“31 anni e una pandemia”. Capitolo 8: Ostinazione

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte I
“Incatenato”

 

8. Ostinazione

Mia piccola Rosa di Gerico sei qualcosa di magico. Ti ho un po’ sacrificata in quella vaschetta d’alluminio sotto la TV ma tu rinasci ogni volta che verso dell’acqua. Basta mezzo bicchiere e piano piano ti apri passando dal marrone al verde scuro. Sei un regalo prezioso di un amico prezioso. In questa giornata di riposo forzato mi farai compagnia.

«Ti vedo distrutto. Che hai fatto?»

Me l’ero ripromesso: “Voglio arrivare fino alla chiesa vecchia”. Ieri l’ho fatto con un caro compagno delle elementari. Una volta in cima ho creduto di svenire. La testa mi girava, stordita dalla fame d’aria. Così mi sono seduto per più di mezzora nella speranza di riprendermi, dopodiché abbiamo cominciato la discesa verso casa. Avrei tanto voluto fare la strada sul crinale, ma poi avrebbero dovuto recuperarmi con il carro attrezzi. È stato un miracolo che sia riuscito a ritornare alla macchina.

Il risultato è che oggi sono fermo a causa del dolore. Non credo che sia qualcosa di sanabile con l’esercizio. Anzi, ho la percezione che la flessione del ginocchio destro peggiori a ogni sforzo. Però sono ostinato e testardo.

«Il vero stereotipo dell’ariete.»

Forse è per questo che continuo a scrivere nonostante le porte sbattute in faccia. Ho saputo di un concorso per short stories e ho deciso di partecipare con un breve racconto di fantascienza a tema “disabilità e inclusione”. Ho provato ad applicare alcuni dei princìpi narrativi che ho appreso leggendo i manuali di scrittura creativa. Il testo sembra carino; il messaggio trasmesso pure. Non nascondo di nutrire delle aspettative.

«Tu nutri sempre delle aspettative…»

Già. Sono loro che non si realizzano mai. Ogni tanto ho il sospetto che forse farei meglio a darmi all’ippica. Ma non mollo. Mi deprimo per qualche giorno e poi riprovo con la stessa idea, magari modificandola un po’, dedicandole ore su ore. Come tu, Rosa, non accetti la morte in assenza di acqua, io non accetto che i miei sforzi siano vani. Per questo mi piacerebbe vincere almeno un concorso.

«Per vedere riconosciuto quello che fai?»

Per avere la consapevolezza di essere almeno sulla strada giusta. Ad agosto saprò se si tratterà soltanto dell’ennesimo buco nell’acqua. Nel caso, ho già pensato a un piano B: inserire la storia in una raccolta con i vecchi racconti già pubblicati. Verrebbe un bel libricino, anche se non sarebbe altrettanto “prestigioso”.

«Te lo riconosco: sei un tipo operoso. Ho visto che stai scrivendo anche dell’altro.»

Sto creando un file con i riassunti di Storia della Filosofia Contemporanea per il concorso docenti. Lasciatelo dire: è una gran menata. Però è tutto lavoro che potrebbe essermi utile anche in classe.

«È un modo per motivarti?»

Esattamente. Un altro stratagemma che mi sono inventato è stato quello di creare dei quiz filosofici su Instagram. L’ho fatto per i miei ex studenti di seconda e terza Classico così da accompagnarli alla fine dell’anno scolastico. È un esercizio leggero, senza grosse pretese. Qui nessuno chiede spiegazioni se sbaglia. Nonostante questo, penso potrà aiutarli a tenere attiva la memoria. Devo dire che il format sta riscuotendo successo anche tra i miei amici. Alcuni provano tanto per provare, altri cercano di rievocare gli studi delle superiori e tirano sempre fuori qualche aneddoto divertente.

«Credo siano belle iniziative, ma perché devi forzare la tua motivazione? A cosa stai puntando? È come se sul fondo della tua mente ci fosse un tarlo che rode.»

Prima che iniziasse la pandemia un mio vicino, dirigente d’azienda, mi ha detto che sono uno che non si accontenta. Gli è bastato uno sguardo per scovare la fiamma malconcia della mia ambizione. Forse è proprio l’ambizione che mi fa incaponire. Io vorrei arrivare alla piena soddisfazione, per questo mi sforzo.

«Io temo che tu cerchi riscatto. E da una parte va bene investire tante energie nei propri sogni. È quello che fa la gente di successo. Tentativo dopo tentativo, sbaglio dopo sbaglio, sgombra la propria via. Solo che tu guardi dritto all’obiettivo senza vivere il percorso.»

Ho sentito spesso questa frase ma non capisco cosa significhi.

«Se non trarrai buona acqua dal percorso, rischierai di arrivare secco al risultato.»

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