L’integrazione tra sociale e sanitario nel post-Covid: verso il welfare comunitario

 

Di Stefania Miodini*

L’esperienza di ASP nel periodo Covid, come per tutte le strutture di accoglienza per anziani, è stata molto impegnativa e complessa per la gestione dei processi di lavoro, ma ancor di più per il bisogno di modulare continuamente il percorso di cura al fine di adattarlo alle nuove disposizioni dei decreti, sintonizzando contemporaneamente le azioni di tutela sanitaria con l’immutata necessità di relazione delle persone accolte.

In ogni caso la pandemia ci ha insegnato e ci sta insegnando molte cose. E la realtà dei servizi per anziani sarà ulteriormente diversa quando il virus sarà debellato e si dovranno proporre modalità differenti di risposta alle esigenze delle persone. Viviamo in movimento, come scrive Baricco (The Game). Dovremo obbligatoriamente realizzare quello che oggi chiamiamo welfare generativo favorendo il senso di comunità e costruendo servizi di prossimità ai cittadini che ne hanno bisogno, servizi di piccole dimensioni che mantengano le persone al domicilio, garantendo assistenza e sanità in modo integrato, in una logica “di servizio” e non “di prestazione”, in condizione di equilibrio e rispetto per la dimensione psicologica e la libertà di scelta.

Purtroppo la necessità di chiudere i centri diurni e gli spazi collettivi, e così pure l’isolamento delle persone in CRA, ognuna nella propria stanza con operatori irriconoscibili per l’obbligo di utilizzo dei dispositivi di sicurezza, ha fatto emergere un peggioramento significativo delle condizioni emotive e cognitive di tutti gli ospiti. Il mantenimento dei contatti attraverso le tecnologie informatiche (tablet, cellulari, videoconferenze) ha fatto da sostegno, ma non ha sostituito le attività dirette: l’aspetto positivo di tutto questo è che abbiamo avuto conferma dell’importanza di queste azioni. A volte sorgevano dubbi sull’efficacia degli interventi di socializzazione, animazione, stimolazione cognitiva, per quanto le valutazioni in itinere a presidio dei P.A.I. dessero supporto al riguardo, e la situazione di emergenza ce ne ha dato ulteriore conferma.

La salute non può essere valutata solo come benessere sanitario: sappiamo quanto l’interazione tra corpo e mente sia determinante e imprescindibile per la persona e soprattutto per la sua cura. Per gli operatori e per la direzione di ASP è spesso stato necessario confrontarsi con dilemmi centrali per la salute delle persone nella ricerca dell’equilibrio psico-fisico, dovendo decidere sempre in un tempo breve se e come accogliere le istanze portate. Ad esempio, se e quando consentire ai familiari di incontrare l’anziano. Come proteggere contemporaneamente i bisogni emotivi individuali in corrispondenza della salute collettiva. Come affrontare il tema della morte in solitudine. E così via. Generando modalità operative continuamente in auto-organizzazione.

Le CRA sono comunità di vita per 40/100 persone che convivono, abituate a interagire come se fossero una famiglia e con bisogni e condizioni di salute molto differenti tra loro. Gestire le persone con demenza è stata una sfida quotidiana, con dilemmi costanti nelle scelte di cura personali e di gruppo.

Ci siamo trovati nella condizione di dover decidere cosa dire, come affrontare l’argomento Covid, per proteggere, ma contemporaneamente non spaventare. Gli anziani a disagio sappiamo che tendono ad abbandonare il campo, e il trauma collettivo si è aggiunto a quello soggettivo, personale, familiare. Nella comunicazione con gli ospiti, gli operatori hanno dovuto allenarsi in un tempo brevissimo a utilizzare prevalentemente il tono della voce e i gesti per farsi riconoscere dagli anziani e rassicurarli, per non farli sentire abbandonati.

Senza che fosse necessario scoprirlo attraverso il virus, abbiamo compreso quanto importante sia la comunità esterna alle strutture di accoglienza, residenziali e di prossimità: prima dell’evento pandemico avevamo lavorato intensamente per abbattere le barriere tra il dentro e il fuori e considerare i legami con la comunità di appartenenza come vitali per la quotidianità degli anziani; dopo il periodo di isolamento forzato gli anziani e gli operatori stanno cercando di trovare modi adatti al contesto per rigenerare nuovi legami con il territorio per sentirsi parte integrante della città.

Abbiamo bisogno di adeguare la capacità di comunicare con le persone e di incontrarle nei loro luoghi di appartenenza; di “andare verso” oltre che accogliere nei servizi e ascoltare; di utilizzare al meglio la tecnologia per migliorare i servizi e ottimizzare i tempi a favore delle persone fragili; di potenziare la conoscenza del territorio, dei profili demografici, dei servizi e delle istituzioni presenti sul territorio per costruire intrecci permanenti ma modulabili in funzione dei bisogni emergenti.

In questo contesto lo sviluppo delle Case di Comunità è una prospettiva di grande rilievo, pensando ad una progettazione urbana condivisa tra i diversi settori coinvolti, compreso il sociale.

Non ci sono risposte per tutti i bisogni individuali e non sempre offrire una risposta prestazionale è la cosa più equa. I percorsi di aiuto devono essere costruiti con le persone, non solo per le persone, immaginando di mantenere l’attenzione ai diritti delle persone e potenziare la consapevolezza della necessità di recupero della dimensione del dovere soggettivo e della partecipazione attiva. Come dice Sergio Manghi, costruire una sorta di fraternità tra sconosciuti. È necessario offrire servizi e attivare occasioni civiche anche al fine di garantire la sostenibilità del sistema di welfare ed evitarne l’implosione.

È altrettanto centrale lavorare nella direzione di realizzare un approccio di aiuto di tipo comunitario attraverso nuovi intrecci interistituzionali, non solo per generare risposte maggiormente equilibrate in rapporto a risorse e bisogni, ma anche per uscire dalla dimensione individualistica degli ultimi anni. Costruire interventi di sostegno centrati sulla persona non vuole dire rispondere indiscriminatamente a tutti i bisogni, ma individuare tutti gli elementi che possono concorrere a generare processi di autoresponsabilità e autodeterminazione nella ricerca della soluzione al problema. E mettere in comune le risorse economiche e umane.

A maggior ragione in un mondo globale, “liquido” (Bauman), fatto di legami intensi ma brevi e fragili, dobbiamo impegnarci a valorizzare l’impegno a com-muoverci, a muoverci insieme alle persone in legami che sono capaci di rinnovarsi, attraverso la narrazione, le testimonianze, anche il buon uso delle tecnologie.

È necessario cambiare. Stiamo già cambiando. In questi anni abbiamo fatto molte “cose buone”, in stretta collaborazione tra tutte le istituzioni territoriali, ma forse ci siamo concentrati troppo sullo specifico delle singole appartenenze. Comune, AUSL, ASP, Terzo settore, devono ritrovare un luogo comune per offrire servizi alla persona in modo accogliente, integrato e non parcellizzato. Come ha sostenuto Ivo Lizzola (Varchi di uscita dall’Io ipertrofico): «Per rendere gli individui uomini e donne capaci di agire nelle loro difficoltà, occorre generare e alimentare continuamente anche la trama di una vita comune. Trama nella quale la danza tra capacità e fragilità non lasci nessuno escluso.»

*Direttore Generale ASP “Ad Personam”, Parma

 

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