Auto da Fè. Il legame sottile tra un Libro e la Santa Inquisizione: il fuoco

Di Francesco Gianola Bazzini

Questo mio contributo non vuole essere una recensione di un testo che sarebbe ben più articolata. Ho voluto invece evidenziare il legame di un testo con un argomento, che attraverso il titolo ed il suo epilogo ad esso si ricollega. Tra i libri non letti mi è capitato tra le mani tempo fa “Auto da Fè”[1] di Elias Canetti, Nobel per la letteratura postumo nel 1981 (il libro è pubblicato la prima volta nel 1935). Ho incominciato a sfogliarlo, e piano piano ho capito che il testo rappresentava per me un forte interesse per due ordini di motivi: il legame quasi paterno del protagonista del romanzo con la sua biblioteca unito al tragico epilogo che lo porta, con i suoi amati libri, ad un vero e proprio Auto da Fè. In secondo luogo il titolo del libro: Auto da Fè – Atto di fede; la sublime immolazione purificatrice della propria irrinunciabile coerenza. Cerimonia (?) celebrata dalla Santa (?) Inquisizione che seguiva ai processi per eresia o presunta tale. Ma su questo torniamo dopo.

 

Il libro: brevi parti introduttive e finali

<<Il Professor Peter Kien, è un uomo lungo e asciutto, studioso di sinologia (Pag 18)>>. <<La sua biblioteca si trovava nella Ehrlichstrasse di Vienna, al quarto ed ultimo piano del n.24. La porta dell’appartamento era dotata per sicurezza, di tre complicate serrature …. Quattro locali alti e spaziosi formavano la sua biblioteca. Tutte le pareti erano tappezzate di libri fino al soffitto. Nel soffitto si aprivano dei lucernari. Era orgoglioso di quella sua luce che pioveva dall’alto. Le finestre erano state murate parecchi anni prima …. In tal modo egli aveva guadagnato in ogni stanza una quarta parete, il che significava più posto per i libri. Ogni giorno prima di mettersi allo scrittoio, benediceva quell’idea e la costanza con cui l’aveva perseguita, perché ad essa doveva la realizzazione del suo maggior desiderio: possedere una biblioteca ricca, ben ordinata e chiusa da tutti i lati, nella quale nessun mobile superfluo, nessuna persona superflua lo distogliesse dai suoi gravi pensieri (Pagg. 32-33) >>.

Peter misogino e schivo rispetto ad ogni rapporto umano assume come governante certa Therese Krumbholz, con lo specifico e principale compito di tener spolverati libri e scaffali. Ma l’interesse e la cura di Lei per il suo lavoro unitamente al suo desiderio di acculturarsi chiedendo al Professore di farle leggere qualche libro, scatenano in Lui un sentimento misto di pietà e di tenerezza. Per farla breve le chiede la mano e i due convolano a nozze.

Da quel momento la vita del solitario Kien viene sconvolta, fatica a consumare i doveri coniugali e la dimessa Therese si fa via via più intraprendente e interessata. Fatto sta che nel giro di poco tempo la Sposa prende il sopravvento divenendo di fatto il padrone del vapore. Il professore viene messo alla porta e la domestica prende possesso dei libri e della casa. Quasi senza soldi e in preda a rimorsi si trova a dover vivere tra una squallida pensione e in parte ospite dal portinaio della sua casa, uomo quest’ultimo volgare e privo di scrupoli che intraprende una relazione con Therese.

L’arrivo del fratello Georg Kien, illustre e facoltoso psichiatra rimette le cose momentaneamente al suo posto. Liquida con una somma di denaro il portiere Pfaff e la moglie Therese, purché non si avvicinino più a lui, e garantisce al fratello una piccola rendita per sopravvivere. Ma ormai Peter è perso. In un turbillon di immagini al confine tra realtà e incubo, il professore si sente assediato. E’ impazzito. Omicidio di Therese? Il portiere che cerca di entrare? La polizia che cerca di arrestarlo? E’ assediato. Georg, Georg, ma anche l’immagine del fratello gli appare nemica, vuole impossessarsi della sua biblioteca, farsene un vanto, disconoscendone la paternità al fratello sinologo. Non rimane che una sublime immolazione purificatrice. << Quando finalmente le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita (pag. 532) >>.

 

L’Auto da Fé (il rogo)

Il Professor Kien giunge al supremo sacrificio come un eretico (dal greco airesis, aireticos dal latino haereticus = colui che sceglie). Estremo sacrificio al suo patrimonio di conoscenze che non vuole sia disconosciuto e che vuole portare con sé nell’ora estrema.

