Nitrato di luce: contro una desertificazione di futuro – Riflessioni sul dibattito Oriente e Occidente

di Giusy Diquattro

Capita nelle passeggiate estive sul lungomare d’imbattersi in bancarelle di libri usati o in edizioni di case editrici minori, sorte e poi tramontate nel giro di pochi anni.

È un sostare della mente sui titoli dei grandi classici che abbiamo citato, ma non abbiamo avuto ancora il tempo di leggere e che aspettano in coda la nostra attenzione. Sono quei momenti di coscienza in cui si comprende che sono molti e infiniti i modi di dire e raccontare il mondo e troppe le prospettive che si aprono a ogni pagina. Poi ci sono i saggi, alcuni presentano macchie arrugginite di umidità, sembrano dire che forse siano ormai fuori moda e che anche alcune riflessioni abbiano preso un odore vintage di naftalina. È il caso di un libricino, ′Alfabeto Camus. Lessico della rivolta’1. Mi muovo sulle parole che seguono una traccia di luce abbagliante, che partono dall’esperienza algerina e si propagano come onde su Parigi e l’Europa: mare, sole, Mediterraneo. Il sole, elemento che brucia e che arde ogni cosa, mitiga la sua forza quando tocca il mare, si arrende e si fonde con l’elemento dell’acqua, femminile e cangiante come la luna, e diventa pensiero del Midi, cioè pensiero meridiano, pensiero che contraddice ogni attitudine all’assolutismo. Il Mediterraneo con il suo eccesso di vita e di lucido pessimismo è sempre riuscito a vincere sulle idee che abbiano avuto la presunzione di diventare dottrina. Non sono state soltanto Atene e la Magna Grecia, con i dissoilogoi, i pensieri contrastanti, a sviluppare un pensiero dialettico, contro le presunte verità precostituite dei logoi; anche le tradizioni orientali sviluppatesi tra Alessandria d’Egitto, la Persia, Damasco, Baghdad, Cordova e l’Andalusia, fino alle influenze delle remote civiltà cinesi e indiane hanno conferito ai popoli del Midi degli anticorpi naturali contro contrapposizioni e opposizioni senza nessuna apparente risoluzione.

Eppure sembra che un esercito di millenari globuli bianchi, che hanno finora resistito nelle arterie delle culture più antiche, si stia a poco a poco sfaldando sotto l’attacco di forze che a ritmi serrati hanno dichiarato guerra alle storie dei popoli, alle loro lingue, civiltà, in una parola all’essere umano. Questo è il rammarico che esprime Amin Maalouf nel suo ultimo saggio ‘Il naufragio delle civiltà’2: l’incontro tra il Levante, il Mediterraneo orientale delle città del Vicino Oriente fino alle coste di Costantinopoli, Salonicco, Smirne, Odessa e Sarajevo e il Mediterraneo occidentale,un incontro che avrebbe potuto rappresentare un modello e un laboratorio di convivenza, come lo era stato per secoli, una prossimità tra comunità diverse,è scivolato in un appuntamento mancato con la storia, dove il disprezzo ha preso il posto del riconoscimento.

Conclusasi la contrapposizione Est / Ovest tra l’asse americano e quello sovietico, da qualche decennio si torna ad alimentare una differenza insanabile tra Oriente e Occidente e una divaricazione dalle distanze sempre più irrimediabili tra Islam e Occidente. Oggetto di dibattito su questi temi sono stati gli articoli, che questo blog ha pubblicato, dei sociologi Alessandro Bosi3 e AdelJabbar4.

Se la riflessione di Jabbar prende le mosse da un’inquietudine e una vitalità insabbiata che agitano e frenano i paesi del mondo arabo, col loro tratto di ‘infelicità’ impigliata non solo nella memoria nostalgica di quei vasti imperi che si sono succeduti dal VII secolo d. C. fino alle spoglie dell’Impero Ottomano del secolo scorso, ma anche in quegli eventi che nella storia del Novecento li hanno minati nella loro identità e nelle loro speranze: l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, la disfatta di Nasser e del panarabismo, poi l’invasione dell’Iraq e il naufragio delle primavere arabe; l’intervento di Bosi, invece, spinge lo sguardo fino all’Estremo Oriente, riproponendo l’annosa questione di cosa sia oggi Occidente.

