Viaggi di esplorazione nell’Antichità. Terza parte

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Di Sergio Michele Tardio

 

Gli esploratori romani

Fonti: Seneca “Naturalis quaestiones”, Plinio il Vecchio “Naturalis Historia”, Tolomeo “Geografia”

Con lo sviluppo del grande stato romano anche l’uomo comune ebbe la possibilità di conoscere il mondo geografico circostante grazie alla rete stradale ed alle mappe che offrivano una rappresentazione grafica e plastica dei territori dell’impero, come la famosa Tavola Peutingeriana che riporta gli insediamenti urbani ed il sistema viario in modo da poter programmare il viaggio. Ma per scopi militari o commerciali i romani si spinsero ben oltre i confini dell’impero.

Un testo di Plinio il Vecchio descrive l’avventuroso viaggio di un anonimo cavaliere romano che partito dalla Pannonia raggiunse le coste del Baltico per acquistare gladiatori e grandi quantità di ambra. Lo sconosciuto cavaliere da Carnutum si spinse lungo la valle della Morava e poi discese la valle dell’Oder fino al litorale germanico, percorrendo 600 miglia e “ne riportò tanta ambra . . . il blocco maggiore pesava ben 13 libbre”.

Intorno al 60 d.C. Nerone inviò un gruppo di ufficiali ad effettuare una ricognizione lungo l’alta valle del Nilo. Ne danno notizia Seneca e Plinio il vecchio che però si contraddicono sugli scopi e gli obiettivi della missione. Il primo sostiene che furono cercate le sorgenti del Nilo per spiegare il fenomeno delle annuali inondazioni (dovute a piogge diluviali nel sud, al premere dei venti e del mare sul supposto ramo occidentale del grande fiume, allo sciogliersi delle nevi montane, per quanto ciò sembrasse improbabile perché si riteneva il calore sempre crescente verso meridione?), per il secondo invece gli esploratori dovevano studiare il terreno e le condizioni politiche ed economiche del paese poiché l’imperatore aveva in programma una guerra contro gli Etiopi. Sappiamo che due centurioni partirono dalla prima cateratta e si spinsero verso Meroe, antica capitale nubiana, ove notarono tracce di rinoceronti ed elefanti, ma procedendo a sud trovarono un paese spopolato con città in rovina e villaggi abbandonati, segni di decadenza della regione. Seneca sostiene che il viaggio durò a lungo, che i due centurioni furono aiutati del re d’Etiopia e che: “raggiunsero immense paludi con vegetazione così intricata che non era possibile procedere né a piedi né in barca, ma laggiù videro due roccioni dall’alto dei quali cadeva una immensa massa d’acqua”. Gli esperti tendono ad identificare la cascata descritta con le rapide di Fola a 5° di latitudine nord che dovrebbe coincidere con il punto più meridionale raggiunto dalla spedizione. Quindi non arrivarono alle sorgenti del Nilo, ma raccolsero notizie importanti, come riportato da Seneca: “nel profondo dell’Africa esistono due grandi laghi, il lago dei coccodrilli e il lago delle cascate, da cui il Nilo trae origine ed alimento, oltre si trovano alti monti coperti di neve”. Il lago delle cascate potrebbe essere il Vittoria da cui il Nilo esce con un maestoso salto. Dunque con molta probabilità il vero scopo della missione era duplice: raccogliere tutte le informazioni utili per decidere se scatenare la guerra e verificare ove fossero le sorgenti del Nilo, dal momento che politica aggressiva e curiosità intellettuale facevano entrambe parte della classe dirigente romana di quel tempo.

