L’ABBRACCIO

di Vojsava Tahiraj

Mi è diventata un’abitudine camminare per tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro, mi aiuta a distaccarmi, ad avere una pausa, uno spazio neutro solo mio che separa lo spazio lavorativo da quello famigliare. A volte rispondo a una telefonata, a volte butto un occhio alle vetrine dei negozi.

Ieri, con passo lento, mi dirigevo verso un bar per gustare un caffè, quando una ragazza mi saluta con una voce calda. Istintivamente rispondo e nel mentre cerco di capire chi è la giovane che mi rivolge la parola. Non riuscivo proprio a riconoscerla, per via della mascherina che da qualche mese indossiamo tutti, in più lei teneva anche gli occhiali da vista. La ragazza che ha compreso il mio imbarazzo, più dalla voce che dall’espressione dei miei occhi, ha abbassato quindi la mascherina per un attimo e a quel punto non sono riuscita a controllare un forte e fugace – ohhhh – seguito da – scusami ma…- Era Monica, una mia amica che non vedevo da prima del mascheramento. Tutte e due abbiamo fatto un mezzo passo in avanti per abbracciarci, ma poi subito ci siamo arrestate. Così come, dopo due chiacchiere, ci siamo salutate con il gomito.

Nei primi passi successivi all’incontro mi sono accorta del sorriso che mi era rimasto sul volto, ma che pian piano nei passi successivi si era via via raffreddato per il dispiacere di non averla saluta bene come di solito.

Il pensiero è andato poi alla riunione terminata da poco nella sala grande dell’ufficio. Eravamo in sei colleghi, tutti rigorosamente con la mascherina, posizionati in un cerchio che costeggiava la stanza, con al centro il tavolo. Si discuteva un argomento importante ed eravamo molto concentrati perché, un po’ per la distanza e un po’ per l’invisibilità delle labbra, non era per nulla un confronto facile. Si cercava di captare dal timbro della voce quale era la posizione degli altri, visto che l’espressione del volto rimaneva un mistero. A causa delle mascherine chirurgiche, del tavolo in mezzo e del clima freddo e distaccato, più che una sala riunioni sembrava una sala operatoria.

Il pensiero torna presto alla mia breve passeggiata. Mi guardo intorno e mi concentro sui passanti. Molte persone camminano sole con passo deciso per arrivare alla loro destinazione, alcuni anche in due – ma comunque distanti -, ogni tanto si sente un saluto, ma non una stretta di mano. Tutti sembrano concentrati sulle loro vicende e portano questo nuovo accessorio che copre il volto oramai con naturalezza, con eccezione di qualche giovane che si azzarda a lasciare il naso fuori e che viene visto con ostilità.

Mi chiedo come abbia fatto la paura a farci accettare così in fretta la distanza.

Una certa distanza tra le persone mi aveva colpito anche nei primi anni in occidente, la distanza tra i vicini di casa per esempio. Ricordo una volta, dai miei suoceri, qualcuno suonò alla porta. I padroni di casa si stupirono e si chiesero chi fosse, fecero il breve elenco delle persone che normalmente venivano a casa e che in quel preciso momento non avrebbero potuto essere lì, e si arrivò alla conclusione che potessero essere o i Testimoni di Geova oppure qualche addetto a distribuire la pubblicità.

Mi sorpresi perché a casa mia, in quei tempi, la porta non si chiudeva mai e a meno che non fosse un estraneo, tutti gli altri -amici o parenti – bussavano ed entravano. Era abitudine prendere il caffè del pomeriggio tra vicini, una volta a casa di uno, una volta dell’altro, e ogni volta ci si salutava con baci e abbracci.

Senza dubbio non sempre erano baci sentiti, ma sentito era il forte senso di comunità, perché c’era il bisogno uno dell’altro. Un bisogno concreto: qualcosa che mancava a casa, lasciare i figli intanto che si faceva la spesa …ma anche sostegno nei momenti tristi o condivisione dei gioiosi.

