Si è fratelli e sorelle quando si condivide. La destinazione universale dei beni in Fratelli tutti

di Teresina Caffi

Mbobero è un villaggio a una decina di chilometri da Bukavu, nel Sud-Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo. Il 30 gennaio 2016 sono entrate in azione le ruspe che hanno dato man forte ai poliziotti nel distruggere una cinquantina di case della gente e un ospedale. La terra è stata presa dal più ‘grande’ del Paese, già proprietario di enormi ricchezze, sotto pretesto che l’aveva comprata, non certo dai suoi abitanti. L’azione, amplificata, si è ripetuta dall’8 al 10 febbraio 2018, lasciando circa tremila persone senza casa e senza terra. Intermediari accorti hanno fatto credere al grande capo che tutto gli apparteneva. Militarizzato lo spazio. In questi anni la popolazione ha conosciuto soprusi di ogni genere: separazione delle famiglie sparpagliate presso chi ha potuto accogliere l’uno o l’altro nelle case rimaste, depressione, fame, stupri da parte dei militari posti a guardia del possesso. E morti. L’ultimo, per mano dei militari, Patrick, il 6 dicembre. Come Cédrick, nel 2017, non voleva cedere loro il suo telefono. Patrick era attivo nella ricostituzione della vera appartenenza dei terreni.

Certo c’è la via legale che la gente, aiutata da un’associazione locale, sta cercando di percorrere, per dimostrare in base a documenti o al diritto tradizionale che la terra gli appartiene. Ma c’è di più. C’è da domandarsi: il diritto ad esistere – perché di questo si tratta – dipende da documenti di un catasto? La pazienza con cui, con l’aiuto di geometri hanno cominciato a ricostituire, pezzo dopo pezzo, le loro proprietà in vista di vederle riconosciute dallo Stato è la carta decisiva? L’essere umano per aver diritto a esistere necessita di documenti? E il potente, grazie a una montagna di soldi dubbiamente accumulata, ha il diritto di comprare l’esistenza di una popolazione?

C’è qualcosa che precede i catasti, gli acquisti, le documentazioni. Qualcosa che va dritto all’essere umano, a quei diritti che dopo un’enorme tribolazione l’umanità ha sancito il 10 dicembre di 72 anni fa come imprescindibili. La destinazione universale dei beni è madre e figlia di tali diritti.

Già in Evangelii Gaudium, papa Francesco aveva richiamato «la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. Il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde» (EG, 187). L’aveva ancora sviluppata in Laudato si’ (93-95) e vi ritorna nei nn. 118-120 di Fratelli tutti.

Nell’ultima enciclica, il Papa apre il discorso sottolineandone il fondamento universale: «Il mondo esiste per tutti, perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità» (FT, 118). Cita due padri della Chiesa: Giovanni Crisostomo, per il quale «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro»; e Gregorio Magno che ne tira le conseguenze : «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene» (FT, 119)1.

Prima di essere della chiesa, il principio della priorità dell’appartenenza comune è del mondo ebraico. Nell’Antico Testamento, l’idea era alla base del ‘sistema del sette’ che chiedeva ogni sette giorni riposo, ogni sette anni cancellazione dei debiti e al cinquantesimo anno, in più, la restituzione delle terre. Infatti, dice il Signore: «La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23b). Era il giubileo, annunciato nel Paese dalla tromba ‘yobèl’.

Per Luca, Gesù pone la sua venuta sotto il segno del giubileo accordato da Dio stesso a un’umanità incapace di saldare i suoi debiti, un ‘anno di grazia’ aperto e mai chiuso (Lc 4,19). E la condivisione dei beni dei primi credenti (At 2,44s) – non più l’‘elemosina’ – esprime questa convinzione: i beni sono per tutti e devono andare a profitto di tutti.

L’idea della destinazione universale dei beni, non è però solo ebraica o cristiana. Citando la Laudato si’, dopo aver affermato che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata», papa Francesco insiste sul fondamento universale di tale principio: «il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale», e aggiunge: «Ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società» (FT, 120).