Dove i due centurioni avevano fallito riuscì un altro suddito dell’impero, certo Diogene, di cui parla Tolomeo, citando altre opere andate perdute. Siamo intorno alla fine del I secolo d.C. e Diogene, un greco d’Egitto, cambiò via di avvicinamento alle sorgenti del fiume: non risalì il Nilo ma dall’Africa orientale si inoltrò via terra verso occidente fino a raggiungere i grandi laghi. Diogene non era un esploratore ma un mercante che percorreva la rotta dell’India quando approdò, trascinato da una tempesta, sulla costa dell’Africa Orientale. Da qui per tornare in Egitto decise di seguire il Nilo e, forse in base ad informazioni raccolte sul posto, si diresse ad ovest fino al Lago Alberto ed al Lago Vittoria, collegati dal Nilo Vittoria. Quindi fu il primo uomo bianco a vedere le sorgenti del fiume seguendo un percorso parallelo a quello di Vittorio Bottego che dalla Somalia arrivò fino al lago Margherita ed anticipò l’inglese John Hanning Speke, scopritore delle sorgenti del Nilo, che inviò nel 1863 il celebre telegramma alla Società Geografica londinese: “The Nile is settled”. Tolomeo scrive su informazioni di Diogene che i due laghi da cui nasce il Nilo ricevono acqua dal disgelo delle nevi dei “monti della Luna”, una imponente catena montuosa che però non esiste nella regione dei grandi laghi. Le uniche montagne innevate in Africa orientale sono quelle del Ruenzori che non sono molto vicine ai laghi, anche se alimentano un affluente del Nilo, e sono disposte in direzione nord-sud e non est-ovest come descrive Tolomeo. Anche pensare al Kenia o al Kilimangiaro non convince perché sono montagne isolate e non catene e da esse non nasce nessun ramo del fiume. Quindi non è possibile una identificazione certa.

Un altro testo affascinante ci è stato tramandato da Plinio il vecchio e sembra riferirsi a contatti con le isole dell’arcipelago indonesiano. In realtà Plinio fornisce notizie su una grande isola chiamata Taprobane, che è il nome con cui gli antichi designavano Ceylon, ma il racconto di alcuni particolari astronomici fa pensare alla parte meridionale dell’isola di Sumatra o all’isola di Giava, nell’emisfero meridionale: “un liberto di Annio Plocamo, che ebbe in appalto l’esenzione delle imposte nell’Oceano Indiano, durante una navigazione al largo dell’Arabia, incappò in venti avversi che in venti giorni lo condussero a Ippuro, porto principale dell’isola Taprobane. Qui soggiornò sei mesi ed imparata la lingua ragguagliò il sovrano locale su Roma e il suo imperatore. Il re ammirò la giustizia romana e la monetazione perché tutte le monete avevano lo stesso peso, benchè i ritratti impressi fossero diversi e decise di inviare a Roma 4 ambasciatori durante il regno di Claudio. Da costoro si seppe che il promontorio indiano più vicino si chiamava Koliacon e vi si giungeva in 4 giorni di mare, che appariva di un verde brillante vicino all’isola del Sole  . . . Gli ambasciatori rimasero stupefatti a vedere la stella polare e le Pleiadi, come se il cielo fosse tutto nuovo per loro e manifestarono il loro stupore nel vedere che le loro ombre puntavano verso nord e non verso sud come nei luoghi da cui provenivano e che il sole, se erano rivolti a mezzogiorno, sorgeva a sinistra e tramontava a destra, al contrario che da loro”. Il racconto di Plinio continua con altre notizie geografiche (la presenza di un grande lago con due emissari, uno in direzione dell’India e l’altro nella direzione opposta) e si conclude con notizie fantastiche sul sistema sociale di quel paese in cui non esiste la schiavitù, sull’assenza di delitti e sulla longevità di quel popolo “molti raggiungono i cento anni”. Insomma un paese utopico ove l’uomo non ha imperfezioni.  I particolari astronomici che difficilmente Plinio poteva inventare ci fanno pensare ad una regione situata sotto l’equatore, dove le costellazioni sono diverse e il sole di mezzogiorno è a nord, quindi gli ambasciatori non potevano provenire da Ceylon che è nell’emisfero settentrionale. Inoltre Plinio scrive che la costa dell’isola che guarda all’India è orientata da sud-est a nord-ovest (come Sumatra) ed è lunga 10.000 stadi cioè 1850 Km che è una misura del tutto spropositata per Ceylon. La distanza che la separa dal continente è pari a 4 giorni di navigazione e potrebbe avere senso se riferita a Giava ed alla penisola malese che per molto tempo fu considerata una parte dell’India. Sulla via che porta a Berenice, sul mar Rosso, è stato scoperto un graffito in greco e latino secondo cui: “in questo luogo sostò Lisa liberto di Anno Plocamo tra il 2 e 5 luglio del 6 d.C.” che potrebbe essere il nome del nostro viaggiatore, allora ancora giovane, che si apprestava a seguire i diritti doganali del suo padrone nell’oceano indiano.

