RECENSIONE: “LA LEBBRA DELL’ANIMA” di DON UMBERTO COCCONI

di Francesco Gianola Bazzini

L’interesse per le correnti religiose fondamentaliste, nella loro accezione positiva, e cioè spinte alla ricerca dei ‘fondamenti’ e delle radici della fede professata, mi hanno fatto incontrare movimenti che per essersi spinti ‘oltre’ sono diventati eresie. Messi ai margini e perseguitati di loro si è persa la memoria. Il libro di Don Umberto Cocconi La lebbra dell’anima edito da MUP, recupera dai meandri della storia la genesi, lo sviluppo e la fine degli Apostolici, che proprio a Parma ebbero la loro origine e da cui nacque il movimento Dolciniano, ben più noto, ma che parimenti ebbe un tragico destino.

 

“LA LEBBRA DELL’ANIMA” di DON UMBERTO COCCONI

Edito: MONTE UNIVERSITA’ PARMA, GENNAIO 2018

Le confessioni religiose che accompagnano la storia dell’umanità, sono lastricate di fermenti ideali o spirituali che richiamandosi a principi dottrinali scritti ed orali, hanno assunto nel tempo la forma di semplici contestazioni, di eresie o di sette violente, che quando per ragioni politiche o geografiche si sono diffusi e hanno trovato protezione sono divenuti vere e proprie confessioni, si pensi per rimanere al cristianesimo: al protestantesimo, all’anglicanesimo o agli stessi Valdesi. Al contrario quando sono stati repressi e annientati sono finiti sul libro nero della storia, come è accaduto agli Apostolici-Dolciniani di Gherardo Segarelli e Fra’ Dolcino. E’ sicuramente un lavoro impegnativo e di grande valore scientifico uno studio su fenomeni che si perdono nei secoli soprattutto in quei secoli bui che hanno caratterizzato il Medio-Evo e di cui sono assai scarse le fonti. Ecco dunque l’importanza del libro “La Lebbra dell’Anima” di Don Umberto Cocconi. L’autore con questa sua opera ha posto una pietra miliare sul tema Apostolici-Dolciniani dando vita ad un testo didattico di grande rigore analitico e nel contempo ad uno strumento di arricchimento culturale per chi ama conoscere un tratto della storia medievale e dei fermenti religiosi dell’epoca.

Avendo come ‘attore principale’ la figura di Gherardo Segarelli il libro risulta un importante strumento sotto diversi punti:

a) viene presentato in modo non superficiale lo stato dell’arte della chiesa in quei secoli bui con un richiamo a figure e movimenti religiosi in un certo qual modo rivoluzionari in tema di dottrina e sicuramente ispiratori della ‘deriva apostolica’: Gioacchino da Fiore (1130-1202), Giovanni da Parma (1208-1289), Gerardo da Borgo San Donnino (?- 1276) e i flagellanti che con le loro processioni ed i loro riti colpivano l’immaginario collettivo ;

b) attraverso gli avvenimenti che riguardano la città di Parma, viene descritto in modo non superficiale il quadro storico, politico e sociale dei secoli XII e XIII, con una visione sullo scacchiere nazionale ed europeo che ci permette di conoscere fatti e persone ignote al grande pubblico ed il ruolo non secondario che la allora nostra piccola città rivestiva in quel periodo;

c) ci viene data l’occasione di conoscere la genesi del movimento apostolico-dolciniano che proprio nelle contrade del parmense vanta la sua origine per opera della figura largamente ignota al grande pubblico di Gherardo Segarelli (1240-1300);

d) si sottolinea l’emergere in quel periodo di una rinnovata esigenza di spiritualità in una società non priva di violenza, guerre e sopraffazioni e di crisi dell’autorità ecclesiastica. Gli obbiettivi della ‘riforma gregoriana’ dell’XI secolo infatti : lotta alla simonia (compravendita delle cariche ecclesiastiche), proibizione del concubinato di chierici e sacerdoti con donne ed il rafforzamento del potere pontificio con il Dictatus papae1 di Papa Gregorio VII (Pontefice dal 1073 al 1085) , vennero raggiunti solo parzialmente.

La chiesa del 1200 rimaneva dunque per molti aspetti un’istituzione sotto scacco in crisi di consenso. Sono gli ordini mendicanti: francescani (minori) e domenicani (predicatori) che riguadagnano alla fede le masse popolari. Il monaco non è più solamente il benedettino ora et labora, esce dal convento vive e predica nella comunità vivendo nell’umiltà e nella povertà. La Chiesa, con grande intuito, coglie favorevolmente la nascita di questi due ordini, affidandogli sempre più insistentemente la cura delle anime e la difesa della dottrina. Non è un caso se proprio in questi due ordini, sempre più istituzionalizzati, si formeranno i più acerrimi accusatori ed inquisitori delle eresie dell’epoca. Ne sono un esempio Fra Salimbene de Adam (1221-1290), francescano-parmigiano, principale detrattore e fonte (come ricorda l’autore del libro) delle vicende di Gherardo Segarelli oltre a Bernardo Gui frate domenicano autore tra l’altro di un Manuale sull’inquisizione e profondo conoscitore del fenomeno apostolico-dolciniano. La lettura del testo “La Lebbra Dell’Anima”, lineare nella scrittura ma profondo nell’analisi, è anche uno stimolo allo studio di quel periodo, di quei fenomeni e di quei protagonisti. In particolare della figura importantissima del Salimbene, teologo e studioso delle Sacre Scritture, ma soprattutto storico e cronista meticoloso delle vicende dell’epoca, poco conosciuto al di fuori della ristretta cerchia degli studiosi, autore di quel voluminoso lavoro storico-teologico che sono le sue Croniche.

