“31 anni e una pandemia”. Capitolo 11: Le capanne e le batoste

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte II
“Liberato”

11. Le capanne e le batoste

 

È giugno inoltrato e la vita sembra tornata quella di prima, solo con più mascherine e più gel disinfettante. A scuola c’è un gran fermento per gli esami di terza media e di maturità. Gli alunni sono in ansia ma non si rendono conto che si tratta di una formalità: anziché quattro prove ne avranno una sola.

A me la cosa non riguarda. Io ho in carico una quarta e, riunioni in videoconferenza a parte, per me questo anno scolastico è finito.

Sto guidando e a farmi compagnia ci sei tu, Pioggia estiva. Per colpa tua non vado più a camminare, sai? Sto prendendo peso e perdendo colore. Proprio ora che ci sembrava di vedere la luce in fondo al tunnel!

Se devo essere sincero, ero molto pessimista riguardo l’allentamento delle restrizioni, soprattutto dopo aver visto l’atteggiamento della gente. Tuttavia il tempo sembra avermi dato torto. Nonostante le manifestazioni in piazza e le strade affollate i nuovi contagi restano pochi. Meno male. Si vede che le misure preventive funzionano. Dicono anche che a forza di passare da un essere umano all’altro il virus si stia indebolendo. Com’è affascinante la biologia! Così come la psicologia.

Da qualche giorno sento nominare la sindrome della capanna. Pare che alcuni, pur potendo uscire di casa, non ne abbiano voglia, quasi che rimpiangessero il periodo in quarantena. Altri hanno proprio paura di tornare alla vita normale.

«E tu?»

Credo di soffrirne anch’io in una qualche forma. Esco volentieri all’aperto, ma non ho poi così voglia di riprendere i contatti con l’esterno. Il lock-down mi aveva messo al sicuro da burocrazie e altri assilli. Ora bisogna ricominciare a correre, a sottostare ai ritmi del mondo.

Giuro che se avessi una piccola rendita mi ritirerei a vivere nella casa in collina, dove non c’è nessuno. Solo campi, boschi e i coniglietti. I contatti essenziali li manterrei tramite smartphone, concedendomi di tanto in tanto un’uscita con gli amici. Leggerei e studierei per piacere, finirei quel videogioco in sospeso da anni, dipingerei le mie miniature. Ma non andrà così. Adesso ci sono tante incombenze che mi piovono addosso come le tue gocce d’acqua.

«Cosa rappresenta la tua capanna?»

Un evitamento delle difficoltà, forse? O una resa di fronte agli insuccessi? Ecco, parliamo degli insuccessi. Sono usciti i dieci semifinalisti di quel concorso di cui avevo parlato alla Rosa di Gerico. La mia storia breve su disabilità e inclusione non figura tra essi. Credevo di aver creato un racconto degno almeno di superare la prima fase, e invece no. Sono di nuovo qui a chiedermi cosa lo faccio a fare.

«Ci sono persone che scrivono per loro stesse e che vivono bene pur tenendo le proprie opere nel cassetto.»

Io non sono così. Pur avendo abbandonato gli ingenui sogni di fama e gloria, bramo comunque la possibilità di essere letto, di avere un feedback. Non posso crescere come scrittore finché a leggermi sarà la cerchia allargata degli amici.

«Eppure sarai pubblicato. Hai la data!»

È vero. Il mio libretto di auto-aiuto uscirà nella seconda parte dell’anno. Ho avuto anche la revisione di un amico psicologo che ne è rimasto soddisfatto. È stato bello potermi confrontare con lui. Nel frattempo un’amica sta revisionando un altro libro sulle mie esperienze da insegnante, che probabilmente uscirà nel 2021. Me ne ha fatta riscrivere una parte. Avevo cercato di rendere pop qualcosa di troppo specialistico, creando un ibrido che nessun editore si sarebbe mai preso in carico. È una delle tante cose che s’imparano con la gavetta.

«Vedi che non va poi così male?»

In effetti, per quanto io consideri sempre tutto grigio, aver trovato delle persone così gentili è stata una grande fortuna. La disponibilità a impiegare del tempo in una revisione non è qualcosa che si può dare per scontato. Non solo leggere ma pure soffermarsi, riflettere e proporre delle correzioni sono operazioni faticose per le quali ci sono editor professionisti che vengono pagati. Ricevere un simile servizio gratuitamente è un atto di pura generosità. Non vedo l’ora di poterli coinvolgere nelle presentazioni.

«Non vale forse la pena di uscire dalla capanna?»

Sì, forse sì. Avrei tanto bisogno che tu mi lavassi via quelle piccole ansie che mi erodono in sottofondo. Senza quelle potrei cogliere più opportunità e smettere di stare sulla difensiva.

Fermo l’auto in una piazzola. Davanti a me c’è un campo che di solito è seminato a basilico. Nei periodi di piena fioritura il profumo arriva anche all’interno dell’abitacolo. Scendo e lascio che l’acqua mi scivoli sulla testa.

Dall’asfalto sale un petricore famigliare. È l’odore che sentivo quando andavo a Milano a farmi operare. L’odore dell’Autostrada del Sole e del cemento. Ma è pure l’odore di quando andavo a Piacenza con la compagnia e si tornava alle tre di notte. Quante risate.

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