E voi, pur sapendolo, avete deciso di riaprirle. Complimenti!»

Pensare di riaprire le discoteche mantenendo il distanziamento è una contraddizione in termini. Il ballo è un rituale di gruppo dove ci scambiamo dei messaggi precisi: “Mi piace come ti muovi”, “Sto bene qui”, “Facciamo casino insieme”. Il ritmo crea aggregazione. La sincronia invita al contatto. Nel mentre il virus dov’è? Probabilmente è lì ma non vedi né lui, né i suoi effetti.

Ci servirebbe una vista speciale tipo quella di Superman ai raggi X, allora sì che le cose cambierebbero. Avremmo un riscontro immediato e ci daremmo una regolata.

«Bella lezioncina. E allora?»

Le immagini terribili dei mesi scorsi non hanno più potere perché non le stiamo vivendo sulla nostra pelle. Non c’è abbastanza carica emotiva per farci paura. Tutto quello che viviamo adesso sono aggregazioni e asintomatici. Il resto sono solo numeri colorati sugli schermi della TV. Bisogna prendere atto di questo.

«Ripetiamo: e allora? Come puoi metterci una pezza? Come puoi impedire ai malati di grandinare sugli ospedali?»

Con norme più dure, perché quelle le senti e le vivi subito. Reimporre le mascherine e chiudere le discoteche ha perfettamente senso. Forse non avrebbero mai dovuto riaprirle. Ci abbiamo provato nella speranza che gli inviti alla ragione avessero la meglio, ma non ha funzionato come avremmo voluto. È la nostra stessa psicologia che ci rema contro.

«Sì, bravi, inasprite le norme. Poi sui social la gente griderà alla dittatura.»

Un’altra soluzione ci sarebbe…

«E quale sarebbe?»

La chiamano spinta gentile. In sostanza si tratta di impedire un cattivo comportamento spingendo la persona a fare altro.

«Parla semplice, non capiamo.»

È il principio del “per ogni bottiglia di plastica che mi porti ti do 1 cent”. La gente agisce per avere i soldi, nel mentre favorisce la raccolta differenziata. Nessuna pubblicità progresso, nessun avvertimento, nessun appello alla ragione avrebbe mai potuto conseguire il medesimo risultato. Oppure pensate alla mosca disegnata sull’orinatoio. La persona cerca di colpirla col getto e così evita di sporcare fuori. Ma questi sono solo esempi basilari. Il tema mi interessa tantissimo e voglio approfondirlo non appena avrò tempo. Col trasloco in ballo ho smesso pure di studiare.

«Molto bello, ma ti vorremmo far notare che i più svegli si accorgeranno che la spinta gentile è una manipolazione, e quindi torneranno a parlare di dittatura.»

La spinta non toglie libertà, per cui dittatura un corno. È l’opzione migliore nell’attesa che la scuola instauri una vera educazione al senso civico e al pensiero critico. Noi esseri umani siamo troppi e facciamo troppi danni con le nostre azioni. In questo ci assomigliamo, no?

«Ma che dici?!»

Voi cadete senza controllo e rompete vetri, rovinate le auto, devastate gli orti. Noi ci moltiplichiamo e facciamo a pezzi questo pianeta.

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