Stanze del Silenzio e dei Culti nelle Carceri

Di Alessandro Bonardi

Coordinatore “Gruppo Nazionale di Lavoro per la Stanza del Silenzio e/o dei Culti”, formatore Rer.

In un precedente articolo[1] apparso su questa rivista abbiamo presentato e descritto il funzionamento del dispositivo Stanza del Silenzio e dei Culti all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, qui accenniamo in modo più approfondito alla possibilità di implementare le “Stanze” anche all’interno degli Istituti Penitenziari.

Bisogna, preliminarmente, valutare se esista una validazione antropologica della necessità e dell’efficacia del dispositivo “Stanza” negli ambiti più generali come il Servizio Sanitario Nazionale e negli spazi urbani ovvero verificare se gli spazi multi-fede siano buone pratiche di gestione della diversità religiosa e per ultimo chiedersi se la “Stanza” sia possibile anche nelle Carceri. Esaminiamo solo i due più recenti studi in materia pubblicati in Italia.

L’antropologo Bruno Iannaccone di Fondazione Benvenuti in Italia è stato il coordinatore del Progetto della Sala delle Religioni di Torino che mirava a realizzare un luogo multifede nella città e ha realizzato una approfondita ricerca – “Spazi Multifede e Sale del Silenzio a Torino” – sulla sua attività e su quella di tutto il team della Fondazione: Iannacone ribadisce la necessità di procedere a queste iniziative interreligiose e di partecipazione delle Comunità religiose cercando di utilizzare metodi bottom-up (dal basso, con vera condivisione da parte di tutti gli attori) o quantomeno middle-middle (con un approccio dall’alto, da parte dell’istituzione, ma con il coinvolgimento attivo dei destinatari). Lo studioso mette in evidenza alcune criticità quale quella di usi non appropriati delle “Stanze” e ciò sarebbe dovuto “all’assenza di un ortoprassi che è invece presente nei luoghi di Culto veri e propri” , ma conclude che i progetti esaminati, confermano la loro utilità a gestire le diversità religiose e culturali e che senza dubbio “gli spazi multi-fede non sembrano essere i prodromi di una cultura multi-religiosa che sta rimpiazzando le singole culture religiose, anzi questi spazi sembrano proprio far risaltare le posizioni singolari di ogni cultura religiosa”, dunque un giudizio positivo.

Risale invece al 2018 la ricerca del Prof. Pino Lucà Trombetta[2] coordinatore scientifico dell’Osservatorio per il Pluralismo Religioso di Bologna: il suo esito produce una sorta di mappatura delle Comunità Religiose Bologna e dà conto delle risposte a questionari esplorativi a rappresentanti qualificati delle stesse; sorprende che, in assenza di una domanda diretta sulla necessità o il bisogno di spazi interreligiosi alcuni rispondenti, nel corso delle interviste – si trattava di interviste semistrutturate che consentono di divagare – vi accennino o li richiedano espressamente a dimostrazione che vi è una esigenza in tal senso nelle Comunità.

Che questa esigenza e dunque anche una validazione in termini antropologici, come da premessa, vi sia, esista, è ulteriormente dimostrato dalla delibera del Comune di Bologna che in accordo con Curia, Comunità Islamica e Comunità Ebraica ha istituito la ‘Casa del dialogo tra religioni e culture’[3]: al di là della metodologia utilizzata per implementare la Casa, ad avviso dello scrivente, scorretta perché non inclusiva, preme sottolineare il fatto che il dispositivo è ormai richiesto dalle Comunità anche ai livelli di vertice, forse anche per motivazioni “politiche”, per le pressioni che arrivano dal basso, da parte delle Comunità Religiose.

