L’hip hop e l’inclusione dell’antitesi nell’iperrealtà

di Samuele Trasforini

“Real” nell’hip hop assume diversi significati: letteralmente significa reale, ma ciò che piuttosto si intende con esso è autentico, ed è tale solo ciò che si differenzia dalla media, ciò che ha un suo stile (lirico, metrico, ecc.) riconoscibile e unico; ma a una analisi più attenta “real” viene a significare qualcosa di differente e più profondo, ovvero si riferisce al fatto che da quando l’hip hop iniziò ad affermarsi negli anni ’90 esso era l’esatto riflesso della realtà, un prodotto della società in grado di mostrare la crudezza di determinate condizioni di vita. L’hip hop sin dagli albori non è stato solo questo – denuncia – esso è sempre stato anche auto-esaltazione, finzione, introspezione, amore e tanto altro; certamente la sua arma principale è stata la capacità di mettere in mostra un malessere reale (e materiale) molto diffuso principalmente in periferia. Nel capolavoro del 1989 di Spike Lee, Fa’ la cosa giusta, la canzone Fight the Power dei Public Enemy fa da sfondo – in una calda giornata estiva – alle vicende di una famiglia di ristoratori italo-americani che lavora in quartiere nero di Brooklyn; Spike Lee, evidenziando il clima di tensione e la violenza potenziale (che poi diviene attuale) di questo determinato tipo di realtà sociali, riesce a trasporre cinematograficamente non solo l’estetica dell’hip hop, ma anche la sua funzione di denuncia. Allo stesso modo fa Matthew Kassovitz nel suo film L’odio del 1995: egli mostra l’incapacità dei ragazzi di periferia di vedere chiaramente un futuro che gli è stato portato via da una società tardo-capitalista classista, razzista e violenta, accompagnando le vicissitudini dei protagonisti con le note del brano francese di Cut Killer Nique la Police; emblematica è la scena nella galleria d’arte di Parigi da cui i ragazzi vengono cacciati, nel quale viene definito il loro rozzo e volgare comportamento – in modo riduttivo e a sua giustificazione – come «malessere della periferia»; questa è (o forse era) l’essenza dell’hip hop, la rivincita e manifestazione di una realtà esclusa dal mondo borghese dei quartieri ricchi della città, un microcosmo ai confini della civiltà, il riflesso della povertà, della mancanza di aspettative sul futuro, della violenza, dell’immigrazione, della droga, della criminalità e così via.

In poche parole, la cultura hip hop è sempre stata associata a movimenti di protesta e denuncia sociale: in Italia, per esempio, esso si è diffuso inizialmente per mezzo delle Posse, fenomeno underground correlato ai centri sociali; negli anni ’90, infatti, l’hip hop aveva una forte componente politica di sinistra e quando questa corrente si è diffusa anche negli ambienti più mainstream rapper come i Sangue Misto, Neffa, Inoki e Joe Cassano a Bologna, Colle der Fomento a Roma, Stokka & Madbuddy a Palermo, Bassi Maestro a Milano (così come tanti altri) hanno continuato a scrivere testi sociali sulle condizioni che i ragazzi di periferia continuavano a vivere ogni giorno. L’hip hop, in quegli anni, si prefigurava come una strana forma di anticapitalismo.

Analizzare le origini del fenomeno hip hop nei termini di un qualche tipo di resistenza al sistema evidenzia l’incontenibile avanzata del sistema stesso; è nel brano C.R.E.A.M (acronimo di Cash Rules Everything Around Me) del Wu Tang Clan, storico gruppo rap di New York, che emerge la verità profonda sottesa alla nostra realtà ideologica: i soldi (capitale) governano tutto ciò che ci circonda, e non si tratta tanto di una constatazione quanto piuttosto della rivelazione dell’arcano segreto che non esiste alcun tipo di anti-, tutto è incluso nel sistema poiché è il capitale, con i suoi meccanismi di virtuale autoriproduzione infinita, che dirige l’orchestra; “real” viene perciò ad assumere un significato differente; come sostiene Mark Fisher, principalmente relativamente al sottogenere del gangsta rap, il rap è reale nel senso che ha spogliato il mondo da qualsiasi illusione sentimentale mostrandolo come una guerra hobbesiana di tutti contro tutti, un sistema sociale accettato e istituzionalizzato di criminalità e sfruttamento[1].

