Politiche ed interventi per promuovere la salute nelle comunità locali

di Marco Ingrosso1

Il promuovere la salute si articola in tre ambiti fra loro intrecciati: in primis l’ambito formativo, che non deve essere solo limitato alle fasi dello sviluppo (come è stato prevalentemente pensato finora) ma deve potersi estendere a tutte le età della vita (long life learning), in particolare quelle di apprendimento/cambiamento nelle fasi critiche e di passaggio del corso di vita. In secondo luogo, l’ambito comunicativo, inteso sia come comunicazione dialogica e multidimensionale (ossia relazionale) fra gli attori della salute, sia come comunicazione socio-ambientale, ossia informazione disponibile e ‘lanciata’ erga omnes attraverso i media. Il terzo ambito è quello delle politiche, degli interventi e delle risorse ambientali, in altre parole tutte le occasioni che permettono ad una popolazione residente su un determinato territorio di mantenere e sviluppare stili di vita sani, godere di una buona qualità della vita e poter usufruire di pratiche salutogenetiche in modo diffuso e agibile (ossia superando le diseguaglianze e le barriere di reddito, età, genere, cittadinanza, cultura, ecc.).

In questo breve scritto mi focalizzerò su questo terzo campo di condizioni e interventi. La lunga esperienza delle ‘città sane’ e della promozione della salute negli ambienti di vita (scuola, lavoro, spazi di tempo libero, ecc.), sviluppata a partire dagli anni ’80 del novecento, ha evidenziato una lunga lista di possibilità di creare e mantenere spazi verdi, quartieri vivibili a misura di anziano e di bambino, di sviluppare attività di moto e sportive disponibili per la popolazione, di creare occasioni culturali aggregative e via enumerando. L’introduzione del concetto di salutogenesi nella promozione della salute (a partire da un articolo dell’ideatore del termine e della sua teoria: Antonowsky, 1996) ha inoltre evidenziato la possibilità di sviluppare una serie di ‘risorse di adattamento e di resistenza’ di tipo ‘generalizzato’ (ossia diffusamente disponibili) o ‘specifiche’ (ossia create ad hoc per la specifica necessità e occasione). In generale, il concetto di salutogenesi ci dice che dobbiamo sempre pensare non solo a curare terapeuticamente e a prevenire i rischi per il benessere, ma che è altresì necessario e utile (in termini di benefici e risultati) favorire processi di sostegno al ‘senso di coerenza’ e alla resilienza (personali ma anche collettivi) sia nelle fasi di benessere della vita sia nelle fasi di malessere e disadattamento, quindi tanto per le fasce di popolazione che stanno vivendo fasi di relativo adattamento e di equilibrio, quanto per altre che attraversano momento critici e di cambiamento. La novità introdotta dall’evento-Covid è quella che tutte le persone che fanno parte di tutte le popolazioni mondiali hanno subito stress prolungati e quindi (con modalità e intensità diverse) tutte attraversano un lungo periodo di crisi e ridefinizione.

Il concetto di ‘sense of coherence’ personale è inteso da Antonowsky come un costrutto che favorisce l’adattamento e la capacità di far fronte alle difficoltà della vita (coping): esso però può essere creato e mantenuto solo grazie ad un insieme di ‘risorse di resistenza’ che il soggetto incontra nel proprio percorso di vita. L’autore ha dato diversi esempi di tali risorse senza tuttavia proporre un modello o una classificazione ragionata (come invece ha fatto col concetto di ‘sense of coherence’); anche negli studi successivi che si stanno sempre più ampliando (Mittelmark M.B., Sagy S., Eriksson M. et al., 2017) non è stata finora sviluppata una casistica abbastanza ampia e ragionata di questi processi. Evidentemente essi non sono di tipo standardizzato, ma sono prettamente contestuali ad un insieme di dinamiche soggettive e sociali che producono effetti virtuosi. In ogni caso, si possono avanzare alcune indicazioni di massima su quali possono essere dei processi che è possibile favorire e indirizzare pensando a specifici settori territoriali organizzati e attivi.

In primo luogo, vi sono parecchi studi specifici sulla rilevanza sociale e personale delle attività di aiuto, cura e affiancamento esercitate da diversi soggetti sociali, in particolare quelli di terzo settore e del volontariato organizzato, ma anche quelli informali di vicinato e amicizia, così come quelli associativi e comunitari, che costantemente ricreano il capitale sociale di una comunità locale. Questi ambiti generano inclusione, riconoscimento, coesione sociale e contengono molti processi degenerativi che possono avvitarsi in situazioni socialmente distruttive e conflittuali.

Anche le attività culturali, artistiche, spirituali sono state analizzate come capaci di creare coesione, vicinanza, fiducia sociale, senso e quindi contenere le percezioni di sfiducia, paura, ansia, solitudine, migliorando il senso di appartenenza e l’attesa di futuro. Esse dunque devono essere viste come processi sociali rilevanti per la creazione di benessere e salutogenesi in una comunità locale.