Lo smarrimento che si coglie nelle società del mondo arabo con il loro reagire ad un modello dominante e pervasivo come quello occidentale, è uno smarrimento che paradossalmente vive attualmente l’Occidente stesso. Se durante il periodo della Guerra Fredda l’asse atlantico aveva rappresentato un baluardo di democrazia e quello sovietico una speranza per accelerare i processi di decolonizzazione in molti paesi del mondo, oggi né l’Europa né gli Stati Uniti esercitano una leadership credibile. Il paventato fallimento del progetto di Unione Europea e lo smantellamento sistematico dello stato sociale dalla Thatcher a Reagan fino all’invisibile cinismo della finanza globale, hanno precipitato le coscienze in un vagare narcotizzato nella rete, in una ricerca di senso e consenso che si nutre di effimero. Con marcia lenta e costante sono stati indeboliti e spesso ridicolizzati i collanti sociali della solidarietà civile e la febbre identitaria sembra sia diventata uno degli ultimi idoli a cui inginocchiarsi.

Altri mondi emergono con le loro storie millenarie, civiltà dinamiche e vitali. E sebbene l’Oriente sia stato spesso percepito come coercitivo e legato alle tradizioni, fondato ancora su gerarchie generazionali, di genere e sulla forte influenza del clan familiare, tuttavia una volta che ha anch’esso investito in società moderne, la buona riuscita del suo esperimento è stata valutata solo in termini di strutture economiche efficienti e non in che tipo di uomo abbia prodotto e che stili di vita diffuso 5. L’esercito di terracotta si è polverizzato e ha ceduto al canto seduttivo di un consumismo compulsivo.

Le sfide evocate e auspicate da Jabbar per una moderna elaborazione di un progetto politico, sociale e culturale del mondo arabo, che riesca nuovamente a incidere nel tessuto profondo della storia con una partecipazione non più marginale agli avamposti della scienza e del pensiero speculativo, e con una reiterata attenzione alle questioni della partecipazione politica, del pluralismo culturale, della giustizia sociale e delle problematiche ambientali, sono sfide che in maniera diversa riguardano anche l’Occidente, e che Bosi sottolinea: ‘È ora il tempo di guardare al governo delle genti nell’epoca (inauguratasi già da troppi anni) in cui l’umanità è divenuta nociva a se stessa mentre procura seri guai al mondo intero.’ L’Occidente che si è profilato negli ultimi decenni fa paura alle nostre stesse società: assistiamo ad uno spettacolo distopico in cui aumenta la distanza tra l’orgia opulenta di pochi privilegiati contro una massa crescente di disoccupati e di una classe media sempre più erosa nelle proprie aspirazioni e possibilità. I traguardi raggiunti dalle biotecnologie e dall’industria degli armamenti disegnano un futuro di ‘uomini-dei’ avvezzi al disprezzo di ogni larvata debolezza, come nelle sequenze di un videogame, questi umanoidi si apprestano a rimuovere qualsiasi ostacolo con un giustiziere dai superpoteri o con un drone che non conosce l’angoscia del soldato, né il rischio di una ferita mortale.

Forse l’esperienza della pandemia dovrebbe farci riflettere che a poco valgono contrapposizioni insanabili, quando quel che ci accomuna di più sono le nostre autentiche fragilità: la paura della morte, il mondo che lasceremo ai nostri figli, il senso che vogliamo realmente dare alle nostre vite brevi e sbiadite, la difesa di spazi di libertà conquistati in secoli di dure lotte civili, la costruzione faticosa di società in cui la bellezza e il genio dei popoli hanno dato valore alla storia, la meraviglia sublime eppure cagionevole che possiamo scorgere nella molteplicità dei paesaggi umani e naturali.

In questo panorama dalle nebbie dense e sinistre, mi piace ritornare alla luce amata da Albert Camus, quella luce che riconosceva essersi propagata dalla Grecia e che riusciva a palesare l’assurdo del mondo e le sue leggi disumanizzanti. Una luce che mitigata dalle brezze marine sa svelare le contraddizioni necessarie che gli uomini vivono, in cui come nella tragedia, le forze che si affrontano sono ugualmente legittime, ugualmente armate di ragioni, in cui Antigone ha ragione, ma Creonte non ha torto6.

1Cfr. A. Castronuovo, Alfabeto Camus. Lessico della rivolta, Stampa Alternativa, 2011, pp. 173-176.

2Cfr. A. Maalouf, Il naufragio delle civiltà, La nave di Teseo, Milano 2019, pp. 12-13.

5Cfr. T. Terzani, Un mondo che non esiste più, Longanesi, Milano 2010.

6 Cfr. A. Camus, Sull’avvenire della tragedia.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.