Ricordiamo ancora le 35 Stanze del Silenzio e Dei Culti operative nel SSN, e le iniziative destinate alla realizzazione di Cimiteri interreligiosi come quella dei Comuni Pianoro e Ozzano in Provincia di Bologna, importantissima e in controtendenza rispetto alla “Casa del dialogo e delle Religioni” di Bologna” perché veramente ecumenica, avendo incassato numerosissime adesioni e il patrocinio della Regione Emilia Romagna oltre a quello del nostro Gruppo Nazionale di Lavoro per la “Stanza del Silenzio e dei Culti” e di altre istituzioni. Anche a Roma il Tavolo Interreligioso, l’Asl 1 e altre associazioni si stanno muovendo per migliorare la già esistente “Stanza dello Spirito” presso l’Azienda Ospedaliera Santo Spirito e per dare attuazione attraverso il dispositivo “Stanza” ai diritti sanciti nel recentissimo “Manifesto interreligioso dei Diritti nei Percorsi di Fine Vita”[4] promosso dalla Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche, Federsanità Anci, Asl 1 Roma con altre istituzioni, associazioni e Comunità Religiose.

 

Il dispositivo “Stanza del Silenzio o dei Culti” nelle Carceri: esperimenti e il caso specifico Islam

Esistono dunque un movimento, una tendenza partecipati dalle Comunità del territorio italiano che lavora alla implementazione e del dispositivo “Stanza” e le istituzioni hanno da alcuni anni realizzato vari e numerosi progetti attorno alle differenze religiose e spirituali negli ospedali o nel post mortem, ma anche per promuovere il dialogo. Ma qual è la situazione a questo proposito all’interno delle Carceri? Possiamo ricordare innanzitutto il progetto realizzato presso il Carcere di Padova nell’ormai lontano 2015, il progetto vedeva la partnership di Università di Padova, Ausl Padova e Direzione del Carcere e ha portato alla implementazione di una “Stanza del Silenzio” per fare meditazione o solo per “chill out”: i ricercatori impegnati hanno tuttavia rilevato che la maggioranza dei detenuti ammessi all’uso della “Stanza” utilizzavano il dispositivo per pregare, in particolare i detenuti musulmani e ortodossi; il progetto si è totalmente arenato una volta terminati i finanziamenti dei due enti. In un’altra direzione sono da segnalare i pregevolissimi progetti con l’”Imam in carcere” promossi ed operativi a Torino e in tutte le carceri lombarde: ci si è messi in moto dopo il Protocollo di Intesa tra Ministro dell’Interno e Ucoi del 2015 – Ucoi è una delle più rappresentative Comunità Islamiche in Italia – e si sono cosi realizzati corsi di formazione per gli operatori penitenziari e infine inseriti gli Imam selezionati per fornire assistenza religiosa: l’intervento di Torino è un progetto che nasce dal basso, dalle Comunità Religiose, dalla VII circoscrizione del Comune e ha poi trovato il beneplacito del direttore del Carcere Lorusso, inoltre sono state realizzate salette per le altre Fedi; in Lombardia la metodologia utilizzata è stata un poco più “top down” in diversi istituti della regione. I limiti di questi, pur notevoli, interventi si riscontrano nel loro essere destinati alla sola Comunità musulmana – in alcuni casi si è allargato anche ad altre Fedi, ma non sempre – al fatto che Ucoi rappresenta solo una parte delle tante frammentate compagini musulmane presenti in Italia, che entrano in realtà solo 13 Imam scelti da Ucoi e Ministero e gli altri 43 sono stati designati dalle comunità locali che non si riconoscono in Ucoi. Il Progetto era nato anche per contrastare il fenomeno degli Imam autoproclamati in carcere e dunque per prevenire ipotesi di radicalismo violento, ma non sempre ha colto i risultati che ci si aspettava, addirittura si sono verificati casi di arresti degli Imam selezionati perché istigavano alla Jihad.

