Conflitto di interessi e democrazia

di Samuele Trasforini 

Uno dei compiti del filosofo dovrebbe essere quello di mettere in dubbio quelle idee che sono date per scontate – l’ovvio – ciò che generalmente si tende a considerare come assoluto e immutabile; a maggior ragione è passibile di critica tutto ciò che riguarda la vita degli esseri umani, vita che non è scindibile dalla società che funge da teatro per la messa in scena della tragedia di cui gli individui sono attori. Tale compito è avvalorato dal fatto che nell’attualità difficilmente si è in grado di elaborare idee complesse ed è la semplicità che forgia le nostre strutture: pensiamo alla vigente scena politica italiana (e non solo), nel quale sia i sovranismi di destra che il politicamente corretto della “sinistra” fagocitano consensi con idee semplici e semplicistiche.

I recenti fatti di cronaca italiana offrono curiosi spunti di riflessione sul problema del conflitto di interessi, sull’interesse privato e sul concetto di democrazia.

La vicenda del governatore della Lombardia Attilio Fontana, che abbia agito legalmente oppure no, è perfettamente analizzabile nei termini della teoria platonica della tripartizione della società, così come lo è quella riguardante i Carabinieri della Caserma Levante di Piacenza. In entrambi i casi l’interesse privato è prevalso sugli interessi della comunità; l’utile del singolo, il ‘potente’, è stato anteposto al bene di coloro i quali dovrebbero essere tutelati da queste figure di potere. Molto probabilmente dal punto di vista legale queste due vicende non sono comparabili: una è palesemente illegale mentre l’altra sembrerebbe non esserlo, ma ciò non è assolutamente rilevante poiché non necessariamente la legge coincide con la Giustizia (anzi).

È possibile per la società debellare il conflitto di interessi? Cosa vi è alla radice di tale conflitto?

Molto rapidamente si potrebbe chiudere la questione sostenendo che l’uomo sia per natura malvagio ed egoista, ma – anche se così fosse – tale risposta non è per nulla soddisfacente poiché la realtà deve essere indagata in tutte le sue sfaccettature, occorre quindi prendere in considerazione tutte le variabili che occorrono in questa equazione. La natura dell’uomo è sicuramente una delle ragioni di tale comportamento ma credo che vi sia qualcos’altro a fondamento del conflitto di interessi. Ciò che lo rende possibile – ovvero la sua condizione di possibilità – è l’interesse privato, che in questo caso è interesse privato del potente.

Platone comprese perfettamente questa condizione di possibilità e all’interno della sua teoria strutturò la società in tre classi che godevano di diritti, privilegi e doveri diversi, corrispondenti alle virtù loro proprie: la classe dei lavoratori, quella dei militari e quella dei governanti. I lavoratori erano coloro che non detenevano alcun potere politico ma erano anche gli unici a possedere il diritto della proprietà privata, dunque la facoltà di accumulare beni e ricchezze. Militari e governanti non potevano avere proprietà.

Se il politico non può possedere beni allora non può arricchirsi; se non può arricchirsi non ha interessi nell’acquistare coi soldi dei contribuenti merce prodotta dalla sua azienda (che comunque non potrebbe possedere). Lo stesso vale per il militare: se non può arricchirsi non può usufruire della sua forza, delle sue intimidazioni e del suo potere per ottenere beni materiali.

Senza considerare il discorso platonico sui legami famigliari possiamo sostenere che limitando il diritto alla proprietà privata di colui che detiene un potere – politico o militare che sia – si elimina anche il conflitto di interessi.

In linea teorica l’abolizione della proprietà privata di chi detiene il potere sancisce – sul fronte del patrimonio personale – l’impossibilità di agire favorendo i propri interessi privati. Si può però notare che il conflitto di interessi non è l’unico problema che sorge dalle condizioni della nostra realtà sociale e un’attenta analisi ci permette di porre uno sguardo critico a questa macchina che ci ostiniamo a chiamare democrazia, un concetto assai ambiguo e di difficile definizione. Attilio Fontana e i Carabinieri della Caserma Levante di Piacenza, già uomini ‘potenti’, si sono potuti arricchire sfruttando la propria posizione privilegiata in una società dove la ricchezza stessa è una forma di privilegio e dominazione. È evidente come il potere tenda ad accumularsi nelle mani di chi già è potente, generando un’ulteriore diseguaglianza sociale.

Uno degli ideali che sta a fondamento della democrazia è proprio l’uguaglianza – a cui ognuno dà un significato diverso – e tale sproporzione di potere è assolutamente ciò che non includerei nel concetto di ‘democrazia’. Chi non ha potere subisce e chi ha potere diventa più potente.

Il sistema in cui viviamo sembra legittimare i rapporti di dominazione che sussistono tra potenti e deboli, dominanti e dominati. Tramite la cultura, il sistema economico, l’applicazione delle leggi e l’attività politica si concentra sempre più potere nelle mani dei potenti, senza che l’espropriato se ne interessi minimamente. Non voglio focalizzarmi sulle ingiustizie perpetrate dal sistema, voglio solo far notare una drammatica realtà, l’incapacità di reagire di coloro i quali subiscono tali ingiustizie, gli espropriati.

Confidiamo nella legge. Nel frattempo il filosofo indaghi l’ovvio perché la proprietà privata, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia sono l’ovvio, l’assoluto, l’immutabile. Diamo tutto ciò per scontato ma non sappiamo nemmeno conciliare o addirittura solo definire questi concetti.

Platone – qualche millennio fa – aveva identificato le limitazioni da applicare alle libertà dei potenti per permettere maggiori libertà ai deboli e il giusto evolversi della società; forse oggi – per conquistare la Democrazia – vi è la necessità di limitare l’accentramento di potere e l’accumulo di ricchezza, ma il grande passo dovrebbe comunque farlo l’espropriato che purtroppo non sembra più cosciente della sua condizione né in grado di auto-emanciparsi.

Per quanto riguarda il governatore Attilio Fontana e i Carabinieri della Caserma Levante di Piacenza, che la Giustizia faccia il suo corso.

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