Multidimensionalità e relazionalità della cura. Riflessioni a partire dal libro «La cura complessa e collaborativa»

di Fabio Vanni – Ho letto con grande interesse la monografia di Marco Ingrosso, sociologo che si occupa da molto tempo di salute e di cura e che raccoglie qui un pensiero articolato e complesso che merita un’attenta considerazione per chi si occupa, come noi, della soggettualità umana. Il libro prende avvio dal tema della cura che viene descritto in tutta l’ampiezza che esso merita a partire dal suo essere uno degli elementi fondamentali della nostra convivenza e, potremmo dire, della nostra stessa sopravvivenza come specie. Particolarmente interessante è la parte iniziale del libro ove Ingrosso sviluppa storicamente il concetto di cura a partire dalle origini delle civiltà umane e fino ai giorni nostri mettendo bene in luce come essa riguardasse ab initio e per molto tempo diversi aspetti della relazionalità interumana stessa (dalla cura del corpo a quella dell’anima, all’istruzione, alla protezione) e diversi momenti della vita (l’infanzia, certo, ma anche i momenti inevitabili di fragilità presenti in tutto l’arco dell’esistenza, e poi la cura a chi ha spesso o sempre bisogno dell’altro per varie ragioni) per poi mettere in luce l’emergere di esigenze e figure incaricate di rispondere a bisogni presenti in ognuno degli ambiti della cura, ma senza che per molto tempo venisse meno una dimensione di unitarietà della cura stessa.

Della cura, in questa lunga prima fase preistorica e storica durata migliaia di anni, si mette qui in luce anche la dimensione fraterna, e dunque orizzontale, e non solo quindi quella asimmetrica, e poi la cura di sé che merita un’attenzione particolare, come vedremo: «[…] essa ( la cura, ndr) nasce sostanzialmente in ambito domestico, in primo luogo a carico e come caratteristica femminile e poi, più ampiamente, dei responsabili del gruppo di convivenza in una coordinata e complessa divisione di compiti. In questo senso, la cura si occupa di allevamento, educazione, assistenza, terapia, organizzazione ambientale e quant’altro, come il termine ancora oggi rimanda. […] Cos’hanno dunque tutte queste accezioni in comune, al di là del contenuto specifico e del campo applicativo che varia? Si ha l’azione del curare allorché si stabilisce una relazione fra una persona che ha alcune necessità (di vario tipo) e un’altra che la può e la vuole curare, ossia intervenire in suo aiuto, ascoltarla, affiancarla. Il curare discende quindi da una relazione sociale (corsivo mio, ndr) che s’instaura fra due persone, una delle quali è sollecita, motivata, capace di portare un qualche apporto utile, mentre l’altra è desiderosa e attende un intervento.» (pp. 15-16).

È infatti una caratteristica della specie umana, non già la cura in sé che appartiene a tutto il mondo vivente, quanto l’esistenza di una lunga fase iniziale della vita (“Neotenia”, Bolk, 1926), e poi di momenti successivi, nella quale l’interscambio con il caregiver è sì vitale per il bambino in termini di sopravvivenza, ma è anche fondamentale per la specie per trasmettere di generazione in generazione i principali valori relazionali e culturali (Napolitani, 2000). È attraverso ciò che avviene nella prima parte della vita che l’essere umano sviluppa i tratti fondamentali della sua personalità, le conoscenze di base sul mondo, le forme tramandate di convivenza microsociale (coppia, famiglia) e macrosociale (clan, comunità, etc.) ed è in questa fase che la società tramanda i suoi valori fondamentali. Questa rilevanza, per così dire ‘incrociata’, ha portato ad una esigenza di: «“sacralizzazione” delle relazioni di cura che è stata avvertita in forme diverse in varie epoche e situazioni sociali, dato il forte legame di queste cure con la sopravvivenza, la salute, il benessere propri e della propria discendenza.» (p. 21)

La rottura o l’impossibilità di perseguire questo tipo di legame tuttavia divenivano sovente: «realtà per quote più o meno ampie della popolazione in ragione di lutti, malattie e inabilità permanenti, abbandoni, guerre, migrazioni, etc.. Di qui l’esigenza, gradualmente emersa, di motivare un aiuto non più fondato sui legami di sangue ma su quelli di solidarietà e coesione di gruppo o su principi universali o sulla formazione di liberi rapporti interpersonali di co-implicazione (col vicino, il prossimo, l’amico). Una cura – quest’ultima – originata dall’immedesimazione con l’altro nel contatto diretto e dalla responsabilizzazione verso di lui, in cui l’altro diventa “caro”, riconosciuto, nonostante non esistano fra le due parti vincoli parentali pre-esistenti. […] La necessità di interventi fuori dall’ordinario e dal quotidiano, che mettevano in gioco e in connessione diversi mondi e livelli di realtà, motivava anche la creazione di altre figure sociali extrafamiliari particolarmente abili e specializzate nel ricreare ordine dove entrava il caos della malattia o del cambiamento di stato» (p. 22).

