L’Italia s’è desta?

Di Francesco Gianola Bazzini

L’aggressione russa dell’Ucraina sottolinea quanto l’equilibrio geo politico mondiale sia sempre di più instabile. Ultimo dei numerosi scenari di guerra del globo, ci preoccupa in modo particolare per la vicinanza geografica e per i pericoli: il minacciato uso di armi non convenzionali potrebbe ripercuotersi sui nostri territori e sulle nostre città. Ci evidenzia inoltre come ai non risolti conflitti che interessano in particolare Africa, Medio Oriente e Asia, si potrebbero aggiungere ulteriori potenziali situazioni di scontro dagli esiti imprevedibili. La fine della contrapposizione dei blocchi, nati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha dato il via ad una serie di rigurgiti nazionalisti ed a un disequilibrio determinato dalla nascita di nuove realtà che aspirano sempre più al ruolo di potenze regionali, che si vanno ad aggiungere a Russia, Stati Uniti e Cina. L’Europa, figlia del grande sogno post-bellico, causa le differenze di natura economica, etnica, linguistica e religiosa, non è andata oltre alla costruzione di un grande mercato, dove ogni soggetto dietro la sua “bancarella” continua a curare i propri interessi nazionali. Si pensi soltanto al tema delle differenze salariali che hanno dato vita a fenomeni di sfruttamento da un lato e di delocalizzazione e disoccupazione dall’altro. Non voglio entrare in questa mia breve riflessione su ragioni e cause del conflitto in Ucraina, sottolineando solamente quanto questo paese dalla storia assai travagliata sia la vittima sacrificale di rinascenti imperialismi o brutalmente aggressivi o subdolamente sotterranei.

In questo quadro il nostro vecchio continente, culturalmente padre del democratico pensiero politico moderno, rischia sempre più di fare la fine dei “manzoniani” vasi di coccio. E tra i vasi di coccio uno in particolare si presenta più fragile degli altri: la nostra amata Italia, per una serie di sfortunate ma anche irresponsabili circostanze. Il tempo di una politica estera autonoma, pur in un quadro di alleanze internazionali, è completamente scomparsa. Alla visione dei Mattei, dei Moro, Craxi o Andreotti in diversi modi scomparsi dalla scena politica, si è sostituita una acritica politica in cui il nostro ruolo è semplicemente quello del Signor Si. Alla critica ai regimi definiti, spesso a ragione, autoritari, si è reagito legandoci agli stessi mani e piedi o con il cappio gentilmente fornitoci, rendendoci dipendenti per forniture a noi essenziali. D’altro canto, sull’onda di un ecologismo di maniera, abbiamo rinunciato ad una visione strategica in campo energetico, ma non solo. Siamo il paese del no al nucleare (senza valutare le nuove tecnologie che la scienza ha introdotto), no ai rigassificatori, no ai termovalorizzatori e via dicendo. Importiamo però energia elettrica dalla Francia con le sue cinquanta centrali nucleari, centrali diffuse in tutta Europa, nella speranza ottusa che eventuali radiazioni si fermino al confine. Stiamo però diversificando gli approvvigionamenti di gas e petrolio da paesi campioni di democrazia quali Congo e Algeria o dai “Paesi del Golfo” pronti a sostituirsi a noi quale rifugio sicuro per danari e imbarcazioni dei gerarchi russi. Del resto, siamo il paese dei no Tav, no perforazioni, no Tap, insomma dei no a prescindere. Il tutto in nome delle fantomatiche rinnovabili, che spesso chi le invoca non sa nemmeno di che cosa si stia parlando. Stupisce poi come il paese padre della pasta e delle cento qualità di pane, dipenda per più del 50% dalle importazioni da altri paesi, che il pomodoro arrivi spesso in concentrati provenienti dalla Cina, per non parlare del latte. Consoliamoci, forse ci apprestiamo a colture intensive di cannabis: potremo almeno dimenticare, tra i fumi inebrianti, le nostre disgrazie. Plaudiamo alle iniziative diplomatiche della Turchia, il cui leader era fino a poco tempo fa considerato un satrapo. Per non dire a quelle della Cina, paese oggetto di sanzioni commerciali. Vediamo molto attivo il francese Macron, augurandoci che come in Libia, a guerra finita, non si sostituisca a noi negli scambi commerciali con la Russia di Putin.

Insomma, un paese a vocazione mediterranea ed orientale come l’Italia risulta, sul piano diplomatico, non pervenuto. Non ci rimane che pregare l’Onnipotente, perché in futuro ci fornisca una classe politica più sensibile anche ai nostri interessi, non oso dire nazionali, per non vedermi affibbiata un’etichetta che non mi appartiene. Un paese, come recentemente affermato dal giornalista Toni Capuozzo, sembra intanto aver fatto un buon affare: gli Stati Uniti. Forniranno alla povera Europa miliardi di metri cubi di gas liquido, a prezzi di mercato naturalmente, visto che come si suol dire nessuno fa niente per niente.

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