Le radici e il diverso significato del digiuno nelle Religioni

Il contributo è parte integrante della conferenza “Il Digiuno come pratica rituale”, organizzato dall’Associazione donne di qua e di là e dalla Comunità islamica di Parma e provincia. Un interessante incontro in cui è stata analizzata la pratica del Digiuno e le sue diverse declinazioni. Un confronto di particolare significato in questo periodo; un passaggio di testimone tra la Quaresima Cristiana ed il Ramadan Musulmano.

“Il Digiuno come pratica rituale” 27 marzo 2021

 

 di Francesco Gianola Bazzini

 

Molto spesso il confronto ed il dialogo interreligioso avvengono principalmente su di un piano dogmatico. Si è sottovalutata invece la ricerca delle comuni radici attraverso l’analisi dei rituali che affondano le loro origini in tempi assai remoti. È necessario quindi un passo indietro nella storia dell’umanità. Una sintetica premessa per affermare che i fondamenti teologici sono stati preceduti da fondamenti rituali molto comuni alle principali Religioni. Molti studiosi (Mircea Eliade e Pavel Puckov ad es.), fanno risalire il formarsi di un sentimento religioso e quindi dell’esistenza della Divinità nella coscienza dell’individuo, ad alcune pratiche rituali: sepoltura dei morti, culto degli oggetti, le acque e il simbolismo aquatico della purificazione e il digiuno. È il passaggio dal timore delle forze della natura, al culto della vita ultraterrena ed all’esistenza delle o della Divinità cui ci si deve rapportare attraverso forme di sacrificio, devozione, sottomissione e purificazione. È soprattutto grazie all’agricoltura però che l’uomo ha afferrato l’idea di ciclo – nascita, vita, morte e rinascita – e che ha valorizzato la sua stessa esistenza integrandola nel ciclo cosmico. Con l’agricoltura l’uomo può contare su riserve di cibo, scarse o abbondanti a seconda della variabile dei fenomeni atmosferici. In precedenza l’astensione dal cibo rientrava solamente in uno stato di necessità. Successivamente l’atto del mangiare, vista comunque la scarsità, diviene un momento sacro, le cui riminiscenze le ritroviamo nella preghiera e benedizione del cibo che ci viene offerto. Con il crescere dell’abbondanza, di un’abbondanza molto diversa dalla nostra, si sviluppa il concetto contrario del sacrificio. Le possibili scorte più o meno copiose consentono riti sacrificali di offerta e periodi di astensione come il digiuno. Ecco che la sua origine si perde nella notte dei tempi, si digiunava se non si trovava nulla da mangiare. Ma dopo che siamo diventati agricoltori e allevatori di animali, abbiamo conosciuto per la prima volta l’abbondanza da una parte, e la carestia dall’altra. Il digiuno nelle religioni nasce proprio come reminiscenza di un tempo in cui abbiamo conosciuto l’abbondanza e le dispense piene, ma anche la devastazione dei raccolti e le epidemie dovute alla mancanza di cibo. Non vi è infatti religione che non preveda una qualche forma di digiuno e, di conseguenza, una qualche forma di festa nell’interrompere la fatica di non mangiare per molte ore di fila. Così come non esiste abbondanza senza scarsità, non può esistere digiuno senza successivo ristoro e sollievo. Tutte le tradizioni religiose avevano ben presente questa verità e ne hanno fatto tesoro: chi l’ha trasformato in un pilastro di fede (l’Islam), chi in una forma di espiazione (Cristianesimo ed Ebraismo), chi in esercizio dello spirito (Buddhismo), chi in contemplazione (Induismo): insomma il digiuno ha avuto, per le tradizioni religiose, il ruolo di disciplina, esercizio, legame comunitario, preghiera, concentrazione, atto votivo. Questo è il suo lato spirituale.

Nel buddismo.

Le religioni orientali dedicano una attenzione particolare al rapporto con il corpo. Il digiuno è un modo per esercitare il controllo sul proprio corpo. Nel buddismo, il digiuno è un mezzo per ottenere un livello più alto di spiritualità, cioè “svegliarsi”; una fase iniziale di autodisciplina. Per Buddha, il Nirvana è uno stato di pace perfetta della mente, libera dal desiderio, dalla rabbia e da altre condizioni che la imprigionano. Il desiderio, secondo Buddha, era la causa e la radice del male. Il cibo è il desiderio più basilare dell’uomo. Quindi è necessario rinunciare al desiderio per ottenere la libertà dalle tentazioni mondane.

