“31 anni e una pandemia”. Capitolo 3: Autocertificazioni

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte I
“Incatenato”

 

3. Autocertificazioni

 

Orsa Maggiore. Un puntino luminoso si muove. Ah, no. Sarà solo un satellite, o spazzatura spaziale. Non trovo mai la Stella Polare. Eppure dovrebbe essere facile. È sopra l’angolo superiore destro del Grande Carro. Dovrebbe essere la più brillante. A me sembra che ce ne siano altre più luminose. Forse sono addirittura pianeti.

Ok, se fossi in mare aperto sarei un pessimo navigatore. Però so compilare l’autocertificazione. Anche se non nessuno me l’ha ancora chiesta. Anche se i moduli sono cambiati tanto rapidamente quanto l’evolversi della situazione. Nel Web già circolano i meme sull’album delle autocertificazioni: “Collezionale tutte”. Persino il Premier Conte s’è concesso un po’ di autoironia.

Ora i nostri movimenti sono vincolati da una triade che recita: comprovate esigenze lavorative, motivi di salute, stato di necessità. Sembra che non si possa fare altrimenti. Le terapie intensive sono al collasso e il morbo sta colpendo duro anche nelle altre parti del mondo. Nessuno sembra realmente preparato per l’emergenza. In Italia c’è ancora chi è restio a chiudere nonostante le migliaia di morti. C’è un gran parlare di miliardi di euro, di debiti, di potenze di fuoco, di coronabond, di MES.

I tagli alla sanità sono quelli che hanno portato ad avere meno terapie intensive, quindi a dover scegliere di curare solo chi ha maggiori possibilità di sopravvivenza. Disabili e vecchi, attenzione!

«Che brutta notizia mi porti!»

E non ti ho ancora detto dell’immunità di gregge, caro Cielo. Non vorrei farti vergognare dell’umanità.

«L’hanno proposta per davvero?»

Oh, sì. Alcuni luminari vogliono che il virus si diffonda e che la sua mortalità si sfoghi! Moriranno comunque il 2%, il 5%, il 10% degli infetti, non si sa. Dicono che non dobbiamo bloccare l’economia perché se blocchi quella poi non ci saranno i soldi per curare i sopravvissuti.

Capisci, Cielo? Facciamo tanti proclami sulla dignità dell’essere umano quando in realtà conta ben poco. Temo che se l’emergenza durerà un anno come dicono, alla fine si accetterà l’idea di riaprire anche a costo di più morti. È selezione naturale.

«Tu avresti altre soluzioni?»

No, non chiedermi se ho delle soluzioni. Le vedo anch’io le necessità di contesto. Lo so anch’io che il mondo non può fermarsi e che la morte non dev’essere per forza colpa di qualcuno, se non della sorte avversa. Però credo che dovremmo sforzarci a pensare un sistema alternativo.

«Tipo?»

Te l’ho detto, non lo so. I ricchi stanno diventando sempre più ricchi e sono loro ad avere il maggior peso contrattuale in tutto. Noialtri dei piani bassi ci troviamo costretti a sperare nel loro spirito filantropico. Io stesso sono soltanto una pedina.

«Stai facendo il marxista?»

No. Amo le intuizioni di Marx ma non approvo le sue soluzioni. Da quel che ricordo era un personaggio strano.

«Io l’ho visto. Era un tipo trasandato che litigava con tutti. Quando doveva scrivere si scordava persino di lavarsi.»

Come lo Sherlock Holmes di Robert Downey jr.! In quel film c’è una scena in cui Watson rimprovera il detective proprio perché non si lava.

«Ti ci ritrovi?»

Un po’ sì. Posto che sull’igiene non transigo, da quando faccio la suora di clausura curo barba e capelli meno del solito. Ho letto che anche altri giovani stanno sperimentando questa lieve sciatteria.

«Ma?»

La loro è semplice pigrizia. Io sono concentrato su altro.

«Su cosa?»

Sto scrivendo un libro contro la propaganda manipolativa. In più sono entrato nella redazione del blog di un’associazione culturale. Gestisco la parte tecnica di questo sito con una laureata in Giornalismo e un laureando in Filosofia con i quali c’è stato subito feeling. Ci scambiamo battute idiote e spunti di riflessione profondissimi con grande spontaneità.

«Ho sempre pensato che tu non riuscissi a fare tante cose alla volta.»

E hai ragione. Non sono nato multi-tasking e non so se riuscirò mai a diventarlo. Tutti questi impegni mi richiedono un grande sforzo mentale.

«Che stai accusando.»

Potrà sembrare strano visto che non vado a zappare la terra per dodici ore al giorno, ma occhi e testa fanno male. Ci sono lo stress, le scadenze, il cervello sempre occupato e l’incapacità di concedermi dei veri momenti di svago. Se mi svago, perdo tempo, e io non ho tempo. Devo finire il libro, devo finire di studiare i programmi di Filosofia e Storia per il concorso docenti, devo finire di programmare la scaletta mensile. Devo, devo, devo. Dopo cena non guardo nemmeno più la TV, se non il Tg delle 01:00 e qualche dose di Bruno Vespa qua e là. Forse è per questo che non prendo un etto nonostante il fermo forzato.

Sto meglio solo quando vengo a guardarti. Tu, Cielo, mi fai staccare dal continuo rimuginare. Spero un giorno di poter fare un’esperienza più immersiva che stare a fissarti dalla finestra del bagno. Farlo da un campo sarebbe già più suggestivo. Sai, con l’odore dell’erba bagnata dalla rugiada estiva. Per allora, forse, non dovrò più compilare delle autocertificazioni.

 

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