“31 anni e una pandemia”. Capitolo 21: Foglie d’autunno

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte II
“Liberato”

21. Foglie d’autunno

Il parchetto dalla stazione di Solignano è diventato proprio bello. Adesso ci sono lo scivolo nuovo e i cancelletti in legno. Forse hanno cambiato pure l’altalena. Ultimamente mi sembra di vedere più bambini, o magari è solo una mia percezione, dato che ci abito vicino.

Da piccolo non l’ho mai vissuto se non nei rari momenti in cui i proff. ci portavano a fine anno. Per me il parchetto è sinonimo di scuola, così come le foglie secche dei castagni. Alle elementari le avevamo raccolte per farci delle sagome colorate sui fogli da disegno. Ripenso alla poesia Soldati di Ungaretti.

Ora che l’autunno è alle porte, nelle foglie pericolanti non vedo i soldati ma i docenti. Con visiera e mascherine è come se fossero al fronte anche loro. In molti, dai 55 anni in su, hanno deciso di prendersi l’aspettativa in attesa del vaccino.

Ho la sensazione che la scuola stia tentando di ripartire solo per non dare l’idea che lo Stato si sia arreso. So che negli istituti verrà nominato un responsabile Covid che porterà in un’aula dedicata gli studenti sospetti. Con l’influenza stagionale in arrivo, però, quanti saranno i sospetti? Faremo il tampone a tutti? E quante classi chiuderemo in caso di positività? Davvero lasceremo a casa gli insegnanti assunti con “contratti Covid”? Potrei essere uno di loro.

«Di tutti quelli che stanno attaccati a un filo, tu pensi ai docenti. Che dovrebbero dire i malati?»

Parlo dei docenti perché la mia attenzione è concentrata lì. Sono in ansia.

«L’hai già detto…»

Ma adesso è diversa. È la vera ansia della precarietà, quella di quando vedi assegnare le supplenze e il tuo turno non viene mai. Oggi hanno convocato gli aspiranti per materia e non c’è stato posto per me. Non mi resta che attendere la chiamata sulle cattedre di sostegno come l’anno scorso. Il numero di alunni con bisogni educativi speciali supera di parecchio quello dei docenti abilitati per quel settore.

«Se non ti piace, smettila di lamentarti e comincia a cercare un altro lavoro. Vuoi la stabilità? Manda un curriculum invece di pretendere un posto che non ti spetta.»

Io non pretendo…

«Ah no? Conosci bene il sistema e sai che ci sono persone che hanno insegnato per più tempo di te. Sarebbe come se noi ci lamentassimo perché le foglie verdi sono ancora attaccate ai rami. Ogni cosa funziona a modo suo e non possiamo fare altro che accettarlo.»

Giusto! Io non trovo coerenza tra quello che sono e quello che ho realizzato.

«E cosa saresti, di grazia?»

Da un po’ di tempo mi ripetono due cose: che sto meglio in viso e che Solignano è troppo piccolo per le mie ambizioni. Dovrei andare in ambienti con personalità importanti che possano consigliarmi e dirigermi. La riforma scolastica e il potenziamento morale dei cittadini non possono partire da un paesino di collina. In più c’è stata una persona che, l’altro ieri, mi ha detto che io sono uno dei pochi con cui riesce a parlare, perché so accogliere il disagio degli altri senza giudicare. Sono complimenti bellissimi che mi danno la percezione di valere qualcosa.

«Questo non è ciò che sei. È ciò che dicono tu sia. Perché il tuo valore deve sempre venire dall’esterno?»

Perché il valore esiste solo se qualcuno te lo conferma.

«Qual è il problema, allora? Ti dicono che vali.»

Temo che lo facciano per compensare, come se il loro inconscio dicesse: “Il suo corpo è un catorcio, ma deve pur avere qualcosa di buono”. Questo qualcosa di buono è sempre stata la mente. Ma quale criterio credete abbiano usato per valutare la bontà della mia mente? I voti scolastici.

«Meglio. I voti sono un riferimento oggettivo, no? Li hai presi, sono certificati e nessuno te li toglie.»

Sì, ma per avere successo non conta tanto essere secchioni quanto avere qualità come l’intraprendenza, la socievolezza, il carisma, la consapevolezza di sé e dei propri bisogni, la propensione all’ascolto. A scuola mi dicevano che ero intelligente, maturo e persino affidabile, ma le ragazze non si conquistavano con la pagella. È stato allora che ho capito che il mito del “bravo a scuola” non funziona e che una media superiore all’8 non è indice di maturità. Crescendo ho scoperto che non funzionano nemmeno per trovare un buon lavoro. Le mie credenze erano come voi, foglie sorrette da un picciolo debole.

«Basta, ti preghiamo! Porta la tua angoscia altrove.»

Ho capito che queste Foglie non hanno proprio voglia di ascoltarmi. Forse è la loro condizione sospesa a incattivirle. Mi viene voglia di provocarle. Visto che parlano di angoscia, potrei dire loro che la signora Angela, quella diventata famosa col meme “Qui non ce n’è di coviddi”, ha raccolto centonovantamila follower su Instagram. È diventata un’influencer e presto potrà far fruttare la cosa. Però no, è una cosa che fa disperare me. A loro non interessa.

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