 

Oltre l’Islam: la situazione delle Fedi viventi in carcere

Andando oltre il caso specifico dell’Islam, che rimane comunque la Fede maggioritaria nelle carceri, ricordiamo che la Legge 354 del 1975 sull’Ordinamento penitenziario inserisce la religione negli elementi trattamentali e soprattutto ai sensi dell’art 26 “I detenuti e gli internati hanno libertà di professare la propria fede religiosa, di istruirsi in essa e di praticarne il culto” […] “.Gli appartenenti a religione diversa dalla cattolica hanno diritto di ricevere, su loro richiesta, l’assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i riti” Se però consideriamo i dati del Rapporto Antigone del 2019[5] – l’ultimo che si è occupato delle Religioni in carcere, prima dell’emergenza Covid -possiamo pensare che apparentemente il diritto alla libertà religiosa negli istituti penitenziari italiani, così come garantito dall’art.19 della Costituzione, sia totalmente garantito: leggendo meglio verifichiamo però che i ricercatori di Antigone riscontrano un 22% di carceri dove non esistono spazi per le religioni diverse dalla cattolica, in 19 su 85, inoltre Antigone ci spiega che gli spazi sono sempre concessi con il beneplacito dei cappellani e dei direttori, ma le soluzioni non sono formalizzate e che si tratta di spazi rimediati alla meglio, se non si tratta addirittura della cappella cattolica messa a disposizione dei detenuti di Fedi Viventi differenti da quella cattolica; negli istituti penitenziari entrano senz’altro i Ministri di Culto che appartengono alle Religioni che hanno stipulato intese con lo stato ai sensi dell’art.26 del regolamento di Polizia Penitenziaria, ma in realtà non sempre e non in tutti gli istituti. In uno studio di Antonia Della Pietra commissionato dalla Prof. Maria Chiara Giorda della Fondazione Benvenuti in Italia e terminato nel Giugno 2020 la studentessa torinese ha intervistato operatori penitenziari nelle carceri Lorusso e Cutugno a Torino, Sant’Anna a Modena, Rebibbia a Roma e Poggioreale a Napoli oltre che alcuni accademici ed esperti di questa tematica. Della Pietra conferma i dati e le conclusioni del rapporto Antigone 2019. L’autrice, grazie ai questionari somministrati e alle interviste abilmente condotte, riesce a provocare gli operatori e riportiamo qui frasi virgolettate: “In teoria ci dovrebbero essere tutte le diverse figure religiose, in teoria però…” La pratica in realtà è tutta diversa” e poi “Teoricamente nessuno gli vieta di professare la propria religione… teoricamente” , “Non ci sono le strutture per realizzare questa possibilità” e così via; le risposte rafforzano le considerazioni già svolte e fanno emergere anche una esigenza di spazi interreligiosi in carcere da parte del personale stesso. Al di là dei commenti raccolti, Della Pietra conferma iniziative a macchia di leopardo: così se a Rebibbia, con il, favore del Direttore, sono state predisposte salette per la preghiera delle “altre Religioni” a Poggioreale si prega nella propria cella. La brillante ricercatrice ribadisce quanto rilevato dal Rapporto Antigone 2019 ovvero che le “difficolta nel realizzare l’assistenza religiosa nelle carceri risiede nella stessa organizzazione carceraria”.

Ricordiamo infine l’esperienza condotta a Parma dal Gruppo Nazionale di Lavoro per la “Stanza del Silenzio e dei Culti” con il Forum Interreligioso di Parma, le Comunità Religiose e Atee di Parma e di concerto con Ausl Parma presso la Rems di Parma[6] – ex Opg – : il progetto si è articolato in una serie di incontri formativi dedicati al personale sanitario sulle visioni delle differenti fedi ( con docenti indicati dalle Comunità Religiose coinvolte) riguardo alla malattia mentale, al reato commesso in stato di infermità, alla pena e, da ultimo, con incontri conviviali che hanno coinvolto gli ospiti della struttura (Maggio -Giugno 2018) si è trattato della prima esperienza in Italia nell’ambito psichiatrico. Da segnalare che non si è proceduto alla realizzazione della “Stanza” prevista perché la struttura sarà presto trasferita, ma al termine dell’iniziativa alcuni ospiti africani hanno ripetutamente chiesto di potere avere colloqui con la Pastora della Chiesa Evangelica Nigeriana e positivi sono stati i riscontri alle visite del Pastore della Chiesa Avventista del 7° giorno, anche da parte del personale che si è sentito sollevato nel proprio lavoro, sia pure per pochi momenti.