Con questa sottolineatura, egli ribadisce quanto dichiarava ufficialmente il Concilio Vaticano II nel documento Gaudium et Spes : «Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità. Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli secondo circostanze diverse e mutevoli, si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. (…)» (GS, 69). Insegnamento già anticipato e poi ribadito dai Papi da Giovanni XXIII in poi2.

Questo principio consente di illuminare il giudizio etico su determinate questioni e trova applicazione nella ricerca di soluzioni a problemi concreti. Christian Mellon, in un suo contributo su Aggiornamenti sociali3, citava alcuni ambiti: la riforma agraria, i movimenti migratori, cui possiamo aggiungere, sulla scia di Laudato si’, la custodia della terra, gli sprechi alimentari4, l’accesso all’acqua potabile, che papa Francesco ha definito «come diritto che scaturisce dalla dignità umana, dunque incompatibile con la concezione dell’acqua come una qualsiasi merce»5.

La destinazione comune dei beni è nel fondamento stesso dello Stato, nato per proteggere i deboli nei confronti dei forti e per esigere da questi ultimi, mediante tasse e altri obblighi, il dovuto rispetto e protezione. È in nome di essa che per ragioni di interesse pubblico una proprietà viene espropriata.

Comprendere questo concetto significa passare dall’idea di aiuto a quella di restituzione, dall’idea di generosità a quella di giustizia: «La destinazione universale dei beni implica la giustizia, e non tanto la generosità o la solidarietà. I diritti sono fondati sulla giustizia, e non viceversa. Tutti hanno diritto a un pezzetto di terra, per il fatto che la terra è di tutti ed è di nessuno in particolare.»6.

Questioni di fondo vengono dunque poste alla coscienza non solo cristiana, ma di tutti. In questo tempo di pandemia, «mentre le fortune degli uomini più ricchi del pianeta continuano ad aumentare esponenzialmente – di oltre il 25% solo da aprile a luglio (…) – si dimentica che il ‘virus della fame’ sta colpendo la popolazione di alcuni dei Paesi più poveri del pianeta. (…) 55 milioni di persone, in 7 paesi, sono sull’orlo della carestia per l’effetto combinato di conflitti, disuguaglianze estreme e pandemia.»7. La fame è l’epifenomeno di altri aspetti come l’ingiustizia, gli affari condotti nell’indifferenza alle ricadute sociali, lo spreco, una politica internazionale di rapina, una finanza per cui conta solo il profitto, la produzione e vendita scriteriata di armi …

Ce n’è abbastanza per passare una notte insonne, dopo la quale far spuntare luci d’alba nel mondo. La gente di Mbobero lo sa, per quello è convinta di lottare con Dio. Sono le notti insonni che fanno difetto.

Teresina Caffi, Missionaria saveriana nella Repubblica democratica del Congo

1 Famoso l’appello di Basilio di Cesarea, che conclude: “…Il pane che tieni per te è dell’affamato; dell’ignudo il mantello che conservi nell’armadio; dello scalzo i sandali che ammuffiscono in casa tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra. Così commetti ingiustizia contro altrettante persone quante sono quelle che avresti potuto aiutare”.

2 Cf. Papa Giovanni XXIII, Messaggio radiotelevisivo dell’11 sett. 1962; Paolo VI, Populorum Progressio, 22; Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, 30.

3 Christian Mellon, “Destinazione universale dei Beni”, in Aggiornamenti sociali, 2/2012.

4 La Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace afferma che la cultura dello scarto, ci rende “insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione. […] Il cibo che si butta via è come se venisse rubato dalla mensa di chi è povero, di chi ha fame!” (7.10.2014).

5 Papa Francesco, Messaggio ai partecipanti alla Conferenza “La gestione di un bene comune: l’accesso all’acqua potabile per tutti”, Pontificia Università Urbaniana, 8.11.2018.

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