Con il tempo, nel mio nuovo habitat, ho imparato che se hai bisogno di lasciare i figli chiami la babysitter, se ti manca qualcosa corri al supermercato e se ti senti triste ti attende la psicologa. Niente panico, ce la puoi fare, perché sei una donna capace e hai uno stipendio per pagare tutto. Confesso, non mi è dispiaciuto neanche questo benessere distaccato.

Nell’ultimo periodo della nostra vita si pratica e si predica un’altra distanza, quella sociale, quella che in qualche modo viene imposta, non scelta. Sociale ma anche famigliare, che ha come risvegliato alcuni i bisogni, tra cui anche quello di incontrarsi.

Per accorciarla si scrive tanto, non più lettere ma mail, messaggi e messaggini e noto che abbiamo sdoganato i baci e gli abbracci via sms o whatsapp anche a favore di persone non così care.. complice la tecnologia con le sue faccine emoticon, non più saluti a presto, ma baci e abbracci.

Sono sentite queste dimostrazioni affettuose o esprimono altri bisogni, forse il bisogno di avere affetti veri, reciproci, che creano legami?

Mentre il mondo del benessere, tra frustrazione e rinunce, fa esercizio quotidiano con la distanza socio-famigliare, per molte persone è già un’esperienza radicata. Da una parte perché, migrando da un posto ad un altro, non sono riuscite a trovare un ambiente di vera socializzazione, di scambi importanti e non solo superficiali e di sopravvivenza. E dall’altra la distanza fisica dalle persone a loro care è anche una distanza sociale, una distanza che genera solitudine e fragilità. Fragilità che spesso non si prende in considerazione e che necessita di cura.

Senza neanche riflettere del perché ti abitui a vivere solo con i saluti, con i sorrisi cortesi ma senza abbracci. Intendo abbracci dove ti puoi abbandonare, che ti sorreggono durante pianti lunghi e ti appoggiano in una grossa risata. Quelli che ti scaldano il cuore stringendoti forte, senza bisogno di parole, quelli che anche quando ti stacchi ti lasciano addosso l’odore, il segno di una corazza che ti protegge, che ti guarda le spalle. Quelli che ti aiutano a curare le fragilità, che ti accarezzano l’anima e la pelle, quelli che, generosi e sinceri, non ti lasciano mai solo.

 

 

Vojsava Tahiraj, è nata in Albania. Laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Tirana, nel 1995 fa un esperienza di studi presso Leiden Law Uiniversity in Olanda. Nel 1997 si trasferisce a Milano per un esperienza lavorativa di un anno presso lo studio legale KPMG. Vive a Parma dal 1999.  Nel 2010 consegue il Master in “Fenomeni migratori e Mediazione Culturale” e durante la sua esperienza frequenta numerosi corsi di formazione e di perfezionamento legati al tema dell’ intercultura e l’ inserimento dei cittadini stranieri. E’ una mediatrice interculturale da 19 anni ed ha contribuito a costruire il servizio di mediazione per il comune di Parma. Svolge attività di mediazione nell’ambito educativo, sociale, giuridico.  Dal 2010 coordina e supervisiona il servizio di mediazione interculturale per la Mediagroup98 Società Cooperativa che gestisce questo servizio per il Comune di Parma e una parte della Provincia.

Svolge attività di docenza per la scuola di Polizia penitenziaria “La Certosa” di Parma .  Collabora con l’università di Parma, il dipartimento di Scienze Sociali e Giuridiche ed il dipartimento di Scienze dell’Educazione per laboratori e docenze. E’ parte del gruppo di scrittura “Sguardi Incrociati” del Centro Interculturale di Parma e partecipa alla stesura del libro “Sguardi Incrociati”, contesti post coloniali e soggettività femminili in transizione, come autrice di un saggio e di alcuni racconti

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