L’Occidente alla prova della pandemia

Il contributo che segue si inserisce nel dibattito  ‘Oriente e Occidente’ che raccoglie analisi, riflessioni e spunti per un aperto dialogo inerente l’incontro/scontro fra culture, tanto distanti quanto sempre più inscindibili. Uno sguardo panoramico, sul mondo in cui viviamo, sulle culture che lo abitano. Un ponte che facilita e promuove l’azione volta ad una umana globalizzazione.

di Alessandro Bosi

Una religione antiumana

Alla sua nascita, lo scorso 14 marzo, abbiamo scritto che Prospettiva avrebbe guardato dritto al vivente perché, quando è in discussione la sua sopravvivenza, non è il caso di stabilire gerarchie sul da farsi. Quell’obiettivo, che poteva sembrare generico, in presenza di Covid-19 assumeva connotati particolari che sono diventati ancora più evidenti ai nostri giorni. 

Quando apparve, medici e biologi ci spiegarono di non averne esperienza, ci ricordarono che la ricerca procede per tentativi ed errori e dissero di non essere certi sulla possibilità di produrre un vaccino, tantomeno di prevedere una data sulla sua eventuale disponibilità. Lavorando nei laboratori e negli ospedali, raccomandarono alcuni comportamenti individuali e collettivi da seguire con zelo. 

Uno di questi (mantenere il distanziamento sociale) ha fatto emergere una ulteriore mancanza di esperienza: non siamo abituati a regolare i rapporti di prossimità e distanza fra gli individui; costretti a farlo, ci siamo trovati, per contenere il dramma dei decessi e dei ricoveri in ospedale, a imporre la chiusura di entità produttive e di servizio creando pesanti dissesti nell’economia.

La logica di unire grandi masse in spazi ristretti per aumentare i ricavi e ridurre i costi, si è rivelata priva di alternative. Il Novecento in persona, ha introdotto quella logica con modalità senza precedenti nella storia: quando conveniva distribuire la ricchezza ad ampi strati sociali, mise mano alla catena di montaggio creando, nell’unità della fabbrica, il luogo dell’alienazione dove l’operaio diventava estraneo al prodotto che realizzava; se era necessario scolarizzare i figli degli operai, favorì l’affermazione della scuola pubblica, nata nei decenni precedenti, fino a creare un sistema scuolacentrico che ancora detiene l’esclusiva nella socializzazione delle giovani generazioni; se si trattava di garantire il divertimento a grandi folle, ecco pronta l’industria culturale che trasforma il prodotto dell’ingegno in merce e lo legittima se e finché sta sul mercato; per uniformare consumi e comportamenti, cosa di meglio del villaggio globale dove un deus loci ci persuade che tutto il mondo è paese? 

Non diversamente, per sterminare ingenti masse di popolazione, erano stati inventati i forni crematori da un’idea aberrante che non viene raschiata via da democrazie alle quali riconosciamo di averci garantito le migliori condizioni di vita mai conosciute in precedenza. Al fondo, rimane l’idea di creare istituzioni totali in un concerto liberale e democratico che tutto include, e tutto ruminando, riconduce alla propria corporeità. 

A fronte di ogni esigenza, il Novecento ha sempre trovato il modo più funzionale per mettere insieme, in spazi circoscritti, grandi masse da cui trarre i profitti sperati. E, non avendo messo capo a una cultura di massa che ne esprimesse i valori sempre negletti in una storia scritta dalle élites, ha diffuso la massificazione dei linguaggi e dei comportamenti. 

In poco tempo, le espressioni uomo a una dimensione e, successivamente, pensiero unico sono divenute di uso corrente per sottolineare come la standardizzazione non riguarda soltanto i prodotti industriali, ma anche i linguaggi e i modi di pensare.  

Così, il secolo breve – che aveva fretta di andarsene, come sempre ha avuto fretta di risolvere i suoi problemi in modi funzionali, senza perder tempo sul senso delle cose, tanto meno sul senso del senso che le cose avrebbero preso indirizzandole in un modo e non in un altro, è trascorso nella esaltata celebrazione della massificazione eletta a religione dell’antiumano. 

Splendore e delirio delle masse

Ora si invoca il distanziamento sociale

Curioso equivoco: il distanziamento necessario per contrastare il virus, non è affatto quello sociale, ma quello fisico. Nondimeno, il praticarlo comporta problemi sociali che mettono alla prova la tenuta dei nostri ordinamenti. Qual è il nesso nel quale il dato fisico è così intorcinato a quello sociale da provocare la confusione dei due piani?

Da sempre, viviamo in un tempo e in uno spazio muovendoci. 

È così che abitiamo il mondo, come tutti gli altri viventi. 

Siamo stati nomadi, contadini e operai. Nel passare da una condizione all’altra abbiamo provocato cambiamenti fantasmagorici in noi stessi e nel mondo. Ma quali che siano state le loro ragioni, i cambiamenti  si sono potuti realizzare perché una chimica ha regolato la miscela dei tre ingredienti.

