Ecologia della letteratura

Di Federico Dazzi

 

Muovo queste riflessioni dopo la lettura dell’introduzione di Tiziano Scarpa[1] alla nuova edizione delle poesie di Cesare Pavese, edita da Einaudi nel 2020. Amo Pavese, e chiunque lo ami sa che è un autore estremamente complesso sia dal punto di vista dell’esistenza che da quello della produzione – che poi, è lecito disgiungerli? -. Comprenderlo seriamente è un lavoro difficile, e lavorare stanca. Perciò nella mia esperienza mi sono affidato a saggi, interviste, volumi, persino a video su internet nella speranza di cogliere ogni giorno un po’ di più di questo scrittore. Spesso e volentieri, però, mi sono imbattuto in testi cervellotici, in cui dopo giorni e giorni di studio mi sono reso conto che non portavano a nulla di sconvolgente, e ho letto testi che avevano palesemente l’unico scopo di ampliare la bibliografia dello studioso di turno. Tornando all’introduzione di Tiziano Scarpa, volevo rendere omaggio ad una introduzione così ben fatta, acuta, pregnante e, su questo mi voglio soffermare, personale.

Nella mia ancora breve “vita culturale” ho ormai letto decine, se non centinaia di opere saggistiche con maggiore o minore gusto. Ma poche volte mi è capitato di trovare ciò che ho trovato nell’Introduzione di cui sopra: la personalità. Non intendiamola però in accezione quotidiana e generale, ma nella sua essenza: leggo qualcosa e sento che dietro l’inchiostro stampato da una macchina, dietro la carta prodotta da una cartiera, dietro tutto il tragitto per cui il libro è arrivato a me, esiste una persona. Che come me in questo momento, sarà stato seduto, molto probabilmente, a cercare di dire qualcosa a qualcun altro. Basta poco: scrivere cose come “penso”, “mi piace”, “ritengo”. Poca cosa, si capisce, forse anche futile – rimango del partito di Emanuele Trevi, che nell’incontro preliminare all’assegno del Premio Strega, tenuto qualche settimana fa a Parma, dichiarava di essere un grande sostenitore dell’inutile -.

Non voglio chiaramente entrare in un discorso tra obbiettività e soggettività della scrittura, soprattutto se parliamo di saggistica, che esulerebbe dallo spazio qui concesso. Voglio dire che, anche nella saggistica, si può pensare di “farsi sentire” dal lettore, e che non è uno scandalo rinunciare al “si” impersonale. Che non è giusto arroccarsi dietro anni di accademismo per poi lamentarsi che la critica letteraria è morta. L’arte muore se muoiono gli uomini e le donne, non muore certo di autocombustione. Chiaramente ognuno ha il suo stile, per carità, ma la tendenza è quella, di nascondersi dietro ad un’anonimia che non fa bene a nessuno.

Non è un caso che quello che da molti è considerato l’ultimo atto di critica letteraria contemporanea, Il canone occidentale di Harold Bloom[2], sia un magnifico esempio di critica potente ed originale in cui la forte persona dell’autore è una costante nella scrittura. Leggendo quel testo si ha la sensazione di stare realmente discutendo con qualcuno, e per certi aspetti è anche davvero difficile poter concordare con Bloom. Ma il critico non fa elemosina di espressioni che ne denuncino la presenza: i vari “penso”, “ritengo”, ecc. sono il filo del pensiero che si dipana. Di certo non si risparmia nemmeno prese di posizione, e il dibattito che ne è scaturito anche in Italia alla fine del millennio è la prova che un po’ di scossa all’interno del dibattito letterario non può che fare bene alla sua vitalità. Questo dibattito vivace[3] è ormai, mi sembra, l’ultimo serio che ha visto il nostro paese – sì, sempre sulla scorta di istanze americane, ma almeno è avvenuto -. Si sono scomodati tutti i maggiori critici dell’epoca, e molti giovani che oggi sono in attività, penso a Massimo Onofri, Silvio Perrella e Emanuele Trevi.[4] Per condensare il tutto, mi sembra che rendere vivo e acceso un testo saggistico non sia per nulla un difetto come l’accademia propone. Precisione, esattezza e coerenza non devono per questo venire messe in discussione, certo, sono l’architrave di ogni testo serio e scientifico. Ma ci si è dimenticati, volutamente o meno, che la scrittura è un atto soggettivo, ed è importante che questo soggetto venga fuori, senza paura di denudarsi, di esporsi. È quindi inutile, ripeto, lamentarsi che oggi in Italia manchi una reale presa di coscienza sulla letteratura, se la scrittura stessa è pensata all’infuori dell’atto umano.

“Si scrive troppo” è un concetto che sentiamo negli ultimi anni ripetersi continuamente per la narrativa. Ma vale appunto anche per la saggistica: come detto, sono tantissimi i titoli che vengono pubblicati da ricercatori e accademici per il solo scopo di garantirsi un posto lavorativo o di gonfiarsi il curriculum[5], ponendo sul mercato edizioni che sostanzialmente non apportano nulla alla critica letteraria se non concetti rimasticati e sputati. Scriviamo meno, e meglio. Ribadisco qui, con Ferroni, la necessità sempre più stringente di una ecologia della letteratura[6], che investa tutti i campi della scrittura, dalla narrativa alla saggistica. In un’epoca di information overload, dove il bombardamento di nozioni è quotidiano e insopportabile, la scelta di ciò che è bene pubblicare o meno è fondamentale. Se guardiamo realisticamente alla situazione attuale, il panorama è sconfortante, ma mi si permetta di essere idealista, e forse un poco ingenuo. Dobbiamo concepire seriamente una vera e propria ecologia della letteratura e della scrittura, per ripulire un mondo che da tempo sta venendo inquinato, e di cui non ci accorgiamo. Anzi, forse ne siamo proprio complici.

  1. T. Scarpa, Come stendersi nudi all’aperto sui versi, in C. Pavese, Le poesie, Einaudi, 2020.
  2. Tra gli altri, si veda a proposito G. Ferroni, I confini della critica, Guida, 2005, pp. 41-43 e p. 129.
  3. La bibliografia a riguardo è massiccia. Per la ricostruzione del dibattito americano si veda R. Ceserani, Cannonate, in Inchiesta letteratura, 110 (ottobre-dicembre 1995), edizioni Dedalo, pp. 67-74. Per la situazione italiana, tra gli altri, Allegoria 29-30 (maggio dicembre 1998), Palumbo, 1998; N. Merola (a cura di), Il canone letterario del Novecento italiano, Rubbettino, 2000.
  4. Cfr. le loro considerazioni in Costellazioni italiane (1945-1999). Libri e autori del secondo Novecento, Lelettere, 1999.
  5. Non entrerò qui nel dettaglio: rimangono comunque attuali e ficcanti le osservazioni portate da Marzio Pieri in AA.VV, I classici italiani tra mercato e accademia, Edizioni Res, 1993.
  6. “Insieme ad una radicale ecologia dell’ambiente fisico abbiamo sempre più bisogno di un’ecologia della comunicazione, che agisca come ecologia della mente, che liberi le nostre menti dagli scarti infiniti che le tengono in ogni momento sotto assedio, con una variegata catena di manipolazioni a cui ben pochi arrivano a resistere. E nel quadro di un’ecologia della comunicazione è sempre più necessaria un’ecologia del libro e della letteratura, capace di operare distinzioni nell’immenso accumulo del materiale librario prodotto”. G. Ferroni, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Laterza, 2010, pp. 15-16.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.