Fra le attività che si pongono a cavallo fra il mantenimento dell’equilibrio personale nelle fasi di benessere e il ripristino durante le fasi di disadattamento, malessere, convalescenza possiamo altresì annoverare diverse pratiche corporee (o di equilibrio mente-corpo) sia di provenienza ‘orientale’ (come yoga, meditazione, shiatsu, tai chi, ecc.) sia di provenienza ‘occidentale’ (training autogeno, ginnastica posturale, danza, immersione in ambienti naturali, cura del giardino e dell’orto, pratiche di relax, ecc.). Tali pratiche (alcune di tipo organizzato e professionale, altre di tipo informale) costituiscono un ulteriore campo di ‘risorse di adattamento’ che sarebbe utile riconoscere, valorizzare e utilizzare nei processi che favoriscono il benessere sociale e la salutogenesi.

La dimensione ambientale ed ecologica è inoltre sempre più riconosciuta come basilare per un vivere sani e in salute. Essa è legata al tema globale del clima e della transizione climatica globale in corso, ma è altresì legata alla vivibilità, alla sicurezza urbana, alla caratterizzazione storica e simbolica dell’abitare, in una stretta connessione fra salubrità e significatività culturale.

Relativamente a questi quattro campi d’azione, il vero salto che la promozione della salute/salutogenesi immagina e suggerisce è quello di estendere gli interventi a tutte le condizioni di vita attraverso un costante impegno collettivo. Queste pratiche sono oggi viste solo in un’ottica di preferenze prettamente individuali e distintive, ma per marcare la loro utilità anche in termini ‘di popolazione’, ossia come contributo al benessere sociale, corporeo e mentale di intere collettività, esse devono far parte di un’azione collettiva concertata, sistematica e di lungo periodo. Per far questo è necessario che esse siano conosciute e utilizzabili (sempre in modo volontario) da ampie fasce di popolazione, superando barriere e discriminazioni di accesso. Solo in questo modo si possono avere ampi e duraturi benefici collettivi, capaci di incidere sui dati di malattia, malessere, qualità di vita, durata di vita e quindi, potenzialmente, riducendo il burden of disease (ossia il peso della perdita di qualità di vita nei periodi di malattia, soprattutto cronica, che occupano lunghi periodi della vita) e i conseguenti costi legati alla non-autonomia, cronicità prolungata, assistenza ‘totale’ e istituzionalizzata, solitudine e così via.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario investire su nuclei attivi e professionali di promozione dalla salute situati nei quartieri (e magari operanti in ‘Case della salute di comunità’), coordinati a livello territoriale/comunale, aventi il compito di sviluppare azioni e progetti sociali capaci da dare una configurazione a queste “risorse di adattamento” comunitarie e insieme lavorare sugli ambiti della formazione e comunicazione.

Tutta quest’area di attività potrebbe far capo ai Comuni e quindi ai Sindaci e ad assessorati competenti, distinta dalla sanità professionale, ma insieme raccordata a livello operativo all’interno dell’insieme degli interventi socio-sanitari e promozionali facenti capo a Case socio-sanitarie della salute e del benessere condivise e gestite unitariamente a livello di quartiere. In tal modo anche il personale sanitario, e in particolare il medico di MG (o, come preferibile per il futuro, ‘della persona’) potrebbe avere a disposizione strumenti agibili per integrare gli interventi terapeutici con azioni favorenti stili di vita sani e processi salutogenetici, così come, viceversa, la conoscenza della popolazione e la vicinanza in occasioni non medicali potrebbe aiutare gli attori raccolti intorno alla promozione della salute a segnalare o mediare interventi sanitari, prevenendo processi degenerativi e patogenetici.

In una prospettiva che volesse intervenire in modo ampio e di lunga durata per sanare le ferite inferte e tutti e a ciascuno dalla convivenza col virus Sars-CoV-2, si dovrebbe quindi concepire e organizzare una nuova area di un continuum di salute che comprenda aspetti pre-medicali, salutogenetici e di adattamento oggi frammentati e mancanti (o agibili solo individualmente e per pochi) attraverso un investimento lungimirante realizzato da e con delle comunità locali innovative, capaci di far dialogare le componenti politico-istituzionali con quelle operanti nel campo della rigenerazione della salute e della qualità di vita.

Riferimenti:

Antonowsky A., The salutogenic model as a theory to guide health promotion, “Health Promotion International” 1996; vol 11, 1: 11-18.

Mittelmark M.B., Sagy S., Eriksson M. et al., eds, The Handbook of Salutogenesis, Switzerland: Springer; 2017.

1 Sociologo della salute e della medicina, docente ed “eminente studioso” dell’Università di Ferrara.

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