Questo breve tratteggio della storia della cura consente di metterne in luce alcuni aspetti chiave ovvero la sua ampiezza (non solo limitata a stati di inabilità o malattia, ma a tutto lo sviluppo della persona compreso quello delle sue conoscenze), la sua dimensionalità (per così dire verticale, obliqua e orizzontale), la sua reciprocità (oggi tocca a me dare, ma domani toccherà a te).

Un aspetto non meno rilevante della cura, fin dalla classicità greco-romana, evidenzia Ingrosso, è la cura sui: «autorevolmente messa in luce da una famosa opera di Foucault (1984) che si esprime attraverso la ricerca di valetudo fisica e saggezza filosofico-morale. Lo “stile di vita” della cura di sé viene praticato da alte personalità della classicità greco-romana, ma esso genera anche istituzioni sociali come il gymnasium, che associa esercizio fisico e studi filosofico-matematici, o le thermae, che esaltano l’igiene e la cura del corpo ma anche l’incontro e la discussione pubblica” (p. 27).

Anche in seguito, ben dopo la romanità: «Nell’età di mezzo la cura assume le forme del materno (generativo, accuditivo e protettivo), del paterno (sapere ordinativo e guaritivo) e del fraterno (ospitalità curante) avviando un’articolazione inedita delle figure preposte e delle modalità d’intervento. Essa, con lunga gestazione e non senza contrasti, raccoglie in parte l’eredità della classicità (ad es. in tema di medicina) e la inserisce in una organizzata teodicea che sviluppa e articola le figure di cura in un quadro congruente» (p. 29).

Ma il passaggio decisivo, una discontinuità importante, avviene nei secoli successivi, fra l’Umanesimo e l’Illuminismo, e trova nella rivoluzione scientifica che si compie nella tecnologia industriale ottocentesca e novecentesca uno sviluppo importante. Auguste Comte, teorico del positivismo, suddivide in tre stadi il percorso di “civilizzazione” mettendo in luce tre principi ispiratori: «Nella sua visione, le fondazioni della vita sociale sono state tratte dall’immaginario religioso per un lunghissimo periodo della vita umana. In una fase più recente, che egli definisce “metafisica”, la genesi delle idee sociali è ricondotta ad entità più astratte come la ‘Natura’ e la ‘Ragione’, il ‘Dovere’, ma anche la ‘Libertà’ e l’‘Uguaglianza’ sociale. Si tratta del pensiero che dall’Umanesimo rinascimentale arriva all’Illuminismo filosofico, ma anche al Romaticismo. […] Solo nel crogiuolo della nuova rivoluzione scientifica, politica e industriale ottocentesca si creano le basi per la fondazione dello Stadio Positivo, in cui le attività umane saranno guidate non più dai Miti o dai Princìpi, ma dallo ‘spirito positivo’ che non ha più bisogno di cercare dei “perché ultimi”, ma solo di attenersi a leggi effettive, immutabili e universali.» (p. 29-30)

L’Umanesimo ed il successivo Rinascimento pongono l’uomo al centro e misura di tutte le cose, artefice della storia e autonomo rispetto a «presunte leggi divine eteronome e immutabili» (p. 30). È in questo periodo che si produce uno sviluppo importante della scienza medica all’interno del nascente pensiero scientifico che pone in essere una «crescente prospettiva dicotomica che contrappone soma-fisico e psiche-spirito, pratiche empiriche e conoscenze esatte, credenze irrazionali e verità di ragione. (…) È dunque in questa fase che si crea una profonda scissione di premesse fra la cura tecnico-professionale, il cui archetipo diventa il Medico formato nelle Scuole e nelle Università – rispondente al Principio di Ragione e a una visione naturalistica della vita biologica (‘Scienza e coscienza’) – e la cura quotidiana a carico di donne non scolarizzate, operata nell’ignoranza delle basi igieniche e gravata dalle credenze religiose nei santi guaritori e nei miracoli mediati dalla Madre di Dio” (p. 30-31).

È qui dunque, nella modernità, che viene ‘risolto’ un problema millenario collocando nell’umano la ragione di ogni cosa sottraendone la determinazione al Divino, come fino ad allora sempre accaduto (e, voglio ricordare, come sempre accadrà anche in seguito in pressoché tutte le altre culture non occidentali) creando una dicotomia che ancor oggi viviamo fra scienze della natura e scienze dello spirito o fra scienze naturali e scienze umano-sociali. Sembra essere questo il punto in cui, seguendo la trattazione di Ingrosso, la visione della cura che fino al Medioevo trovava una sua dimensione tutto sommato ‘unitaria e congruente’ (p.39) diviene qui scissa fra una ‘biologia applicata’ da un lato e un’evanescente e perdente mondo dell’arte e della filosofia. Una visione della cura molto legata alla sapienza e dunque alla verticalità, non solo dei saperi, ma delle classi, delle risorse, e dunque poco attenta sia all’orizzontalità fraterna che alla cura di sé (chi è meno sapiente su di sé, in una logica scientifico-positivista, che sé stesso?) fondando in tal modo un’esigenza di delega. Nessuno spazio poi poteva avere per la scienza positiva la considerazione di ciò che oggi potremmo definire “soggettività del ricercatore e del curante” che non potevano che dover essere espunti e con ciò le ragioni ‘vocazionali’ della cura (e della ricerca).