Nel lavoro di Tolomeo, che riporta una cronaca di Marino di Tiro (andata perduta ma databile dopo il 100 d.C.), vi è il nome di un navigatore che si è spinto fino al mar cinese meridionale. Si tratta di poche righe: “Alessandro dal Chersoneso Aureo (penisola indiana) si spinse verso sud e raggiunta Zaba continuò verso meridione per poi virare a sinistra e raggiungere dopo alcuni giorni Cattinara”. Su queste indicazioni gli studiosi hanno ricostruito il viaggio di Alessandro dall’India meridionale alla costa di Sumatra, poi attraverso lo stretto della Sonda deve aver doppiato capo Datu all’estremità occidentale del Borneo e dopo aver sfiorato l’isola di Palawan, la più meridionale delle Filippine, deve essere entrato nel mar cinese meridionale per approdare a Cattinara (forse è la zona di Canton). Il prof. Finzi, cultore di archeologia e viaggi antichi, avanza l’ipotesi che nel racconto di Marino, il navigatore Alessandro non abbia compreso la natura insulare di Sumatra e di Giava, ritenendole parte del continente, cioè della inesistente terra australis che secondo Tolomeo collegava l’Africa meridionale all’estremo oriente.  

Il traffico commerciale con la Cina si svolgeva però anche per via terrestre attraverso Antiochia, la Persia e l’Asia Centrale dove era il punto di incontro e di scambio tra le carovane che provenivano da occidente e da oriente. Questo luogo era chiamato Torre di Pietra, ma non è stato ben identificato, comunque fu li che un mercante macedone, di nome Maes Tiziano, tra il I ed il II secolo d.C. mandò i propri agenti per cercar di saltare almeno alcuni degli intermediari dei suoi commerci. E’ il solito Tolomeo, suo contemporaneo, che ne parla ma non ci fornisce notizie sull’itinerario seguito anche se riporta alcune notizie sulla Cina a dimostrazione che gli scambi via terra e via mare, seppure saltuari, erano presenti durante il periodo d’oro dell’impero.

Tra la fine deI I secolo e l’inizio del II secolo d.C. un altro romano, certo Giulio Maderno attraversò il deserto del Sahara insieme a tribù nomadi. Tolomeo racconta: “quando i Garamanti partirono per una incursione nel territorio degli Etiopi, Giulio Maderno lasciò Leptis Magna unendosi a loro. Procedendo verso sud in 4 mesi raggiunsero Agisimba, regione etiopica ove si radunano i rinoceronti”. La via seguita sembra essere quella che dalla Tripolitania porta al Sudan e che passa nella regione del lago Ciad, dove era possibile trovare i rinoceronti. Alcuni autori stimano che la spedizione sia giunta molto più a sud, forse fino al Camerun per razziare schiavi, ma le prove sono insufficienti. Chi poteva essere questo misterioso Giulio Maderno? Un mercante che approfitta della situazione per procurarsi direttamente schiavi etiopi, avorio ed ebano? o un funzionario imperiale mandato come osservatore a seguire le scorrerie di un popolo alleato che si spingeva in zone sconosciute?. A Germa nel paese che fu dei Garamanti esiste un monumento funerario attribuito ad un residente romano. L’epoca è contemporanea al viaggio di Giulio Maderno, ed anche se non fosse la sua tomba, il mausoleo segnala che in quell’epoca tecnici, mercanti o funzionari romani risiedevano presso quel popolo.