Ma oltre all’autorevolezza, il testo è particolarmente bello e coinvolgente. Attraverso le pagine della “Lebbra Dell’Anima”ci si trova di colpo calati nella realtà che viene descritta. Ed eccoci apparire Gherardino con i suoi apostoli e le sue bizzarrie come la razzia delle vigne nei pressi di Culliculus (Collecchio) o le sue pratiche poco ortodosse in tema di castità . Ci appaiono altre località Alzano (Ozzano Taro) e la modesta casa di Segalello, e Parma in cui la cattedrale ed il palazzo vescovile rappresentavano allora il centro di gravità politico e religioso. Ci appare la figura severa ed autorevole di Fra Salimbene e soprattutto la maestosa chiesa di San Francesco del Prato e del suo convento Francescano, per ironia della storia trasformata dalle truppe napoleoniche in carcere ed oggi oggetto di un importante progetto di ristrutturazione dove, tra le imponenti navate e cappelle della chiesa, una rappresentazione pittorica delle figure degli apostoli di Cristo con le loro vesti bianche ispirò lo sfortunato predicatore parmense, che respinto dall’ordine francescano qui si fermava a meditare, che innamorato del Vangelo, come ci ricorda l’autore, ne divenne in un certo qual modo vittima.

Infine una considerazione sul titolo del libro e sulla fine di Segarello e del suo successore, scrive l’autore: « L’eresia era percepita dalla Chiesa alla stregua d’una malattia: era una ferita per la quale la medicina non conosceva altra cura se non l’amputazione dell’arto infetto, che se fosse stato lasciato attaccato al corpo avrebbe diffuso la malattia mortifera in tutto l’organismo. L’eresia, pertanto, era sinonimo di peste, di scabbia, di lebbra, di cancro di veleno che risale all’antico serpente. E siccome molte malattie si curavano col fuoco, anche gli eretici venivano bruciati cosicché l’infezione non si propagasse. ⌊…⌋ Occorre aggiungere inoltre, che la pratica del rogo veniva adottata in conformità a un precetto sancito dal quarto Concilio Lateranense del 1215 che prescriveva agli ecclesiastici di non spargere sangue ».

Il 18 Luglio dell’anno 1300 dopo un processo tenutosi nel Palazzo Vescovile di Parma, Gherardo Segarelli per lungo tempo tollerato è accusato di eresia, viene arso vivo sul rogo nella piazza oggi denominata della Ghiaia. Una sorte ancora più crudele tocca al suo successore Fra Dolcino ed alla sua compagna Margherita anch’essi accusati di eresia, che dopo atroci torture con ferri roventi in un tour dell’orrore per le vie di Vercelli vengono portati al rogo il primo Giugno del 1307. Finivano le storie, ma mentre la figura di Dolcino diveniva un’icona e un mito dei movimenti anarchico-rivoluzionari, il povero Segarello cadeva nell’oblio. Grazie al libro di Don Umberto Cocconi l’aspirante monaco e la sua predicazione vengono ripescati dai meandri della storia e portati alla conoscenza non solo degli studiosi ma anche degli appassionati di letture di valore scientifico.

 

1 «La chiesa romana è stata fondata solo da Dio. Solo il pontefice romano può essere chiamato universale e il suo nome è unico al mondo. Egli può deporre o assolvere i vescovi, trasferirli da un seggio all’altro, formare nuove diocesi, dividere le già esistenti; può ordinare i chierici di qualsiasi chiesa. Lui solo può convocare un concilio generale. Non esiste alcun testo canonico all’infuori della sua autorità. Egli può stabilire nuove leggi; le sue sentenze non possono essere né condannate ne riformate. La chiesa romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l’eternità. Solo il Papa può giudicare le cause più importanti di tutte le chiese. Egli solo può usare le insegne imperiali. A lui solo tutti i principi baciano il piede. Egli può deporre l’imperatore e sciogliere i sudditi dall’obbligo di fedeltà ai sovrani ingiusti»

Questi principi tratti dal Dictatus papae sono la sintesi della riforma politico-religiosa di Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana), pontefice romano dal 1073 al 1085; proclamato Santo da Paolo V nel 1606. Famoso soprattutto per aver umiliato l’imperatore tedesco Enrico IV a Canossa, mise in atto una profonda riforma della chiesa. Dopo secoli bui di corruzione, di strapotere dell’Imperatore, dei feudatari e degli stessi vescovi, Papa Gregorio con intelligenza pari solo al coraggio, cambiò la storia, riabilitando la Chiesa e riportandola al primato non solo religioso ma anche politico in particolare per il ruolo svolto nella lotta per le investiture.

 

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