Renzo Pezzani nel settantesimo della morte

“Scrivere di un poeta è come voler dipingere una nuvola”

Renzo Pezzani

 

 

Vita inquieta la sua, sospesa tra ardite vette e baratri profondi: e una nube d’incenso a racchiuderla.

Ama la scrittura, l’arte, il bello, l’editoria e di questo morirà, settant’anni fa, a cinquantatré anni: solo, abbandonato da tutti ma con la cara madre, unico suo conforto.

L’epitaffio da lui scritto per il sepolcro nel cimitero della Villetta, luogo di sacre memorie: “Ai paradisi assurgo, smemorato di ciò che ero, spirituale corpo, astratta certezza, con quel verso non detto, colmo di terrena bellezza che tra i diti mi oscilla come la vampa d’un cero”. Non sarà accontentato.

Ma andiamo con ordine. Renzo Pezzani nasce a Parma al civico 172 di strada Bixio alle ore 2 del 4 giugno 1898. Celebra l’avvenimento, in facciata della casa, una pallida marmorea targa, messa in ombra da una chilometrica insegna luminosa “Farmacia Pezzana”. C’è da chiedersi se non vi sia un atavico errore.

Famiglia modesta la sua, con la mamma Clementina Dodi (nasce a Fontevivo nel 1862) a sfaccendare i lavori domestici e il papà Secondo (nasce a Bogolese nel 1867) fabbro ferraio.

Nel 1913 è segretario di un circolo di Azione Cattolica, nel 1915, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si arruola volontario come “Ardito Lanciafiamme”: durerà poco l’entusiasmo interventista. Nel 1918 subirà due gravi lutti: la morte del padre e della sorellina Elsa.

Dopo aver iniziato gli studi tecnici finisce con quelli magistrali e, nel 1919, aderisce al Socialismo e al Sindacalismo di Alceste De Ambris. Inizia a scrivere e a pubblicare: poesie e prose (alcune opere di notevole spessore), dirige riviste letterarie, scrive per vari giornali. Nel 1921/22 vince il concorso e a Parma, per pochi anni, inizia ad insegnare. Ma nel 1926 viene malmenato dai fascisti e deve lasciare l’insegnamento e la sua città: sarà esule a Torino fino alla morte. Lavora nella città sabauda presso la SEI (Società Editrice Internazionale) e continua a scrivere e a scrivere e, dal 1927, anche in vernacolo con “Al Stizz”.

Nel ’35 ha un grave incidente motociclistico risolto con alcune settimane di letto ma tanta paura.

Ma è nel ’39 con “Bornisi” il compimento della sua arte poetica in dialetto. Pagine che, per sempre, elevano a vette insuperate la nostra parlata (nata, ad inizio ‘900, da Domenico Galaverna) e quei versi immortali volano alti nell’areopago della poesia: “Bornisi” viene ristampato otto volte e tradotto in italiano. Il 27 settembre del 1942 il Premio Nobel Salvatore Quasimodo scrive al poeta: “Caro Pezzani, La ringrazio per il suo Bornisi. Peccato che il dialetto parmigiano sia di così difficile lettura ma ugualmente ho apprezzato le belle immagini di linguaggio, dove mi è stato possibile. Grazie e molti saluti dal suo Quasimodo.” La raccolta, tra gli altri, è commentata da Jacopo Bocchialini, da Alfredo Galletti che nel 1950 su “Il Novecento” scrive: “Renzo Pezzani apparirà forse tra alcuni anni, uno dei poeti più originali del nostro tempo”, da Paolo Briganti, Giuseppe Marchetti, don Gino Marchi e, nel 1952, da Pier Paolo Pasolini: “In Bornisi la Parma di Pezzani è già poetica: cupa, scrostata, plebea, ma come scossa da una ventata di allegria, che non essendo l’allegria della miseria proletaria, ma del popolo artigiano da secoli vicino alla piccola borghesia gretta e orgogliosa, ha qualcosa di disperato, di pateticamente doloroso”.

E l’anno prima Francesco Casnati su “Il Popolo di Milano” scrive: “Fanciulli, Pezzani, Descalzo, morti a distanza di poche settimane. Tre scrittori valenti e onesti, di sentimento cristiano; due di essi poeti, e Pezzani tra i più ricordevoli di questi ultimi trent’anni così poveri di poesia. Silenzio quasi assoluto sulla stampa. Mi vengono in mente le parole del Carducci per Mameli: – Quei troppi che tra noi scrivono e giudicano di letteratura, non lo ebbero in memoria. – E concludeva il poeta: – Ci sono tanti vili e felici e potenti a cui pensare. – In primo luogo i mimi, gli atleti, gli istrioni dei teatri, degli schermi, degli studi, dei parlamenti. Come avviene sempre nelle società corrotte e decadenti”. Sembra scritto ora…

Renzo Pezzani aderisce alla lotta partigiana e, nell’immediato dopoguerra, al PCI ma per poco tempo: presto ritorna nell’alveo politico a lui più congeniale, la DC.

Sempre più si perde in un turbine sempre più vorticoso e spericolato da un inaspettato enorme successo di vendite di libri per le scuole italiane. Diventa ricco, molto ricco.

L’euforia. Compra un palazzo a Torino pieno di marmi e di ori; sulle colline a Castiglione Torinese compra un’enorme villa “Il Balzetto” con annesse foresteria, cappella e aranciaia. Si licenzia dalla SEI. Stampa in proprio, diventa editore di se stesso e di altri. Sempre più affascinato dal bello non bada a spese né per le sue residenze né per l’arte tipografica.