Nell’induismo.

Gli indù sono profondamente religiosi. L’obiettivo della vita è l’autorealizzazione o il raggiungimento della consapevolezza dell’assoluto. Il digiuno controlla la passione e argina le emozioni e i sensi. Secondo le scritture indù, il digiuno è un grande strumento di autodisciplina che stabilisce un rapporto armonioso tra il corpo e l’anima, portando l’uomo ad accordarsi con l’assoluto. Il digiuno, quindi, è una negazione delle necessità del corpo per un guadagno spirituale. Secondo la filosofia indù, il cibo significa gratificazione del corpo e, invece, affamare i sensi vuol dire elevarli alla contemplazione. Attraverso il controllo del corpo fisico, delle emozioni e della mente, si può arrivare all’obiettivo finale della conoscenza incondizionata, o liberazione dal ciclo della rinascita, in unione con il trascendente.

Nella religione ebraica.

Digiunare vuol dire confessare la totale dipendenza da Dio, attribuire solo a Lui il potere e la gloria. Ci sono molti passi nella Bibbia che parlano del digiuno, ne chiariscono gli scopi e i benefici. Il libro del Levitico prescrive: “Nel mese settimo, il 10 del mese, digiunate e non fate nessun lavoro… di tutti i vostri peccati sarete purificati alla presenza del Signore”. È il digiuno del giorno dell’Espiazione. Qui il digiuno appare quindi nella sua funzione purificatrice. Troviamo in Zaccaria Nel digiuno praticate la giustizia e la fedeltà: esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Anche oggi vengono osservati alcuni giorni di digiuno nel calendario ebraico, memoria di avvenimenti storici, tra cui quello più importante rimane lo Yom Kippur (la seconda discesa di Mosè dal monte Sinai). Vi vengono praticate alcune restrizioni o afflizioni: non bere, non mangiare, non ungere il corpo con oli profumati, non indossare scarpe di pelle, non avere rapporti sessuali. In questa visione il sacrificio diventa un rito.

Nella chiesa cristiana cattolica.

Il digiuno e l’astinenza – insieme alla preghiera, all’elemosina e alle altre opere di carità – appartengono, da sempre, alla vita e alla prassi rituale della fede. Digiuno e astinenza non sono forme di disprezzo del corpo, ma strumenti per rinvigorire lo spirito, rendendolo capace di esaltare, nel sincero dono di sé, la stessa corporeità della persona. Il digiuno dei cristiani trova il suo modello e il suo significato nuovo e originale in Gesù. È vero che il Maestro non impone in modo esplicito ai discepoli nessuna pratica particolare di digiuno e di astinenza. Ma ricorda la necessità del digiuno per lottare contro il maligno e durante tutta la sua vita, in alcuni momenti particolarmente significativi, ne mette in luce l’importanza e ne indica lo spirito e lo stile secondo cui viverlo. Quaranta giorni di digiuno precedono il combattimento spirituale delle “tentazioni”, che Gesù affronta nel deserto e che supera con la ferma adesione alla parola di Dio. Gesù si reca nel deserto e viene tentato da Satana:<< Se sei veramente il figlio di Dio trasforma queste pietre in pane >>. <<Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio>> risponde il Messia. Con il suo digiuno Gesù si prepara a compiere la sua missione di salvezza in obbedienza a Dio Padre e in servizio d’amore agli uomini. Quando gli viene domandato per quale motivo i suoi discepoli non praticano le forme di digiuno che sono in uso presso taluni ambienti del giudaismo del tempo, Gesù risponde:<< Finché gli invitati alle nozze hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno >>. In queste parole la Chiesa trova il fondamento dell’invito al digiuno come segno di partecipazione dei discepoli all’evento doloroso della passione e della morte di Cristo, e come forma di culto spirituale e di vigilante attesa, che si fa particolarmente intensa nella celebrazione dei giorni che precedono la santa Pasqua (quaranta giorni della Quaresima). Il riferimento a Cristo e alla sua morte e risurrezione è essenziale e decisivo per definire il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza, come di ogni altra forma di mortificazione: << Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua >>. (Dal decreto della Conferenza Episcopale Italiana 4 ottobre 1994 festività di San Francesco)