In Guida perversa all’ideologia del 2012, documentario diretto da Sophie Fiennes, Slavoj Zizek descrive le violenze dei Black Bloc come uno dei risultati indesiderati (o forse no) dell’ideologia dominante; egli sostiene che i manifestanti non siano semplicemente persone violente, essi non bruciano macchine, non rubano nei negozi e nelle case, non saccheggiano gli Apple Store e i Foot Locker perché le sole condizioni materiali che vivono li spingono ad agire così, essi – nell’impeto di violenza della rivolta – rubano scarpe Nike oppure l’ultimo modello di iPhone poiché sospinti da quell’ideologia neoliberista che dagli anni ’80 in poi si è imposta prepotentemente per mezzo di media, cultura, politica, repressione, guerre e così via: in effetti, non è stato forse detto più e più volte che la società non esiste e che esistono solo gli individui? La pubblicità non ha forse sempre più alimentato i nostri desideri di consumo, la nostra ricerca della felicità nell’accumulazione degli oggetti? Il sistema capitalistico non si è sempre più mostrato per quello che è, ovvero un sistema hobbesiano di sfruttamento e guerra di tutti contro tutti? Il risultato di questa ideologia è il Black Bloc che spacca le vetrine dei negozi e ruba gli oggetti che ha sempre desiderato – e che mai smetterà di desiderare. Rivolte di questo tipo non sono contro il sistema, sono parte del sistema, uno dei suoi volti violenti e incontrollabili – la cui funzione (brutale) è la stessa dell’hip hop, che invece si manifesta sottoforma di poesia di strada.

Ciò che Mark Fisher definisce realismo capitalista, quel sistema ideologico e sociale onnicomprensivo nel quale ogni simbolo si confonde con gli altri, dove cessa di esistere l’antitesi (non vi è alcun anti-, essi sono parte del sistema, il sistema è tutto e nulla vi è fuor di esso), dove nessuna alternativa è possibile né pensabile, era già stato anticipato da Jean Baudrillard: «il capitale ci chiede di accettarlo come razionale, oppure di combatterlo in nome della razionalità»[2]; in altre parole, il capitale impone le sue condizioni di accettazione del capitale stesso in quanto capitale o di opposizione in nome del capitale, ergo nulla sfugge al capitale, tutto è in esso – «cash rules everything around me»[3].

Oggi la funzione dell’hip hop è mutata, non è più un mezzo di denuncia sociale, piuttosto è uno strumento di propagazione diretta dell’ideologia dominante: le condizioni svantaggiose vissute, piuttosto che alimentare una critica alla società divengono esaltazione dell’individuo, tant’è che ormai in ogni brano l’affermazione che nonostante tutto chi sta cantando ce l’ha fatta è un mantra, ed è per questa ragione che l’hip hop è il genere più diffuso tra i giovani; viene coltivata una speranza, laddove non ve n’è alcuna. Di nuovo, esiste solo l’individuo e il futuro è nelle sue mani – pura retorica ideologica. Un certo tipo di rap critico e politico non è in realtà del tutto scomparso, esso è presente per nascondere il fatto che non vi è alcuna critica, così come vi sono chiese per nascondere il fatto che Dio è morto, che vi sono Black Bloc per nascondere che non vi è alcuna opposizione al sistema. L’hip hop, i Black Bloc, le rivolte, la sinistra ecc. non si oppongono al sistema, essi sono armi del sistema per confondere i suoi avversari, trattasi di meri strumenti della simulazione, quel processo che consiste nel fingere di avere ciò che non si ha – in questo caso un’alternativa, un disegno più ampio, un futuro differente.

Relatività totale, commutabilità di ogni referente, confusione di forma e sostanza, di capitalismo e anticapitalismo, di periferia e quartieri borghesi, hip hop e galleria d’arte, critica sociale e affermazione dell’individuo, lavoro e tempo libero, rivolta e assoggettamento, furto e consumo; in ciò consiste l’iperrealtà. È in questo contesto che il celebre verso dei Sangue Misto, «straniero nella mia nazione»[4], cessa di essere un ossimoro, piuttosto descrive alla perfezione e in modo profetico la condizione degli individui nella società attuale – entità atomiche senza radici, in nessun luogo e incatenate a un eterno presente.