Ben diverso lo spirito che animava la Santa Inquisizione nel comminare la pena del rogo a chi veniva considerato vero e proprio eretico, colui che anche di fronte alla fine tremenda che lo aspettava non recedeva dalle sue convinzioni. Una scelta dunque portata alle estreme conseguenze. Scrive Don Umberto Cocconi nel suo libro “La lebbra dell’anima”[2], in cui si narra la storia e la fine dell’eretico parmigiano Gherardo Segarelli, precursore di quel Fra’ Dolcino la cui eresia e la sua tragica fine, sono ampiamente documentate: << L’eresia era percepita dalla Chiesa alla stregua d’una malattia: era una ferita per la quale la medicina non conosceva altra cura se non l’amputazione dell’arto infetto, che se fosse stato lasciato attaccato al corpo avrebbe diffuso la malattia mortifera in tutto l’organismo. L’eresia, pertanto, era sinonimo di peste, di scabbia, di lebbra, di cancro di veleno che risale all’antico serpente. E siccome molte malattie si curavano col fuoco, anche gli eretici venivano bruciati cosicchè l’infezione non si propagasse. ……. Occorre aggiungere inoltre, che la pratica del rogo veniva adottata in conformità a un precetto sancito dal quarto Concilio Lateranense del 1215 che prescriveva agli ecclesiastici di non spargere sangue >>.

 

La Santa Inquisizione

Curiosità e orrore rivestono l’approfondimento di una delle pagine più oscure della storia della Cristianità. E l’analisi per quel che mi riguarda risale a qualche anno fa. In particolare con riferimento all’inquisizione praticata in Spagna ed in Sicilia. Non dimenticando che questa pratica nasce molto prima di venir istituzionalizzata nella Spagna di Ferdinando ed Isabella, ed era diffusa ovunque. La morte di Segarelli e Dolcino avviene agli inizi del XIV secolo. La lettura di un libro di Leonardo Sciascia Morte dell’inquisitore[3], mi ha portato in un mio viaggio a Palermo qualche anno fa, a visitare il palazzo Chiaramonte – Steri sede dell’inquisizione palermitana dove nelle celle definite Carcere dei penitenziati, in cui erano trattenuti i presunti eretici, sono stati riscoperti graffiti strazianti dei condannati. Il libro narra di un episodio realmente accaduto. Del resto Sciascia si occupa di questo tema in un altro libro, sempre riferendosi ad un fatto reale: La strega e il Capitano[4]. Di questo episodio ne fa pure cenno il Manzoni nei suoi Promessi Sposi. Un testo molto interessante e molto analitico sull’argomento è L’Inquisizione spagnola[5] di Arthur Turberville, docente universitario inglese del secolo scorso.

Il tema meriterebbe un approfondimento ad hoc, mi limito a un breve excursus sul macchinoso procedimento che portava all’atto finale, in cui i condannati, fino a quel momento ignari delle colpe che gli venivano attribuite, si ritrovavano catapultati a forza sul palcoscenico dell’Auto da Fé, una cerimonia complessa con tutti i suoi riti macabri circondati da un’alea di santità. Le pene comminate erano di vario tipo, tra queste quella del rogo, a discrezione naturalmente degli inquisitori. A questo proposito atroce è la fine di Fra’ Dolcino e della sua compagna Margherita in un tour dell’orrore per le vie di Vercelli.

Quello che sconcerta è che questa pratica era comunemente accettata anche dal popolo che partecipava con curiosità morbosa a questa sorta di corrida sacra il cui finale era già scritto.

 

Come si arrivava ad una condanna, quale il percorso?

Le informazioni sulla possibile presenza di eretici ed eresie venivano acquisite inizialmente attraverso due espedienti: la proclamazione di un “Periodo di grazia” con cui si prometteva un trattamento più mite a chi si fosse spontaneamente autodenunciato e quello costituito dall’”Editto di Fede” con cui si invitavano i fedeli, pena anatemi, scomuniche e condanne, a denunciare i casi di eresia o di altri atteggiamenti giudicabili dal Santo Uffizio. Ma la fonte più importante era la “Diffamatio”, cioè la delazione di vicini o più semplicemente di invidiosi, concorrenti o nemici, che attraverso la maldicenza trovavano un comodo strumento per eliminare una persona scomoda. Una volta acquisita la notitia criminis iniziava il vero e proprio procedimento. Le informazioni raccolte venivano sottoposte ai cosiddetti calificadores una sorta di giudici per le indagini preliminari che decidevano se vi fosse o no luogo a procedere. L’accusato solitamente durante un primo interrogatorio veniva invitato a recitare il Credo, il Pater Noster e l’Ave Maria. La cattiva conoscenza di questi Pilastri di Fede era già un segno iniziale di conversione recente, di facciata o di poca pratica dei canonici luoghi sacri. Con l’inizio del processo vero e proprio l’accusato veniva portato davanti all’inquisitore, spesso un appartenente agli ordini mendicanti, in particolare dell’ordine dei Domenicani. L’imputato poteva essere assistito da un difensore, ma come sottolineava Bernardo Gui (grande inquisitore domenicano) nel suo manuale sull’inquisizione, il difensore era anch’esso suscettibile di essere processato come fautore di eresie. Questo a conferma del poco zelo che questi ultimi mettevano nel loro ufficio di difesa. Lo stesso dicasi dei testimoni chiamati a discolpa. Tra l’altro ogni contatto tra imputato e difesa doveva avvenire alla presenza dell’inquisitore. Ai testimoni dell’accusa era invece garantito l’anonimato. La delazione e la chiamata di correi era sempre un gradito elemento per alleggerire la propria posizione. Finita la fase istruttoria l’inquisitore si consultava con il Vescovo e se le prove non erano soddisfacenti per una condanna immediata si procedeva con la tortura. Va detto che durante ogni fase l’imputato veniva invitato a confessare spontaneamente la sua colpa, ciò che gli avrebbe consentito di vedersi infliggere una immediata ma più leggera condanna; “perché Il Tribunale dell’Inquisizione veniva sempre ricordato all’imputato non mirava alla punizione del corpo ma alla salvezza delle anime delle pecorelle smarrite”. Non entro nei particolari, in sintesi le pratiche più frequenti erano la slogatura delle membra Il tiro di corda o La tortura dell’acqua con cui il condannato era ingozzato di acqua fino a soffocare. Va detto che la tortura poteva essere comminata anche ai testimoni o a coloro che si erano autodenunciati, per estorcere presunti complici o più semplicemente persone scomode che si volevano eliminare. Le condanne più lievi e le rare assoluzioni avvenivano a volte all’interno del palazzo dell’inquisizione. Per le altre si procedeva pubblicamente con la cerimonia dell’Auto da Fé.