Il digiuno ortodosso

Il digiuno «è una istituzione antichissima stabilita sin dal paradiso». Questa citazione di san Basilio sottolinea che il digiuno è «l’espressione migliore dell’ideale ascetico dell’ortodossia». La Chiesa ortodossa ha sempre proclamato il grande valore del digiuno per la vita spirituale dell’uomo e la sua salvezza, basandosi sulle fonti bibliche e apostoliche, e soprattutto sul suo significato cristologico. «Tutti i fedeli sono chiamati a conformarvisi, ognuno secondo le proprie forze e le proprie possibilità, senza però avere la libertà di ignorare questa istituzione sacra». Il digiuno è legato alla preghiera, al pentimento e alla beneficenza, «soprattutto nella nostra epoca in cui la distribuzione ineguale e ingiusta dei beni giunge a privare interi popoli del loro pane quotidiano». I più importanti digiuni prescritti dalla Chiesa ortodossa sono: quelli che precedono le festività di Pasqua (Grande Quaresima), dei santi apostoli Pietro e Paolo, di Natale, e della Decollazione di san Giovanni il Precursore. (Dal Santo Concilio Ortodosso, documento sul Digiuno giugno 2016)

Il digiuno nella tradizione islamica

Più che nelle altre confessioni, il digiuno per i musulmani è un momento di condivisione collettivo. La famiglia in primis e tutta la comunità si uniscono in questo atto di fede verso il Dio unico per celebrare la discesa del Corano, attraverso l’Arcangelo Gabriele, al Profeta. Questo digiuno o periodo del Ramadan è uno dei pilastri dell’Islam descritto specificamente nel Libro Sacro nella seconda sura: << O voi che credete! V’è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate divenire timorati di Dio V. 183 >>. << per un numero determinato di giorni; ma chi di voi è malato o si trovi in viaggio, digiunerà in seguito per altrettanti giorni. Quanto agli abili che lo rompano, lo riscatteranno col nutrire un povero. Ma chi fa spontaneamente del bene, meglio sarà per lui; il digiuno è un’opera buona per voi, se ben lo sapete V. 184 >>. << È il mese di ramadan, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvazione, non appena vedete la nuova luna, digiunate per tutto quel mese, e chi è malato o in viaggio digiuni in seguito per altrettanti giorni …. V. 185 >>. Il digiuno di Ramadan è un obbligo divino, il suo carattere non è quello penitenziale, ma di avvicinamento e ricerca dell’altissimo. Mediante il digiuno di Ramadan si partecipa ritualmente alla discesa dei precetti divini trasmessi al Profeta, si rivive quell’evento. Questo significato è, al di là delle divisioni, il sentire comune di tutti i musulmani. È inoltre molto radicata la consuetudine di pregare nelle notti di questo periodo, e secondo quanto riportato dagli Hadit, il Profeta ha affermato che chi prega nelle notti di Ramadam con sincero pentimento e non per fare mostra di sé, vedrà perdonati i propri peccati. Il digiuno è valido se si accompagna ad un sentimento di giustizia e di misericordia; le menzogne, la maldicenza, la cupidigia, il giurare il falso e la concupiscenza ne annullano l’effetto. Alla rottura serale del digiuno (iftar), spesso nelle moschee si predispone una sorta di mensa per dare da mangiare ai più poveri. Le famiglie accolgono parenti, amici e bisognosi nello spirito della misericordia che è alla base della rivelazione divina. Se da un lato vi è continuità con le precedenti tradizioni, nel digiuno prescritto dall’Islam è prevalente l’aspetto della ricerca del Divino e della riconoscenza verso Colui che guida l’esistenza terrena in attesa della resurrezione. Ancora oggi questo rito è una realtà vissuta con impegno e devozione presso i popoli musulmani che coinvolge l’essere umano nei suoi sentimenti e nelle manifestazioni del suo vivere quotidiano.

 

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