Il lavoro di Ingrosso prosegue poi, esaurita questa prima parte storica, mettendo in luce i contributi di alcuni autori e ambiti di pensiero che hanno svolto un ruolo significativo nella teoria della cura (da Heidegger a Lévinas, da Foucault a Ricoeur, dalla cultura psicologica a quella pedagogica e femminista) e infine approfondendo maggiormente i contributi del pensiero sociologico, per arrivare a un’ampia disamina delle rappresentazioni e delle esperienze attuali inerenti il mondo sanitario.

È interessante qui notare come il tema della cura si focalizzi sempre più, nel corso del volume, sul mondo della salute e come contestualmente si arrivi ad una visione della salute stessa (ne è un esempio la famosa definizione dell’OMS resa pubblica nel ’48, ma anche le più attuali concezioni di salute che Ingrosso cita) estremamente onnicomprensiva. Anche la proposta definitoria dell’autore si situa d’altronde in questa linea: «La salute consiste nella capacità (per gli esseri umani) di mantenere il proprio equilibrio vitale, di affrontare gli eventi della vita, di adattarsi ai cambiamenti del proprio ambiente. La salute necessita di ambienti favorevoli alla vita umana, di adeguate relazioni sociali e di opportune forme di cura reciproca e organizzata. Le condizioni che permettono ad un gruppo sociale e ai suoi membri di mantenere e sviluppare la salute costituiscono un bene comune da promuovere e tutelare.» (p. 216)

Il libro compie quindi una traiettoria, significativa in sé, che parte dal tema della cura per poi restringersi a quello della salute, lasciando quindi in secondo piano tutta una serie di ambiti della cura (da quello che riguarda la conoscenza/educazione a quelli relativi alle forme dell’essere nelle relazioni micro e macro sociali, alla cura dei luoghi, della diverse forme di vita e degli oggetti) che appaiono rilevanti e che non sono certo riconducibili al tema della salute, anche ampliandolo a dismisura (come fa, alquanto inefficacemente, l’OMS dal ’48 o nella carta di Ottawa dell’86). D’accordo naturalmente nel considerare la salute in modo “complesso e collaborativo” (come indica il titolo), ma credo che vada dato spazio di sviluppo, sul piano teorico, operativo e di presenza sociale, a forme di cura “beni comuni” che stanno assai strette nella cura sanitaria, pur intesa nel senso ampio suddetto, e che certo però riguardano quella conquista, in fondo recente, dell’occidente del mondo che è il “welfare state”.

A mio parere questo è il caso, fra l’altro, di tutto l’ambito del benessere/malessere dei soggetti che oggi viene riduttivamente fatto rientrare nella c.d. “salute mentale”, dando a esso, in tal modo, una lettura particolare, nella quale la cultura psichiatrica, agganciata alla tradizione medica, la fa da padrona. Ma di questo parleremo magari in altra occasione.

Il testo ci porta quindi ad immaginare e ad “assaggiare” esperienze dove si possa pensare alla salute in termini complessi, ma altresì inclusivi degli apporti della conoscenza scientifica e delle pratiche di cure più avanzate, collocandole in un quadro non riduzionista. Uno sviluppo interessante del libro nascerebbe dall’integrarlo con le rappresentazioni della cura e della salute in altre culture, che forse hanno perseguito tradizioni maggiormente inclusive e olistiche, mi riferisco sia alla tradizione orientale che araba, per esempio. Tuttavia questo contributo di Marco Ingrosso è prezioso anche perché può essere molto utile a contrastare altre interpretazioni della salute, assai presenti anche nella nostra quotidianità italiana e in aree considerate d’eccellenza, ma che continuano a perseguire la cura in termini oggettivanti, iperspecialistici, pan-tecnologici.

Il futuro, anche alla luce dell’incontro con l’esperienza Covid19 che stiamo vivendo, ci dirà.

 

Opere citate:

Bolk, Louis, 1926. Das problem der Menschwerdung, Jena, Gustav Fischer.

Foucault, Michel, 1984. La cura di sé, Milano, Feltrinelli.

Ingrosso, Marco, 2018. La cura complessa e collaborativa. Roma,  Aracne Editore.

Napolitani, Diego, 2000. “Neotenia” in Rivista italiana di gruppoanalisi, XIV, 3.

 

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