 

Come si articolava la cerimonia dell’”Atto di Fede” che prevedeva, va sottolineato, l’indulgenza per i propri peccati a chi vi avesse partecipato come spettatore?

Nelle principali piazze o in luoghi dal particolare valore sacro si celebravano gli Auto da Fé o Atti di fede. Erano grandiose e pompose cerimonie pubbliche in occorrenza delle quali erano approntati palchi per le autorità, per il clero, per l’aristocrazia e platee per il pubblico. La cerimonia era preceduta da un lungo sermone, una sorta di omelia e da una processione di condannati, alabardieri, autorità civili e religiose. L’effige portata ben visibile in capo al corteo era la croce verde in campo nero, simbolo dell’inquisizione, con a lato i simboli dell’ulivo e della spada (misericordia e giustizia). Le condanne comminate, di cui ricordiamo l’imputato veniva portato a conoscenza solamente in questo atto finale, potevano essere quelle considerate più lievi (si fa per dire) dell’esilio temporaneo o definitivo, del carcere più o meno lungo, delle fustigazioni, che si eseguivano girando per le vie della città accompagnate dal rullo dei tamburi. In questo ambito si potevano aggiungere pene accessorie quali l’interdizione dai pubblici uffici, il sequestro dei beni e l’obbligo di indossare per un periodo il sanbenito, una casacca che identificava l’eretico pubblicamente come “peccatore”. Il sanbenito doveva essere conservato pubblicamente nella chiesa parrocchiale del condannato con tanto di nome e cognome.

Le punizioni più gravi erano l’invio del condannato alle galere o il rogo. Ma, ed è qui la parte più grottesca, l’esecuzione era riservata al braccio secolare (le autorità civili) “La madre chiesa non può versare il sangue neppure del più recalcitrante dei suoi figli”. Naturalmente la consegna al braccio secolare equivaleva ad una sentenza di morte. L’invio sulle galere aveva un duplice scopo, avere uno schiavo a costo zero, molti morivano sotto le sferzate o dalla fatica, ed inoltre come consigliato da Papa Borgia Alessandro VI, evitare con il carcere il contatto con altri detenuti e quindi il diffondersi dell’eresia.

La punizione più terribile era il rogo, naturalmente alla presenza di un inquisitore che avrebbe così attestato la conclusione del procedimento, ma senza sporcarsi le mani.

Fino alla lettura della sentenza si potevano abiurare le proprie convinzioni e redimersi. In questo caso la pena veniva commutata nel carcere a vita. Dopo la lettura della sentenza, l’abiura poteva, sottolineo poteva, prevedere una misura di misericordia: cioè il condannato veniva strangolato prima di essere bruciato. Ma il pentimento – post era visto con diffidenza, in quanto più dettato dalla paura che da un sincero pentimento.

Il condannato veniva issato legato ad un palo su una pira di legname, cui veniva appiccato il fuoco. Il fuoco rappresentava elemento di distruzione ma altresì di purificazione, pena, estremo sacrificio e strumento di oppressione.

  1. Elias Canetti: Auto Da Fé, Garzanti, Milano, 1987.
  2. Don Umberto Cocconi: La Lebbra dell’Anima, Monte Università Parma, Parma, 2018.
  3. Leonardo Sciascia: Morte dell’inquisitore, Adelphi, Milano, 1992.
  4. Leonardo Sciascia: La Strega e il Capitano, Adelphi, Milano, 1999.
  5. A.S.Turberville: L’Inquisizione Spagnola, Feltrinelli, Milano, 1965.

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