“31 anni e una pandemia”. Capitolo 28: Neve

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte III
“Perseverare”

28. Neve

Che bello, finalmente sei arrivata, Neve!

«Credevo che tu mi temessi…»

Io non temo te, ma il ghiaccio. È per questo che adesso sto andando ai 50 all’ora sulla Strada Fondovalle. Col cambio automatico non so quanto controllo potrei avere in caso di sbandata. E comunque, guarda come sei bella. Quando ci sei tu, anche il cielo coperto acquista un suo fascino. Sembra meno minaccioso. E guarda là in fondo! Si scorge il sereno. Come fai a rendere tutto così vivido?

«Uniformo tutto ciò che copro, così tu puoi vedere meglio il resto.»

Hai ragione. È per questo che ti preferisco alla pioggia. Quando le nuvole sono nere, sembra subito sera e non vedi altro che lo scrosciare delle gocce. Solo il suono su un tetto a vista sa essere rilassante, altrimenti mi mettono tristezza. Tu, invece, mi rievochi delle immagini da film, case in legno sperdute tra boschi e laghi. Un bel caminetto in sasso, una tisana fumante ed ecco la magia. Come mi piacerebbe!

«Allora perché mi frequenti così poco? Un tempo non ero solo un pericolo per te, ma anche un divertimento.»

Lo so. Saranno passati 25 anni da quando i miei cugini mi avevano fatto provare il bob sui campi dietro casa. Poi hanno cominciato a operarmi e i terreni scivolosi sono diventati una minaccia. Quante volte mi è mancato il respiro quando il gommino della stampella scivolava sul pavimento. E poi non dovevo sporcarmi, o bagnarmi, perché le medicazioni erano fresche.

«D’accordo, basta. Non voglio rattristarti. Stai andando a scuola?»

Sì. La stragrande maggioranza degli alunni è ancora a casa e probabilmente ci resterà fino a gennaio. Noi docenti continuiamo a essere presenti in aula per quelli più in difficoltà, che invece possono presenziare sempre. Per fortuna la curva dei contagi e l’indice Rt sembrano in diminuzione. Soprattutto il secondo, ieri era a 0,91, ma con 800 morti. Troppi.

«Cosa si prospetta?»

Domani torneremo in zona gialla. Un nuovo DPCM ha già imposto delle limitazioni per Natale, Capodanno e l’Epifania: sarà vietato muoversi al di fuori del Comune senza adeguata giustificazione. Ovviamente sui media è già scattata la diatriba. Ci sono i delusi della settimana bianca e quelli che pensavano di schivare il divieto cenando in albergo. C’è pure chi continua a ribadire la sacralità del Natale e che non sarà il Governo a decretare l’ora di nascita di Gesù Bambino. Sì, perché vi sarà ancora il coprifuoco, quindi niente messa a mezzanotte. In pochi ricordano che quella del 25 dicembre sia una convenzione di origini pagane, ma lasciamo perdere. Non ho voglia di polemizzare.

«Lo vedo. La tua fronte è più distesa, senza quel cipiglio che spesso hai quando rimugini. C’è qualcosa che ti ha reso felice?»

C’è che, nonostante tutto, sto provando un certo piacere nel seguire una classe di prima superiore. I ragazzi stanno affrontando un intenso programma di grammatica sulle parti del discorso. È una mole tremenda di nozioni che la maggioranza dei parlanti non ricorda più. Io stesso mi sono ritrovato a scoprire tante regole delle quali non sapevo l’esistenza.

Discorso diverso per Chimica e Informatica. Con loro sto facendo un tuffo nel passato. Tra leggi fondamentali, conteggio degli atomi e conversioni da decimale a binario, sto un po’ rivivendo il mio biennio all’Informatico. Si parla del lontano 2004. Mi viene da sorridere.

«Perché?»

Perché non avevo la minima idea di cosa fare della mia vita. Studiavo solo per il voto, non perché avessi una qualche curiosità verso la materia. Oggi invece sì. Guardo tutto con occhio indagatore e riesco persino a riutilizzare qualche conoscenza che pensavo perduta per sempre. Riesco a essere d’aiuto ai ragazzi quando il prof. della materia è impegnato, capisci? Non l’avrei mai pensato.

«Il ritorno del passato ti è sempre piaciuto tanto.»

Solo se ritorna con un senso nuovo. Se scioglie dei nodi irrisolti. Sapere che il tempo trascorso su quei banchi può essere utile mi riempie di gioia. Mi fa sembrare meno tetro un periodo che considero come un personale Medioevo.

«Sento che c’è qualcos’altro…»

Già. C’è una grande novità. Il mio editore mi ha commissionato un libro. Ti rendi conto?!

«A dire il vero, no. Cosa ci sarebbe di così speciale?»

La vita dell’esordiente è un continuo proporre ed essere rifiutati. Di scrittori ce ne sono anche troppi al mondo, quindi gli editori continuano a scremare e scremare finché non restano quelli che reputano buoni (o percepiscono come affare commerciale). In ogni caso, chi scrive è sempre in una posizione di svantaggio poiché tutto dipende dall’accettazione delle case editrici.

Quando invece sono loro a cercarti, la situazione si ribalta. Io non sono un caso commerciale. Devo aver fatto breccia col mio metodo. Con la mia visione del mondo. Nessuno investirebbe su un cavallo perdente, giusto? E pensa che stavo quasi per rifiutare!

«Davvero?»

Sì. Temevo che la scrittura avrebbe tolto troppo tempo allo studio per il concorso. Poi, a l’una di notte, mi sono messo a stilare una scaletta. Non riuscivo a dormire. Il giorno dopo l’ho sottoposta a mia cugina e a un’amica, che l’hanno trovata interessante. Tre giorni dopo avevo già scritto ventimila battute.

«Forse stai correndo troppo. La richiesta è ottima, ma non significa che diventerai ricco e famoso.»

Non pensarla in questi termini. È una questione di concetto. Qui c’è un editore che legge e scarta centinaia di libri all’anno. Tra quei pochi che ha tenuto, ha scelto me. So bene che non guadagnerò molto, ma almeno ho avuto la conferma che il mio pensiero può incuriosire.

«Te l’abbiamo già detto. Dipendi troppo dal giudizio degli altri.»

Per forza, non sono l’unica creatura sul pianeta. Ciò che è scritto è fatto per circolare ed essere letto. Nessun uomo scriverebbe, se non vi fossero gli altri. E io, dopo una vita a cercare di andare bene a questi Altri, ora vengo cercato da loro.

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