“31 anni e una pandemia”. Capitolo 6: (Didattica a) Distanza

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Giuseppe Turchi

31 anni e una pandemia

 

Parte I
“Incatenato”

 

6. (Didattica a) Distanza

No, caro il mio Pino potato. La didattica a distanza non funziona. Ti giuro: ogni volta che concludo una lezione mi viene l’ansia. E pensa che io sono un supplente di Sostegno assegnato a uno dei ragazzi più educati e diligenti della classe. Il mio compito si limita a fare mappe concettuali e a dare un supporto durante le verifiche per sei ore alla settimana. Tutto il resto è burocrazia.

«Come la vivono i tuoi colleghi? Spiegami.»

Sono in tanti a denunciare la gravità della situazione. Ho sentito di maestre alle elementari che hanno rinunciato al programma didattico per dare un supporto morale ai propri bambini. L’importante è non lasciarli soli, farli parlare. Alle medie e alle superiori, invece, ci sono stati docenti che hanno caricato di compiti gli alunni. Per non parlare di tanti altri problemi che sono emersi all’improvviso: studenti senza mezzi, che abitano in zone dove la connessione è pessima, o con disabilità così gravi da richiedere più di una figura a loro sostegno.

«E a livello di normativa ministeriale?»

Un delirio. All’inizio sembrava un “tutti promossi”, che poi è diventato un “tutti promossi” con riserva. Non ci è ancora chiaro cosa significhi. La nostra didattica è vincolata da un sacco di “non”.

Non possiamo obbligare gli studenti a connettersi.

Non possiamo obbligarli a farsi vedere con la webcam per questioni di privacy.

Non sappiamo come registrare le assenze.

Non possiamo dare voti che fanno media.

Non sappiamo come valutare il rendimento a fine anno.

A furia di “non” le lezioni cominciano a perdere significato e sostanza. I ragazzi lo hanno percepito. Alcuni ne approfittano, altri si sono arresi completamente. Da settimane assisto a scene che oserei definire vergognose, a partire da chi attiva il microfono venti secondi dopo essere stato interpellato, fino a chi finge di seguire mentre gioca alla Playstation. Ho sentito la musichetta d’avvio della consolle, quel jingle ambient che tutti i videogiocatori conoscono. E quante volte l’imbarazzo è comparso sul volto dei miei colleghi alle parole “Prof. non riesco a scaricare il file condiviso”! Nemmeno loro sanno più se devono arrabbiarsi, far buon viso a cattivo gioco o arrendersi.

In presenza ti basta un colpo d’occhio per capire il morale della classe. Di fronte alla schermata nera di Teams dove tutti tacciono, invece, non puoi capire se i ragazzi sono annoiati, impensieriti, depressi, ostili. La sostanza della relazione educativa si degrada a ogni messaggio lanciato nel vuoto.

«Però tu hai fatto didattica a distanza all’università e ti è piaciuta, no?»

Diciamo che mi ha fatto comodo. Ho seguito due corsi mentre non stavo bene e questo mi ha permesso di risparmiare fatica, soldi e tempo. Conta poi che all’università sei più grande e cominci a intravedere un progetto di vita. Nessuno ti costringe a studiare e non hai la mamma chioccia che ti difende dai brutti voti. Insomma, sei automotivato. Sai di perdere tempo prezioso se non ti impegni. Tu non hai problemi di tempo, vero, Pino?

«Cosa c’entro io?

Sei tutto tagliato e perdi linfa, ma sei vivo e pronto a ricrescere. Nessuno ti metterà mai fretta. Nel mio mondo, al contrario, la fretta è diventata una costante. Laureati in fretta, trova lavoro in fretta, fa’ famiglia in fretta! Se resti indietro perdi occasioni, tipo quella di uscire dal nido o di fare figli nel momento biologicamente migliore. Gli obiettivi si allontanano sempre più, diventano distanti, e a loro non puoi ricollegarti tramite un computer.

«Non avrò problemi di tempo ma la mia vita è radicata qui. Non posso fare altro che crescere e sperare.»

Sperare?

«Sì, sperare che il suolo regga e che la pioggia scenda. Sperare di non essere d’intralcio al taglialegna e che nessuno appicchi un fuoco.»

Io devo sperare in settembre. Chissà in che modo ricominceranno le scuole, se in presenza o a distanza. Non so nemmeno se lo avrò, un posto a scuola.

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