N2 – 05/2020 – [Recensione] Civiltà, Città, Dialetti

di Francesco Gianola Bazzini – Se una cosa rimarrà di questa che i posteri ricorderanno come la pestilenza del 2020 (anno bisesto anno funesto), almeno ce lo auguriamo, è il ritrovato interesse per la lettura. Quella genuina s’intende; quella dei libri si potrebbe dire in carne e ossa, ma sicuramente più appropriatamente in carta e copertina. Per me non è una novità, non ne voglio fare motivo di vanto, ma amo svisceratamente la lettura quella libera s’intende quella a trecentosessanta gradi. E il motivo è pressochè detto: amo cucire tutto ciò che ritrovo nelle feconde pagine dei tanti scrittori (una pur sempre piccola parte purtroppo), perché cultura significa per me indagare, ma poi saper collegare. Per fare un paragone azzardato se pensiamo all’alimentazione, limitarsi a uno o pochi cibi indebolisce il corpo; limitarsi a uno o pochi filoni di lettura indebolisce la mente. E in questi ultimi anni la mia fame di lettura è aumentata in modo esponenziale grazie anche alla sensibilità di persone che mi hanno stimolato nell’approfondimento e nella divulgazione. E se da un lato il mio approfondire è concentrato in primis su religione (Islam in particolare), fondamentalismi ed eresie; macino anche letture storiche economiche e sociologiche. C’è una parte però che in questi anni ho trascurato, e per la verità la mia prima esperienza divulgativa risale a circa vent’anni fa proprio in quest’ambito, ed è il dialetto parmigiano. All’inizio del contagio ho riesaminato la mia corposa ma disordinata raccolta di libri (quando mai troverò il tempo e la voglia di ordinarli per materia?), lo faccio ogni tanto durante l’anno per controllare che non ne manchi qualcuno, con  puntiglio senza arrivare sia ben chiaro alla paranoia del Dottor Kien “dell’Auto da Fè” di Elias Canetti. Li presto mal volentieri se non a una persona per cui nutro una stima e un affetto particolare. Scusate la momentanea uscita di strada; il Dialetto Parmigiano dicevo. E proprio nella mia ricognizione libraria mi sono capitati tra le mani due testi del “nostro vernacolo”: un vecchio dizionario di Parmigiano Italiano e la raccolta di tutte le poesie di Alfredo Zerbini curato ed edito dalla Casa Editrice Luigi Battei nel 1982. Qualcuno storcerà il naso, ma come il dialetto ma che razza di cultura, si per carità divertenti le barzellette in volgare ma nulla più; dimenticando che il dialetto, i dialetti in molte parti d’Italia assurti a vere e proprie lingue, sono una delle basi fondamentali della nostra cultura e del nostro vivere collettivo e quindi della nostra civiltà. Prima di tornare ad Alfredo Zerbini e alla Casa editrice Battei, permettetemi una divagazione sull’importanza delle lingue quelle ufficiali e quelle cosiddette volgari e cioè i dialetti. Il dialetto è una lingua e ogni lingua nasce dall’apporto di decine se non centinaia di generazioni, un grande laboratorio in cui si formano le identità collettive. Per rimanere a quelle canoniche: cosa distingue un italiano da un inglese o da un russo o da un arabo se non in primis il linguaggio con cui si esprime? Orbene i dialetti sono una sottocategoria di queste identità. E parlando di sottocategorie non vogliamo farlo in senso riduttivo, ma anzi in senso positivo per quel ruolo creativo che nel campo socio-culturale svolgono e soprattutto hanno svolto nel passato. Dal crollo della “Torre di Babele”, che rappresenta nella leggenda un modo unico di esprimersi, alla contemporaneità, il grande fiume del “verbo” si è disperso in mille rami e progressivamente in mille rivoli. Le ricomposizioni del linguaggio non sono andate oltre alla rinascita di grandi e piccoli fiumi, che non hanno cancellato i numerosi ruscelli da cui hanno preso vita. Quello che incanta di questa grande qualità dell’essere umano (il parlare) è la sua complementarietà con il vivere comune: termini, verbi, espressioni composte sono il frutto dell’esperienza collettiva e viceversa quest’ultima si è sempre forgiata e tramandata con l’espressione umana. E quello che più colpisce del linguaggio umano è che ogni forma di manipolazione nel tentativo di ricostrure un “unicum” non è mai andato a buon fine. L’ammirevole tentativo dell’Esperanto è rimasto un esperimento di laboratorio. Si può dire in modo non strumentale né polemico, che possiamo modificare un virus, ma non la nostra naturale capacità di esprimerci. Sul fiume della lingua latina hanno preso forma diversi idiomi in aree più o meno vaste. Il ricombinarsi di diverse etnie tramite emigrazioni, guerre ed invasioni ha fatto dell’Italia uno dei paesi in cui la varietà dei linguaggi è molto diversificata. L’italiano come lingua comune, che i media ed i giornali prima, hanno diffuso in modo capillare, non è che uno dei dialetti che si sono sviluppati nella penisola: quello toscano. La fortuna di questo dialetto è stata determinata da ragioni economiche, artistiche, culturali, si pensi alla Divina Commedia di Dante Alighieri, ma anche politiche se si pensa che la Toscana con la sua centralità ed il suo rinascimento ha condizionato positivamente la penisola e ed il Papato, di fatto unico elemento unificante e capitale morale dell’Italia a partire dalla fine dell’Impero Romano. In realtà la moderna lingua italiana ha continuato ad attingere da un punto di vista terminologico dagli altri dialetti, che si sono dimostrati validi anticorpi nei confronti delle inevitabili infiltrazioni provenienti da altre radici culturali. Una buona ragione dunque per continuare a coltivarli, consapevoli che in una società globale commistioni e infiltrazioni saranno inevitabili. Non va dimenticato inoltre che i dialetti sono stati nel passato lo strumento espressivo di intere classi sociali, che attraverso i loro usi, la loro inventiva e il vivere quotidiano, hanno potuto contribuire a modellare la nostra lingua nazionale. Come tutte le espressioni del vivere civile l’uso del dialetto è stato oggetto di contrasti politici e culturali. Chi ne auspicava una progressiva eliminazione attraverso la scuola, chi per altro verso la voleva addirittura riproporre come materia d’insegnamento. Tra i due estremi non condivisibili per opposte ragioni sta il mezzo. Abolire i dialetti è un percorso difficilmente percorribile: il linguaggio si forma e si ripropone a prescindere dalla volontà umana; le condizioni economiche, culturali e ambientali, abolito un dialetto, ce ne riproporrebbero un altro se non nell’immediato a breve termine. Imporre il suo studio come lingua parallela significherebbe tornare indietro e riproporre barriere inaccettabili, vanificare quell’unità così a fatica raggiunta; se è vero il detto “che il risorgimento ha fatto l’Italia, ma è la televisione che ha fatto gli italiani”. Ma come sempre la ragione sta nel mezzo. Il dialetto, e a questo punto entro a piè pari in quello parmigiano, rappresenta il Dna della nostra cultura del nostro vivere e sentire comune, in sintesi della nostra città. Rileggendo le poesie di Zerbini, ma non solo, si ritrovano  i frammenti di un modo di vivere e di esprimersi che spesso riaffiorano. In una sorta di ricerca geologica ritroviamo oggetti, cibi, luoghi ma in particolare sentimenti che ci appartengono. C’è una poesia che tra le altre mi ha colpito e che trovo molto attuale, se la rileggiamo  in questa fase che stiamo vivendo, tratta della solitudine dell’anziano specialmente di quello che si trova a vivere in una struttura assistenziale lontano dagli affetti più cari: La nona a l’Ospedalén. Pur con quei tratti sarcastici e a volte volutamente polemici tipici del nostro “linguaggio ancestrale” fa letteralmente venire la pelle d’oca. Consentitemi nel concludere questa mia dissertazione una riflessione molto personale: Non mi nascondo, io amo e rispetto il mio dialetto. Pur di padre torinese, ma sempre vissuto a Parma, ma di madre parmigianissima, nata in quella via Rodolfo Tanzi che ha dato i natali ad Arturo Toscanini, ho sentito spesso parlare il dialetto, mia nonna materna come la nona di Zerbini, mi chiamava al me nigren. Inoltre ho vissuto per più di vent’anni in campagna dove l’alternarsi delle famiglie contadine provenienti da diverse zone della provincia a San Martén, mi ha fatto cogliere anche le diverse declinazioni dialettali; ragion per cui péca diventava gradén, partugal arans o pomm de téra patati. Tutto questo retaggio mi ha abituato con orgoglio a non dimenticare e a esprimermi, quando l’Italiano non mi soccorre, in dialetto parmigiano…

