Cos’è l’Occidente oggi?

Risposta a L’Islam: qualche considerazione per un dibattito

di Alessandro Bosi – Che cosa dovremo intendere, una buona volta, per mondo occidentale, un’espressione di uso corrente che facciamo spesso precedere dall’attenuativo cosiddetto, quasi volessimo scusarci di non avere un termine che traduca compiutamente il nostro pensiero?

Lo chiedo anzitutto a me stesso dichiarando fin d’ora il mio imbarazzo nel trattare questa materia e poi all’amico Adel Jabbar di cui Prospettiva ha pubblicato il 27 giugno scorso l’articolo ‘L’islam: qualche considerazione per un dibattito’. Commentando una riflessione di Mohammad Khatami, ex-presidente dell’Iran, sul mondo di oggi, Jabbar sottolinea come, dal XIX secolo, il sistema mondo è stato inglobato dall’occidente capace di mantenerlo «in una situazione di subalternità sia in senso geografico sia in senso economico, politico, sociale, culturale» finendo per svalutarlo ‘perennemente’. Con questo avverbio, Jabbar intende dire, se non sbaglio, che il carattere della svalutazione è persistente e pervasiva, riguarda ogni aspetto della vita privata, pubblica e istituzionale e si prospetta come un esito senza repliche della storia.

Rispetto a questa condizione, le rivendicazioni identitarie che attraversano il mondo musulmano avrebbero l’effetto di collocare «le società arabo-musulmane (…) in una condizione periferica sia rispetto al proprio pensiero sia rispetto alle dinamiche caratterizzanti il modello di sviluppo dominante”. Il fermento che ha caratterizzato la primavera araba nel 2010 e l’inquietudine che ancora attraversa quel mondo sarebbero piuttosto i segni di una reazione che non quelli di un’azione “finalizzata all’acquisizione di una legittimità (…) come attore politico (…) di governo».

Sono tre decenni che con Adel Jabbar ci confrontiamo intorno ai temi dell’intercultura e dell’educazione interculturale condividendo la necessità  di capire in quale misura i nostri abituali modi di ragionare siano adatti a interpretare i cambiamenti intervenuti nei modi di abitare il mondo.

Contemporaneamente, Jabbar, iracheno d’origine, è stato, in questi anni, un lucido interprete delle trasformazioni che attraversavano il mondo musulmano e, da parte mia, mi sono spesso soffermato sulla ricca letteratura della crisi che ha analizzato l’Occidente nel passaggio dal XIX al XX secolo.

È ora il tempo di guardare al governo delle genti nell’epoca (inauguratasi già da troppi anni) in cui l’umanità è divenuta nociva a sé stessa mentre procura seri guai al mondo intero. È una problematica nella quale l’Occidente ha bensì la responsabilità di rendere subalterno ai propri interessi tutto quanto il mondo.

Ma siamo certi, lo chiedo all’amico Adel, di saper dire che cosa intendiamo per Occidente ai nostri giorni? Non corriamo il rischio di confonderlo con quello che avevamo in mente trent’anni fa o d’identificarlo con una qualche lettura sulla crisi o sulla fine dell’occidente, argomenti sui quali si trovarono a lavorare conservatori, liberali e progressisti all’inizio del XX secolo? L’Occidente che pervade il mondo batte ancora la bandiera a stelle e strisce mentre le nostre città sono sempre più orientali per quanto lo sono le popolazioni che vi si sono insediate, le espressioni culturali e religiose degli autoctoni, i prodotti che tutti consumiamo?

Quando ci siamo conosciuti, caro Adel, ai primi anni Novanta del secolo scorso, eravamo interessati a leggere e a tentare di quantificare quella presenza dell’Oriente nell’Occidente che ci sembrava non fosse transitoria, ma destinata a radicarsi nella tradizione occidentale, a diventare una persistenza. Guardavamo al fiorire di un sentimento religioso e di costumi orientali nell’occidente. Ci interessava soprattutto capire come crescesse il bisogno d’Oriente in Occidente.

Ai nostri giorni, vi sono, quasi ovunque, città in cui alcuni quartieri offrono un’immagine di città orientale che gareggia con quella occidentale, nel mentre è evidente che la persistenza dell’Occidente nel governo insensato del mondo, non viene meno.

Ma non sembra anche a te che la stessa commistione di aspetti dell’ordinaria quotidianità che troviamo nelle strade di (quasi) tutto il mondo si riveli anche nel profilo di chi lo sgoverna esponendo tutti quanti a pericoli che non hanno precedenti? Azzarderei, da parte mia, che mentre le popolazioni occidentali hanno abbracciato in una misura crescente le forme religiose dell’oriente e con esse l’arte, la cinematografia, le più antiche discipline sportive, i cibi e gli stili di vita, se insomma vi è stato in questi anni un progressivo innamoramento degli occidentali per l’oriente, d’altra parte i giovani principi orientali hanno studiato e appreso nelle università occidentali come si conduce la disputa per il potere. Sicché, diversamente dal passato, mi sembra d’intravedere nel profilo della volontà di potenza che si esercita nel mondo qualche tratto orientale.

In ogni caso, sono del parere che per condurre una quanto mai doverosa critica all’Occidente, sia necessario chiedersi cos’è l’Occidente ai nostri giorni? Forse, dopo l’emozione per la guerra in Vietnam, non abbiamo più saputo dirlo e ci siamo limitati a ripetere quel che avevano sostenuto i classici del primo Novecento prendendo ognuno posizione per la parte politica cui apparteneva.

Ora, sulla spinta delle giovani generazioni, che ci chiedono di guardare alle sorti dell’umanità, che ci chiedono di non consumare il mondo, come invece abbiamo continuato a fare sia che fossimo occidentali convinti sia che fossimo occidentali critici, a questa domanda non possiamo sottrarci.

 

 

 

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Una risposta

  1. erjilo pterin ha detto:

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