Recensione “Dopofaber, il nostro bisogno di De André”

Di Federico Dazzi

Studente di Giornalismo e Cultura editoriale presso l’Università degli Studi di Parma.

 

In una società pluralistica come la nostra, in cui convivono e si mescolano piani culturali e linguaggi, gli atti di identificazione e di definizione sono più necessari che mai. Più si è puntuali, più si rende possibile il necessario dialogo tra identità che forma il mondo. Dopofaber, il nostro bisogno di De André, edito dall’Associazione Culturale “Luigi Battei”, è un libro che nasce in questo contesto. Inserendosi nell’annosa querelle tra canzone d’autore e poesia, il volume ha un sotteso fil rouge: il linguaggio.

È Andrea Bersellini, autore dei primi due saggi, ad osservare acutamente che: “libresco negli anni ’50, usurato dall’abuso dei media nel ’90, l’italiano ha trovato in Faber […] una sorta di “argine poetico” contro la sua banalizzazione. Chiunque abbia coscienza dell’importanza di argini culturali nell’epoca delle derive attuali – case editrici e testate giornalistiche sono intimamente questo, argini– sa che Fabrizio De André ha significato – e significa tuttora – difesa contro la pervasività del banale. Una difesa che però è aperta: alle contaminazioni, ai prestiti, e perché no, alle sagge e fugaci rubacchiate.

Parlare infatti di linguaggio in De André non significa parlare di una “lingua”, ma di un porto: per natura – ma è più preciso parlare di casualità – italiano, ma di fatto grumo di culture miscellanee. Faber è stato genovese quando ci ha regalato un album come Crêuza de mä – aspetto a cui si dedica Renata Pellegrino, a cui il libro è dedicato, nel saggio del volume -, inevitabilmente francese quando ha assimilato e restituito tutta la tradizione degli chansonniers, dal contemporaneo Brassens al più antico poeta Villon – aspetti trattati da Francesca Dosi – e anche americano, nella doppia accezione o identità, cantando degli indiani d’America così come delle poesie moderne di Edgar Lee Masters – aspetti dei quali tratta il saggio di Carla Maria Gnappi. Non volendo contare poi le influenze di culture come quella rom, tra le altre, o quella a tutti gli effetti della religione cristiana, che ci ha donato uno straordinario album come La buona novella.

Come se ne renderà conto presto il lettore, questo volume si discosta dalla esuberante mole di tributi agiografici e aneddotici che costellano la figura di Faber, ponendosi su di un altro livello: quello preciso e documentato dell’analisi sul linguaggio – paradigmatico in questo senso il saggio di Davide Astori – e sulle tecniche compositive dell’autore. In questo senso, il libro trova una perfetta collocazione nella collana editoriale Scuola e Scrittura dell’Associazione Culturale “Luigi Battei”, che tanta parte ha nel promuovere queste tipologie di ricerche in ambito territoriale e non, garantendo una collocazione culturale di rilievo a testi prodotti da autori del territorio. È questo il primo passo per una sprovincializzazione della cultura nell’attuale panorama.

Insomma, riprendendo il sottotitolo del volume, che bisogno abbiamo noi oggi di De André? Che bisogno abbiamo di lavorare sul linguaggio e sulle sue contaminazioni? Francesca Dosi, anche curatrice del volume, sintetizza così: “Significa, in fondo, porsi su di un crinale per individuare orizzonti comuni, laddove si tenderebbe, invece, a tracciare confini”.

 

 

Francesca Dosi (a cura di), Dopofaber, il nostro bisogno di De André, Associazione Culturale “Luigi Battei”, Parma, 2021 (collana Scuola e Scrittura), pp. 324.

Saggi di Andrea Bersellini, Francesca Dosi, Carla Maria Gnappi, Renata Pellegrino, Davide Astori.

 

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