Conclusioni

Numerosi studi e pratiche -abbiamo riportato solo i più recenti – verificano la validità sociologica del dispositivo “Stanza” in generale e riscontrano il bisogno forte di poter professare la propria fede religiosa anche nelle carceri tuttavia, nella realtà per difficoltà organizzative e fors’anche per una precisa strategia da parte delle istituzioni, il diritto a farlo è stato attuato in modo parziale e spesso in modo non formalizzato da convenzioni con i rappresentanti delle Fedi Viventi, come dovrebbe essere.

Sulla base delle esperienze citate riteniamo che il dispositivo “Stanza” o altre soluzioni formalizzate e generalizzate possano essere uno strumento, non solo che permette la libertà religiosa in carcere, ma che è suscettibile di contrastare l’analfabetismo religioso in carcere, prevenire la creazione di “stereotipi dell’altro”, di favorire il dialogo fra diverse culture e religioni, di sostenere le figure più vicine al detenuto (implicazioni sociosanitarie), di favorire la crescita di una “nuova cittadinanza” all’interno del processo di rieducazione e integrazione sociale dei detenuti.(implicazioni sociosanitarie), di ridurre la tensione all’interno dell’istituto attraverso quelle conoscenze (implicazioni sociosanitarie), di ridurre la tensione all’interno dell’istituto attraverso l’implementazione di uno Spazio interconfessionale neutro dove i detenuti possano pregare/meditare (implicazioni sociosanitarie).

Vi è però la consapevolezza, che l’elefantiaco sistema carcerario sul quale insistono le competenze di due Ministeri, dei Comuni e delle Asl, pur potendo approfittare dei benefici di questo dispositivo, non solo perché realizza diritti costituzionalmente garantiti, ma perché in grado di diminuire la tensione all’interno delle carceri, appare gravato di molti problemi drammatici che ostacolano la realizzazione completa di questi diritti, come si può leggere nella drammatica ricognizione svolta proprio quest’anno dall’Associazione Nessuno Tocchi Caino – altra valida Associazione che monitora la situazione delle carceri -che evidenzia ben altre e più gravi criticità, come si può comprendere dalla parole del suo Presidente Rita Bernardini.[7]Speriamo bene, dunque.

 

  1. Cfr. https://www.battei.it/2020/07/17/stanze-del-silenzio-e-o-dei-culti/
  2. Lucà Trombetta P., Aspettative e bisogni delle Comunità Religiose a Bologna, Pubblicazione del Comune di Bologna e OPR, 2018, scaricabile a: http://www.amitiecode.eu/sites/default/files/uploads/aspettative_e_bisogni_delle_comunita_religiose_a_bologna_0.pdf
  3. Cfr. https://www.arciatea.it/gli-abramitici-a-bologna-e-il-diavolo-nei-dettagli/
  4. Cfr. http://www.vita.it/it/article/2019/02/05/ll-manifesto-interreligioso-dei-diritti-nei-percorsi-di-fine-vita-pres/150579/
  5. Cfr. https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/la-religione-in-carcere/
  6. Cfr. http://www.oltreilponte.net/cultura/incontri-conviviali-alla-rems-mezzani/
  7. Cfr. https://www.ilriformista.it/nellinferno-della-carceri-lo-stato-si-comporta-da-criminale-lintervista-a-rita-bernardini-242056/

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