La Casa Editrice Luigi Battei, che peraltro ospita questa nostra iniziativa culturale; unitamente a una produzione editoriale di grande livello in diversi ambiti: dall’artistico alla letteratura musicologica, paesaggistica e monumentale, oltre a una corposa valorizzazione di monografie biografie ed espressioni poetiche, ha da sempre riservato una nicchia di tutto rispetto alla nostra lingua ancestrale. Questo patrimonio va conservato e studiato per riscoprire quelle radici che ci appartengono che riaffiorano nelle frasi e nei modi di dire come i polloni di un albero antico che sembra volerci dire ci sono ancora vivo e vitale. 

Francesco Gianola Bazzini    28 aprile 2020

 

 

 

Nota biografica autore:

Alfredo Zerbini Nasce a Parma in Borgo dei Minelli (oltretorrente) il 9 gennaio 1895 da una modesta famiglia di fornai. Impegnato nella guerra 15 – 18 viene ferito a una gamba. Dopo il conflitto lo troviamo impiegato alla Biblioteca Nazionale di Torino, poi alla Marciana di Venezia e infine alla Biblioteca Palatina di Parma. Non si sposò. Muore dopo lunga malattia il 29 novembre 1955. Corposa la sua produzione poetica in dialetto parmigiano . La sua prima raccolta “La congiura di feudatari” (leggesi feudateri) del 1947, segue “Sott’al torri di Pavlot” del 1953 ed infine postuma “I me ragass”.

Dalla prefazione di Italo Petrolini alla edizione Battei del 1965.

 

 

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