È possibile un’alternativa? Di certo non nel senso di anti-, come ci mostra in maniera audace Bong Joon-ho nel suo film sci-fi del 2013, Snowpiercer: il mondo è stato decimato da un’era glaciale e i pochi umani sopravvissuti vivono su di un treno che si autoalimenta e fornisce calore ai passeggeri percorrendo la circonferenza terrestre e trivellando il ghiaccio contro cui va a scontrarsi; come nella società capitalista anche sul treno vi è la divisione di classe, vi sono i passeggeri di coda che lavorano e vivono mangiando barrette proteiche a base di insetti e poi vi sono i passeggeri di testa, la classe dominante che gode di ogni tipo di agio e servizi, dal cibo di qualità all’istruzione, fino alle armi per dominare spartanamente le rivolte degli sfruttati; quando il protagonista del film, Curtis (un Chris Evans sporco e inedito, ben lontano dal patriottico Capitan America cui siamo abituati), dopo aver guidato una rivoluzione, giunge alla locomotiva, ad aspettarlo vi è Wilford, il creatore del treno, colui che ha salvato l’umanità, che gli rivela che la rivoluzione è stata possibile poiché lui l’ha permessa; la rivoluzione era stata programmata in anticipo e si ripete ciclicamente ogni qualvolta si presenta una condizione di sovraffollamento. Il colpo di genio del regista consiste però nel finale: il treno deraglia a causa di una valanga e viene distrutto, e a salvarsi sono solo due personaggi che uscendo all’aria aperta scoprono che in realtà l’era glaciale stava giungendo al termine e perciò era già da tempo possibile la vita sulla Terra – fuori dal treno. Ciò che il regista vuole dirci è che ogni movimento anti- è già concepito e reso possibile (se non addirittura necessario) a priori dal sistema che pretende di combattere, esso è parte del sistema stesso e funge in realtà da suo strumento di difesa; l’anti- non è tale, o meglio lo è solo relativamente, poiché la sua condizione di esistenza è proprio quel qualcosa contro cui si oppone; piuttosto occorre trovare un nuovo paradigma, cambiare prospettiva, per citare Neffa, cercare «nuova luce nella confusione»[5] (di un guaglione…) – uno sguardo nuovo sopra e oltre il massimo sistema del mondo.

Secondo la retorica dei guru della finanza il fallimento è già insito nel successo (di nuovo: inclusione dell’antitesi), l’importante è provarci e non è affatto rilevante quante volte andrà male, prima o poi il risultato verrà raggiunto; al contrario, occorre smettere di provarci (secondo le condizioni imposte dal capitale) e – come sostengono i filosofi accelerazionisti – attraversare le contraddizioni della società capitalistica accelerandone il processo riproduttivo fino al collasso – «di slancio come un fulmine travalico ogni limite»[6] (Frankie hi-nrg MC), «through the storms of days after \ unto the Earth from the Sun through triple darkness to blast ya [attraverso le tempeste dei giorni successivi \ dalla Terra al Sole attraverso la tripla oscurità per distruggerti]»[7] (Guru dei Gang Starr).

 

  1. Fisher, M. (2009). Capitalist Realism: Is There No Alternatives?. Zero Books. p. 41.
  2. Baudrillard, J. (1980). Simulacri e Impostura: Bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti. (F. Di Paola, Trans.). Cappelli. p. 76.
  3. Vedi C.R.E.A.M del Wu Tang Clan, brano del 1994: https://www.youtube.com/watch?v=PBwAxmrE194
  4. Vedi Lo straniero e Clima di tensione dei Sangue Misto, brani del 1994: https://www.youtube.com/watch?v=RN89ha53NLg, https://www.youtube.com/watch?v=jNxh7TE3vNU
  5. Vedi Aspettando il sole di Neffa feat. Giuliano Palma, brano del 1996: https://www.youtube.com/watch?v=8ub83fINWBI
  6. Vedi Faccio la mia cosa di Frankie hi-nrg MC, brano del 1993: https://www.youtube.com/watch?v=PpqhU-VkB1E
  7. Vedi Above the Clouds dei Gang Starr feat. Inspectah Deck, brano del 1998: https://www.youtube.com/watch?v=Ucvta7xDo_4

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