Oriente e Occidente- Immigrazioni Oriente e Occidente, ma non solo.

di Francesco Gianola Bazzini

Il contributo del sociologo Adel Jabbar Immigrati trasformazione sociale e partecipazione pubblica sempre così profondo nei contenuti, mi riporta con la mente al grandioso romanzo di Alessandro Manzoni I Promessi Sposi nel suo capitolo ottavo, a quelle bellissime note poetiche dell’addio ai monti sorgenti dall’acque.

I fenomeni migratori attuali ci sono spesso descritti attraverso le sue dinamiche quantitative e con l’analisi delle cause che li determinano. Da parte dei paesi di approdo, si mette spesso in evidenza la necessità di questo fenomeno con l’antipaticissimo: si adattano ai lavori che gli autoctoni non vogliono più fare, facendoci ritornare con la mente ai periodi bui della tratta di manodopera.

L’emigrazione è molto spesso un atto di coraggio da parte di chi non si arrende per se e per i propri cari, ad una situazione di assenza di prospettive siano esse lavorative o di qualità della vita. L’Italia non è rimasta estranea al fenomeno, intendo dell’emigrazione, non solo verso paesi lontani anche al di là degli oceani, ma anche al suo interno. In particolare dall’unità d’Italia in avanti, l’avanzare lento, ma costante dell’industrializzazione ed il progredire in termini tecnologici dell’agricoltura, hanno determinato lo spostamento della popolazione dalle campagne ai centri industriali e dei servizi terziari. Si è trattato a volte di piccoli spostamenti, magari di qualche chilometro, ma determinati sempre dalla speranza di miglioramento qualitativo della propria esistenza e di quella delle future generazioni.

I miei nonni materni, contadini della campagna parmense, si sono trasferiti nella città per consentire ai propri figli di studiare adattandosi ai lavori disponibili senza grandi opportunità de scelta. Il nonno guardia del dazio e nel tempo libero giardiniere in una casa di ‘Signori’. La nonna sarta in casa con la sua Singer nera a pedali. Il ricordo della propria precedente esistenza non aveva fatto venir meno quegli usi considerati essenziali per l’economia domestica: nel solaio della propria abitazione e di loro pertinenza, tenevano tre galline che assicuravano qualche uovo settimanale. Questa pratica, che oggi non si farebbe fatica a definire barbara, ha permesso alla mamma, alle sue sorelle e al fratello di studiare, e forse al sottoscritto di essere qui a scrivere.

Da parte di padre una emigrazione più antica, dal Veneto al Piemonte industrializzato, che consentì al nonno di diventare un piccolo imprenditore, nella Torino dei primi del novecento, nel settore dei macchinari per il trattamento del caffè.

Eppure se si considerano i processi migratori nel loro complesso, i miei avi si possono definire fortunati, in fondo la loro scelta è stata volontaria. Ben diverso il caso di coloro che non per scelta, ma per paura di un conflitto sanguinoso o di una costante minaccia di un signorotto o capo clan locale (un moderno Don Rodrigo), e non occorre andare molto lontano in paesi esotici, abbandona la propria terra nella quale avrebbe voluto costruire il proprio futuro.

Ma quale il senso di un riferimento alla lirica manzoniana. Nelle note poetiche e ricche di sentimento, Manzoni attraverso la sensibilità femminile di Lucia, ne sottolinea appunto i due aspetti per questo mi sembra denso di significato riportarle nella loro integrità.

«Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande»1.

L’ Amico Adel Jabbar ha sottolineato, tra le altre considerazioni, gli stati d’animo di chi lascia la propria terra con i ferri di un chirurgo d’esperienza, pardon con la penna di un accademico di spessore. Io semplicemente di getto riportando una pagina di un grande romanzo, che considero da sempre un fine strumento di studi psicologici e sociologici.

 

 

1A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. VIII

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