 

Una ambasciata in Cina (166 d. C.)

Fonte: Annali degli Han

Una fonte cinese tramanda: “al nono anno del periodo Yen-hsi, durante il regno di Huan-ti, il re di Ta-ts-in (cioè l’impero Romano), An-tun (Antonino il pio) mandò una ambasciata che venendo dalla frontiera di Jih-nan (cioè l’Annam e quindi arrivarono via mare), offrì avorio, corna di rinoceronte e gusci di conchiglie. I rapporti con questo paese datano da quell’anno”. Poi il testo continua rilevando l’assenza di gioielli e doni preziosi ed insinua che forse gli ambasciatori li avevano tenuti per sé. Siccome di questa ambasceria non vi è alcuna traccia nelle fonti storiche romane, ma il fatto deve essere avvenuto poiché è inserito in un resoconto ufficiale del Celeste Impero, alcuni studiosi ipotizzano che i personaggi giunti in Cina non fossero inviati di Antonino il pio, bensì dei mercanti che millantavano credito per ottenere udienza imperiale e strappare migliori concessioni per i loro affari. Si sarebbe trattato quindi di una furbesca cialtroneria commerciale.

 

Gli antichi raggiunsero le Americhe? Gli amerindi approdarono in Europa?

Fonti: Bastani “Indicios de vinda dos fenicios ao Brasil” 1945; Finzi “Ai confini del mondo” 1982; Seneca “Medea”; Plutarco “Moralia”; Pomponio Mela “De chorographia”.

Secondo la Storia il contatto duraturo con le Americhe, a parte le tracce archeologiche di insediamenti vichinghi nell’isola di Terranova, avvenne solo nel 1492 con Cristoforo Colombo, molti studiosi però sostengono che occasionalmente navi fenice raggiunsero il Brasile lasciando alcune evidenze archeologiche, documentali e secondo Ludwig Shwennhagen anche linguistiche: la lingua tupi-Guaranì mostrerebbe molte similitudini con le antiche lingue semitiche. Il documento più importante è la pietra di Parayba, rinvenuta nel 1872 in una piantagione di Pouso Alto una cui copia fu inviata a Mello Netto, presidente dell’Istituto storico di Rio de Janeiro che la divulgò. Qualche anno dopo una delle massime autorità nel campo della semitistica, il francese Ernest Renan, ne dichiarò la falsità e lo stesso Netto ammise che si era interessato alla faccenda su pressioni dell’imperatore Pedro II, appassionato di archeologia e cultore di scritture medio-orientali. Ma questa ammissione di Netto arrivava dopo la proclamazione della Repubblica Brasiliana e l’esilio di Pedro II, quasi a voler scaricare l’accusa di falsario sull’ex imperatore in modo da contenere il danno alla sua credibilità scientifica, provocato dalla relazione di Renan. A conferma dell’ipotesi di un falso stava anche il fatto che l’originale non è stato più ritrovato perché pare che durante la rimozione la lapide si spezzò in quattro pezzi. La storia fu dimenticata fino agli anni 60 del novecento allorchè l’epigrafista americano Cyrus Gordon affermò che il testo non poteva essere un falso perché riportava dei concetti grammaticali della lingua fenicia ancora sconosciuti nel 1872 e la probabilità che il falsario riuscisse a indovinare tali particolarità linguistiche era bassissima. L’articolo scatenò una controversia filologica ma pure i negazionisti ammisero che non si capiva come il falsario brasiliano avrebbe potuto procurarsi questi elementi. L’iscrizione recita: “siamo figli di Canan, di Sidone, la città del re mercante; giungemmo su questa spiaggia lontana, una terra montagnosa, abbiamo sacrificato un giovane agli dei ed alle dee celesti nell’anno diciannovesimo del re Hiram. Ci siamo imbarcati a Ezion-Geber nel mar rosso, abbiamo viaggiato con dieci navi intorno all’Africa (la terra di Cam) per due anni, ma ci ha separati la mano di Baal (una tempesta) e non stiamo più con i nostri compagni. Così giungemmo qui dodici uomini e tre donne su una spiaggia che io l’ammiraglio governo. Possano gli dei favorirci”. Ciò avvallerebbe la tesi che i venti alisei che dalle isole di capo Verde spirano costantemente verso il Brasile possano aver condotto la nave in America. Forse si trattava di una delle imbarcazioni della spedizione già descritta voluta dal faraone Neco e quindi databile intorno al 595 a.C.? Altra evidenza della presenza di Fenici in Brasile potrebbe essere il ritrovamento sulle sponde del lago Pensiva il cui emissario è il fiume Mearim, di resti di cantieri di legno pietrificato contenente chiodi e perni di bronzo, attribuiti a fattura fenicia poiché le popolazioni indigene non lavoravano metalli e non conoscevano il bronzo. Infine una prova dei contatti tra Fenicia ed America Meridionale verrebbe da scavi archeologici condotti nel 1860 sul sito della città di Sidone ove archeologi francesi individuarono molti artefatti di un legno che cresce solo in Brasile il quebracho o Quebra Machado (legno che spezza il macete). Comunque se vi furono dei viaggi in America del Sud dovettero essere sporadici e involontari e spesso senza ritorno dal momento che nessun autore antico ne fa menzione.