La fine. Travolto dai debiti vende e svende il palazzo, ora sede di una clinica privata, vende e svende tutti gli arredi, i mobili e le suppellettili de “Il Balzetto”: si ritira a vivere con l’anziana madre nella grande cucina dove farà erigere un muro divisorio per meglio scaldarsi.

A volte viene a Parma e, quando è in città, chiede denaro in prestito.

Sarà il suo parroco a offrire a lui e alla mamma Clementina (la siura Minten) una stanza della canonica per viverci.

Ma il giorno prima del trasferimento in canonica e che la grande villa venisse messa all’asta, Renzo, in una chiara mattina sotto un cielo terso di nubi, il 14 luglio del 1951, gravemente malato di diabete, muore col nome di Dio sulle labbra. “La malinconia è il polline della Poesia ed è in fondo il colore di tutte le nostre ore segrete”. Le sue ultime parole.

Sarà monsignor Giuseppe Brovero, prevosto di Castiglione Torinese, durante la celebrazione Eucaristica, con elevate parole a ricordare l’amico Renzo Pezzani nella cappella de “Il Balzetto” un tempo sontuosa romantica residenza estiva del tormentato Poeta: per sempre cantore della “Città d’Oro”.

Di Antonio Battei

 

 

VIAGGIO D’UNA COLOMBA

– Testo inedito di Renzo Pezzani, conservato negli archivi dell’Associazione culturale “Luigi Battei” –

 

“La Cina è grande ma l’amore è più grande della Cina”, diceva suor Chiaretta. Avrebbe risaliti i fiumi vasti come bracci di mare e si sarebbe incamminata sola attraverso sette provincie sconosciute. Sola, col crocifisso infilato come una rosa alla cintura. Il giorno era venuto. La piccola suora bianca non aveva paura. Era vissuta in un ospedale ed ora le pareva che tutta la Cina fosse un ospedale pieno di convalescenti il cui volto rifletteva il colore dell’anima malata e rassegnata, dell’antica anima da guarire. La giovane suora portava con sé ridenti immagini di paesi verdi e lontani, ma nessuna nostalgia l’opprimeva, nessun desiderio l’ancorava al passato, né rimpianto l’avviliva, né richiamo la turbava. La speranza del cielo era in lei. Sentiva, come una munizione di coraggio, il rosario che, mentre camminava, le bisbigliava al fianco. Doveva raggiungere un posto di carità tenuto da un manipolo di suore del suo ordine in un estremo lembo della Cina. C’era tanto da fare laggiù. Le poche suore non bastavano più: qualcuna era morta. È così piccolo il mondo, così grande la Cina: montagne, fiumi, città, strade come carraie, piazze insanguinate, spaventi, orrori, fame. Le sorelle avevano pianto salutandola sulla porta della clausura; e la colomba era volata via. E quanto mare aveva passato, quanti porti toccati, quante ignote lingue udite sugli approdi. Folle straniere, popolo d’altro colore, l’avevano turbata; tumultuose città inghiottita; e navi e treni raccolta e abbandonata su banchine gremite e deserte; e lente barche portata a remi controcorrente per lunghi giorni sotto un sole spietato, nella pioggia, nel vento. Non contava i giorni, smemorata del tempo che non le apparteneva più. Nell’indifferenza della gente sentiva rispettata la sua clausura. La tonaca era bianca ed ermetica come un muro. Soavi campane suonavano le ore religiose entro gli inaccessibili silenzi che la custodivano tutta, ed ella vi obbediva con atti che in lei, nel suo segreto avevano principio e compimento. Non era uscita dal suo convento: invisibili forze allargavano davanti al suo passo le mura della regola accettata e giurata, la nascondevano al mondo. La sua preghiera si univa in desiderio al coretto delle suore della sua patria terrena e della sua patria celeste, con tutte le pause, tutti i toni, tutti gli abbandoni proprii di chi, davanti a una porta vietata, invochi di essere accolto. La parola che domanda la morte in un desiderio supremo di vita, era sulle sue labbra, dimessa e povera, già castigata dal desiderio di patire.

A Licipu, la piccola suora si trovò come sommersa da una fiumana di gente che fuggiva. Nel torbido colore di quella rovinosa corrente umana ella era il poco di schiuma bianca che fa l’acqua intorno al sasso che le resiste. Urtata, calpestata, inghiottita, riappariva più innanzi, serena, per richiamare su di sé la poca luce che ancora il cielo poteva prestare agli uomini. Passata la piena non erano rimasti che rottami: vittime seminate un po’ dappertutto, con la bocca nel fango e le mani spalancate. Alla Missione trovò tutto distrutto: la chiesa bruciata, la casa sventrata dal saccheggio, i crocifissi mutilati. Andò di cella in cella chiamando tutte le suore per nome: suor Argia, suor Candida, suor Irene, suor Teresa, suor Elisabetta… Trovò più tardi i loro cadaveri in fondo al giardino e, senza piangere, s’inginocchiò, tolse di tasca il messaggio che portava dalla patria e lo lesse a voce alta e chiara. Era l’ordine di resistere sulla posizione a qualunque costo perché Dio non retrocede davanti al demonio. La suora bianca era stata preceduta e tutte avevano ubbidito. Suor Chiaretta si alzò, scavò cinque fosse, e intanto era venuta la notte. Allora accese un fuoco e si mise a recitare i versetti delle laudi di nona. Ma la stanchezza le fece chiudere gli occhi e sbagliare una litania. Le parve di sentire il rimprovero delle cinque suore sepolte, delle sue sorelle che cantavano le stesse laudi di là da tre mari e da tre continenti e, scopertosi il costato, si infisse la disciplina finché non vide il sangue scaturire dalla carne.

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