La fatica di essere classici: il paradosso e la vita

Di Federico Dazzi

Avere delle certezze, nella vita, è essenziale. Sconvolgerle, metterle in discussione, è l’unica cosa che conta. Come uscire da questo paradosso? Restandoci dentro. Ma anche questo è un paradosso. Benvenuti nella letteratura.

Abbiamo già trattato in un precedente articolo quanto costi affrontare un classico, che cosa ciò implichi e perché la sua lettura sia altamente faticosa: ora non resta che capire perché tutta quella fatica. A cosa servono, in fondo, i classici? Perché ci ostiniamo ad almanaccare sull’importanza di leggerli? Sono certo utilissimi per sfoggiare citazioni dotte e conferirci quell’aura intellettuale che permette di distinguerci da chi i classici non li legge: noi siamo diversi. Non è una novità e non bisogna vergognarsene, ogni identità si costruisce contro qualcosa: i greci già nel V-IV secolo a.C. costituivano la loro identità sociale contro quella asiatica, poi i romani contro i barbari, poi il mondo cristiano contro il mondo pagano, e si potrebbe andare avanti a piacimento. La magnifica Storia dell’idea d’Europa di Federico Chabod lo mostra in maniera esemplare.[1]

I classici, appunto, sono garanzia di identità: ci distinguono da chi non li ha letti. Ma non siamo migliori, al contrario: cercare una morale nei classici è forse l’errore più comune in cui ci si imbatte quando se ne parla. Se li leggiamo per essere persone migliori, dobbiamo cambiare attività. Nei classici non c’è posto per il buonismo o per un tranquillo ottimismo, essi non possono fare altro che essere crudeli. Proprio perché la loro attività è quella di scandagliare continuamente l’animo umano e farne emergere le contraddizioni, portarne alla luce anche gli aspetti più disdicevoli per studiarli e confrontarsi con essi. Non è un caso, a mio parere, che il maggiore narratore degli ultimi due secoli sia Dostoevskij, che ha scandagliato come nessun altro il feticismo dell’animo umano. Se Shakespeare ha inventato l’individualizzazione nella letteratura, ovvero il dialogo dell’uomo con sé stesso[2], lo scrittore russo ha portato ciò ad un livello massimo, disturbante. E perciò, classico. Possiamo già elencare quindi due motivi per cui non si devono leggere i classici: per ricercare valori morali e per perseguire programmi di progresso sociale. Questo è l’errore fondamentale dei movimenti revisionisti degli ultimi decenni. Ancora una volta, se vogliamo essere persone migliori, i classici non sono i libri da leggere. Harold Bloom condensa tutto:

Gli studiosi che ci invitano a individuare la fonte della nostra moralità e della nostra politica in Platone o in Isaia non sono in contatto con la realtà sociale in cui viviamo. Se leggiamo il Canone occidentale per plasmare i nostri valori morali, sociali o politici, sono fermamente convinto che diverremo mostri di egoismo e sfruttamento. Leggere al servizio di un’ideologia significa, a mio parere, non leggere affatto. La percezione della forza estetica ci insegna a parlare con noi stessi e a sopportare noi stessi. La vera utilità di Shakespeare e Cervantes, di Omero e Dante, di Chaucer e Rabelais, è ampliare il nostro crescente io interiore. Leggere in profondità nell’ambito del Canone non farà di nessuno una persona migliore o peggiore, un cittadino più utile o più dannoso. […] L’unica cosa che il Canone occidentale può donarci è l’uso adeguato della nostra solitudine, della solitudine la cui forma definitiva è il confronto con la mortalità.[3]

Esistono libri belli, utili per formarci come persone migliori, ma non sono i classici. I classici ci richiedono enormi fatiche, e per di più ci costringono a parlare con noi stessi: e ciò non è mai un gioco simpatico, almeno mai esente da dolore. Quindi, ciò che separa chi legge i classici da chi non li legge è una pura questione di feticismo intellettuale: ancora Dostoevskij, come si vede.

Che buoni consigli di vita mi può dare infatti Raskòl’nikov? E il capitano Achab? Re Lear non è un buon esempio, e nemmeno la Commedia è magnanima con l’essere umano. Che dire dei miti greci, fondati sul sangue e sulla crudeltà? Questi personaggi e testi hanno l’unica conseguenza che se letti, sconvolgono. Non permettono più di pensare alla stessa maniera di prima: sono una condanna. Come posso mai parlare d’amore dopo aver letto del mito di Alcesti? Come posso intendere allo stesso modo il concetto di colpa dopo Delitto e castigo? Se avevo certezze riguardo a questi temi, non posso fare a meno di metterle in discussione, da qualsiasi lato. Nelle sue quattordici definizioni del classico[4], Calvino si è dimenticato di aggiungere l’ultima:

Il classico è il testo da cui non si esce indenni.

Leggere questi testi richiede, unitamente al piacere estetico, un alto spirito di sacrificio: ciò disegna quel carattere insieme di dolcezza e di avversione che se ne prova.

In definitiva, è utile o meno leggere i classici? È raccomandabile o no? Paradossalmente (e qui ritorniamo all’origine del discorso, si badi) è utile. Moralmente e praticamente non abbiamo motivo per leggerli, né tantomeno il solo valore estetico può rientrare nelle utilità se non come soddisfacimento di bisogni individuali, perché come abbiamo visto ciò non ci renderà delle persone migliori. La questione è una sola, definitiva, e, ancora una volta, paradossale. Leggere i classici, come suggeriva Bloom, ci dona la capacità di un uso adeguato della nostra solitudine e di confrontarci con la mortalità: cosa più di questo ci può rendere esseri liberi? Nei classici non cerchiamo virtù, dal momento che ne troveremo poche. Cerchiamo piuttosto l’inquietante libertà della nostra solitudine, dolorosa spesso, ma, ora lo possiamo dire, utile. Perché, come dice Bourdieu:

Non è la virtù che può fondare un ordine intellettuale libero: è un ordine intellettuale libero che può fondare la virtù intellettuale.[5]

 

  1. F. Chabod, Storia dell’idea d’ Europa, Laterza, 1961. Io mi riferirò all’edizione del 2020, l’ultima reperibile agevolmente.
  2. Per ciò, si veda H. Bloom, Shakespeare. L’invenzione dell’uomo, Rizzoli, 2003.
  3. H. Bloom, Il Canone occidentale, Rizzoli, 2019, p. 36.
  4. Italo Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, 2017.
  5. P. Bourdieu, Le regole dell’arte, Il Saggiatore, 2013, pp. 436-437.

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