Nella Medea di Seneca troviamo alcune righe profetiche: “verrà un tempo in cui l’oceano scioglierà le catene con cui imprigiona il mondo e si aprirà una grande terra, nuovi mondi e Thule non sarà più la regione più lontana”, ma non sappiamo se si tratti solo di una profezia poetica o se l’autore aveva qualche labile notizia di un continente lontano. Plutarco invece racconta che un certo Silla avrebbe detto a suo fratello che un innominato individuo proveniva da una isola lontana cinque giorni di navigazione a ovest della Britannia, oltre altre isole situate a distanze uguali tra loro verso il punto in cui “tramonta il sole d’estate”, cioè a nord-ovest. Intorno all’isola si trova uno strano mare, ove si può “procedere solo a remi, perché la materia si addensa e si crede si formi ghiaccio”. Questa terra lontana è abitata da Greci (??) e “vede il sole sparire per meno di un’ora durante un periodo di trenta giorni e la notte che regna dopo il tramonto è un lieve crepuscolo”; poi ci sono riferimenti al regno mitologico di Saturno come la palude Meotide, ma la descrizione delle regioni boreali è troppo precisa perché si possa pensare ad una invenzione letteraria. Alcuni hanno indicato come terra dell’ignoto informatore la Goenlandia o il Labrador e le isole intermedie sarebbero le Shetland, le Faroer e l’Islanda che infatti si trovano sulla rotta di nord-ovest. Anche un testo in greco di Pausania nel II secolo d.C. sembra accennare ad un continente al di la dell’oceano: “Eufemio di Cara navigando verso l’Italia fu mandato fuori rotta da venti avversi che lo spinsero oltre le colonne d’Ercole. In questo mare esterno trovò numerose isole, alcune popolate da selvaggi e chiamate dai marinai isole dei Satiri . . . . I loro abitanti sono rossi ed hanno code simili a quelle dei cavalli e corsero incontro alla nave senza parlare ma cercando di gettarsi sulle donne per violarle. I marinai terrorizzati abbandonarono una donna barbara ad essi, ma i satiri non soddisfatti dei piaceri naturali, sfogarono su tutte le parti del corpo la loro brutalità”. Alcuni particolari del racconto sono vividi: gli uomini rossi, forse i capelli lunghi raccolti in coda, gli istinti sessuali, però risulta difficile accettare che Eufemio sia stato condotto da venti contrari dapprima fuori dal mediterraneo e poi fino alle Antille. I marinai conoscevano per sentito dire le isole dei satiri, ma queste erano collocate da Tolomeo nell’estremo oriente, posizione che esclude un approdo casuale per una nave diretta in Italia.