Il fatto che il Novecento in persona abbia sempre saputo riunirci così da fare massa per produrre ricchezza o risparmio, che è un altro modo di garantire la ricchezza, ci ha persuasi che non vi sia altro modo di vivere socialmente. Sappiamo che i nostri avi, nomadi e contadini, sono vissuti privilegiando spazi estesi e prodotti artigianali, ma di continuo ci chiediamo se siamo così stolti da voler tornare a quelle condizioni. Non ci chiediamo invece se la loro storia, assai più lunga della nostra, possa essere di qualche utilità nell’inventare, per quanto rientri nelle nostre possibilità, un futuro capace di conservare quanto lo stesso Novecento, età dei diritti e del progresso scientifico, ha saputo insegnarci. 

In ragione delle nostre ferree convinzioni, ci siamo adattati a vivere compressi come se ci trovassimo in quei locali fuori norma dove l’uscita di sicurezza o non c’è o è bloccata.

Finché non ce lo domandiamo, finché nessuno ci avvisa che l’uscita di sicurezza non c’è, lo stare pigiati, provoca euforia. È così che andiamo ai luoghi affollati come i topi al formaggio. 

Se in un qualche luogo c’è una folla, dobbiamo correre per proclamare uno squillante: c’ero anch’io!

Nella festa gioiosa, celebriamo l’esaltazione dei sentimenti solidaristici, negli imbuti dove s’ingorga la quotidianità, cresce l’ira furibonda nei confronti di responsabilità sempre facilmente individuate.

Comunque sia, il contagio della massa restituisce la carica vitale che lo stato di solitudine deprime. 

La folla è un gorgo, una dipendenza, il fuoco fatuo di un’esaltazione che riscatta la cupaggine di una vita monotona.

Nelle politiche sulle città, su lavoro, salute, istruzione, trasporti e traffico urbano, nel consumo e nel divertimento, la società delle ferriere, di cui abbiamo decretato la fine negli anni Sessanta del secolo scorso, impone la sua logica. 

La tecnologia digitale non è che un giocattolo se non poniamo la domanda politica su come organizzare diversamente la nostra vita, se neppure la pandemia ci sveglia dalla dipendenza della folla in cui confonderci. 

Dobbiamo chiederci se c’è un altro modo di abitare le città per fermare l’incontrollabile proliferazione delle periferie; se c’è un modo di diversificare i luoghi del lavoro, della cura, dell’istruzione; se è possibile un modo di muoversi che metta in strada mezzi diversi da quelli introdotti nell’Ottocento, se il consumo e il divertimento comportino di necessità che si mobilitino eserciti di popolazioni e di controllori. Ma ognuna di queste essenziali domande è aria fritta senza la determinazione di cambiare i nostri modi di muoverci nello spazio e nel tempo. La determinazione dei nomadi quando diventarono contadini, dei contadini quando diventarono operai.

Una democrazia messa alla prova

É pensabile che la società della conoscenza, come fu trionfalmente proclamata nelle assise di Lisbona 2000 si scopra, in settori nevralgici, priva di un piano “B” col quale affrontare situazioni d’emergenza? 

Possiamo credere che la pandemia, mentre mette in pericolo la nostra vita, non sia anche una minaccia per la democrazia? 

Quanto a lungo può reggere un sistema politico che non difende la vita delle persone? E se, trovandosi nella medesima situazione, altri sistemi dimostrano di difendere meglio la salute delle persone, quale sarebbe una buona ragione per non preferirli? Al modello dei paesi che hanno saputo imporre un rigore inderogabile nell’uso della mascherina e nel rimanere a casa, che hanno realizzato forme efficaci di tracciamento del contagio, risponderemo forse che, quanto a noi, abbiamo elargito copiose dosi di libertà? E a chi chiedesse ragione di questa libertà, risponderemo forse con un irridente è la democrazia, bellezza

È opportuno ricordare quale sia la presenza di sovranisti e nazionalisti nel nostro paese, in Europa, negli Stati Uniti? Non c’è affatto una tetragona unità d’intenti cui si possano appellare nazioni nelle quali il gioco dell’alternanza democratica, da anni, è ingaggiato con forze estranee alle tradizioni democratiche. Da tempo, in Italia, in Francia e, da ultimo, negli Usa, per arginare l’impeto che preme sulla democrazia si ricorre alla Santa Alleanza di ogni formazione che abbia uno scampolo di democrazia nel proprio Dna. Ma non è questo il passo della democrazia. È piuttosto il passo della crisi nella quale l’Occidente si trascina dalla fine dell’Ottocento e che altre volte gli ha inferto schiaffi oltraggiosi. Mai sentito dire, invece, di una crisi dell’Oriente. 

La democrazia occidentale ha molto da imparare perché il suo tempo ha creduto di impiegarlo nell’insegnare. È tempo che da maestra si faccia discepola.

Leggi anche: L’Islam: qualche considerazione per un dibattito; Cos’è l’Occidente oggi; Islam e Occidente; Nitrato di luce: contro una desertificazione di futuro.

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