L’ignoto viaggiatore che raccontò di una isola occidentale era un romano o un greco giunto in quelle terre e poi tornato o un uomo di quel continente approdato in Europa?

Che sia avvenuta la traversata da ovest ad est parrebbe sostenuto da uno scritto di Cornelio Nepote (andato perduto), ripreso da Pomponio Mela: “quando Quinto Metello Celere era proconsole in Gallia aveva ricevuto in dono dal re dei Boti alcuni schiavi indiani. Chiedendo loro come fossero giunti fin lì seppe che erano stati strappati al litorale indiano dalla forza delle tempeste e stremati e quasi morti erano infine arrivati sulle spiagge della Germania”. Quinto Metello Celere è un personaggio storico del I secolo a. C. che è stato effettivamente proconsole in Gallia, ma chi erano gli schiavi regalati dal re germanico? Per Pomponio Mela e Plinio il Vecchio, che pure accenna a questa storia, non vi sono dubbi: provenivano dall’India e dalla costa del mar Caspio (non era conosciuto come mare interno bensì come un profondo golfo) avevano raggiunto, a causa di un fortunale, il mare settentrionale e da qui l’Europa. Noi sappiamo che questa ipotesi non è sostenibile per le dimensioni dell’Asia e per l’inesistenza di un passaggio marittimo a nord del Caspio. Certo potrebbero esser stati Lapponi o Scandinavi, come ipotizzato da qualcuno, ma se è stata adoperata la parola indiani probabilmente presentavano anche delle caratteristiche fisiche orientaleggianti e a chi sostiene che è tecnicamente impossibile attraversare l’Atlantico in canoa si può citare un racconto di Pietro Bembo del 1508 nelle sue Istorie Veneziane ove descrive che nei pressi della costa inglese furono raccolti da una nave del re di Francia sette uomini in una barchetta di vimini e scorza d’albero: “erano di mezzana statura, di colore oscuretto, di larga e patente faccia, vestivano di cuoio di pesci e avevano corone di paglia dipinte. . . . il loro parlare non si poteva intendere, di sette sei morirono subito”. Tutto farebbe identificare i setti naufraghi come eschimesi trascinati verso l’Inghilterra dalla corrente del Golfo e forse erano eschimesi pure gli schiavi di Quinto Metello Celere. Purtroppo Pomponio Mela non ci fornisce alcuna indicazione sul tipo di imbarcazione e perciò non possiamo neppure escludere che fossero pellerossa. Infatti potrebbe esservi una prova archeologica di queste traversate involontarie dall’America all’Europa: nel 1825 il re Carlo X acquistò per il Louvre una situla in bronzo, considerata autentica, che ha la forma di un busto umano e ritrae un individuo con i caratteri somatici di un pellerossa della costa atlantica, acconciato come gli uomini del nuovo mondo. Certamente questa non può essere considerata una prova definitiva della traversata inversa ma pone forti sospetti di qualche arrivo sulle coste del nostro continente dall’America Settentrionale.

 

I cronisti occidentali hanno limitato la storia del mondo a ciò che sapevano dei popoli del medio oriente, della Grecia, di Roma e dell’Europa, ignorando quei viaggiatori appartenenti ad altre genti che hanno attraversato le immense distese dell’Asia o che hanno solcato il mar della Cina, l’oceano Pacifico e l’oceano Indiano. Queste culture diverse sono rimaste sconosciute agli antichi “che hanno scritto del loro piccolo mondo con la convinzione di narrare la storia e la geografia di tutto il mondo” (Henri Cordier). Ma anche se la storia delle antiche esplorazioni ci tramanda notizie parziali, inesatte e fantasiose, con arricchimenti leggendari e spesso impressionanti, ci fornisce conoscenze veritiere e preziose, nonostante la scarsezza e la primitività dei mezzi a disposizione. Questa considerazione ci rende conto dell’audacia e delle capacità tecniche di uomini che con coraggio e sete di conoscenza si spinsero in imprese straordinarie tramandando un patrimonio di informazioni che ha consentito poi di approfondire ed ampliare le scoperte.

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