Videodrome: sottomissione sessuale del reale al simbolico

di Samuele Trasforini

Scegliete l’eiaculazione precoce, scegliete l’impotenza, scegliete la depressione, scegliete lo stress, scegliete gli psicofarmaci, scegliete quale foto pubblicare, scegliete il ristorante recensito e la location per l’aperitivo, scegliete l’abuso di alcolici nel week-end, scegliete i vestiti firmati, macchine tedesche, oggetti di design… com’è difficile esistere in una società desensibilizzata dalla televisione, dalla pornografia, dai filtri di Instagram, dalla musica a tutto volume, dalle teorie del complotto, dalla flessibilità del lavoro, dallo sfruttamento, criminalità, guerre, inquinamento.

Sintesi perfetta tra il monologo iniziale del film Trainspotting (1996) di Danny Boyle e quello di Manhattan (1979) di Woody Allen, esplicazione del processo immaginifico messo in scena da David Cronenberg in Videodrome (1983): virtuale che si fa carne sotto forma di tumore cerebrale.

La funzione di messa a morte del reale connaturata al segnale videodrome nel capolavoro di Cronenberg è svolta nella nostra società da una molteplicità di fenomeni, tra cui si contraddistinguono per efficienza pornografia e social network – in quanto meccanismi propulsori dell’ordine simbolico.

Alcune indagini statistiche pubblicate sul Corriere della Sera[1] hanno evidenziato come la costante fruizione di contenuti pornografici in giovane età sia causa di atteggiamenti sessisti, riduzione del desiderio e disturbi della funzione sessuale: (a) il 70% dei ragazzi consumatori di pornografia percepisce le donne come meri oggetti sessuali, contro “appena” il 30% dei ragazzi che dichiara di non guardare contenuti di questo tipo; (b) il 27% dei giovanissimi al primo impatto con scene di sesso violento, rapporti degradanti e di sottomissione, resta scioccato, il 24% è confuso e solo il 17% è eccitato; alla seconda visione vi è un mutamento del quadro statistico, l’8% rimane scioccato e il 4% confuso, mentre il 49% prova eccitamento; (c) il 44% degli adolescenti maschi e il 29% delle femmine hanno dichiarato di aver tratto dalla pornografia idee sui tipi di sesso da provare; (d) il 26% dei giovani consumatori ha dichiarato di avere problemi a eccitarsi e di soffrire di disfunzioni sessuali – ad esempio ansia da prestazione, disfunzione erettile e così via.

Nella “realtà” sociale la pornografia viene a prefigurarsi come guida pratica, una perversa fonte di ispirazione, unico modello ideale dell’agire sessuale: la sorgente fantasmatica che si fa reale nell’atto passionale. Alla sottomissione carnale del principio di realtà al principio di piacere corrisponde la prospettiva della donna come vagina artificiale, strumento plastico del piacere libidinico maschile che produce un godimento inferiore rispetto a quello fabbricato dalla violenza (sessuale) simbolica sgorgante dagli schermi che ci circondano.

L’inchiesta del Wall Street Journal[2] sulla documentazione interna di Facebook Inc. relativa alle conseguenze psicologiche di Instagram sugli adolescenti ha rivelato un quadro particolarmente critico e allarmante: (a) il 32% delle ragazze dichiara che quando hanno pensieri negativi sul proprio corpo Instagram le fa sentire peggio; (b) tra i teenager che manifestano pensieri suicidi, il 6% degli americani e il 13% dei britannici vedono in Instagram l’origine del loro disagio; (c) Instagram sembrerebbe anche essere la causa dell’incremento del tasso di ansietà e depressione fra i giovani. Secondo il Wall Street Journal: «la tendenza a condividere solo i momenti migliori, la pressione per apparire perfetti e un prodotto che crea dipendenza possono far precipitare gli adolescenti verso i disturbi alimentari, un senso malsano del proprio corpo e la depressione». Disturbi psichiatrici di questo tipo sembrano essere specifici di Instagram, fa notare il quotidiano newyorkese: se su Tik Tok o Snapchat a essere valorizzata è la performance creativa oppure la manipolazione dei volti, il motore pulsante di Instragram è invece la nuda immagine – e quindi “vera” – di uno stile di vita tutt’altro che reale, eppure percepito come tale; l’autovalutazione del proprio valore (sociale) si fonda sul confronto con immagini a cui è attribuito uno stato di realtà – laddove essa è esclusa a priori.

L’immagine si impone sulla realtà e alla realtà non restano altro che le scorie di questo processo razionalizzante, ovvero una virale patologia psichiatrica. Instagram è la parvenza ad alta definizione, più reale del reale di cui è immagine, illusione permeata dell’unica sfuggente verità – che non vi è alcuna verità.

Non solo pornografia e social network, anche la politica testimonia l’avanzare del simbolico nei confronti del reale: esemplare in questo senso è la condotta dei politici di sinistra che non perdono mai occasione di intonare le note di Bella ciao e che tuttavia non si fanno più carico di quelle battaglie a cui l’ideologia (convenzionalmente) associata al canto si riferisce; un caso recente è quello che in Italia nell’estate del 2021 ha riguardato in particolar modo i lavoratori della logistica, vicenda culminata con la morte del sindacalista Adil Belakhdim e su cui la “sinistra” ha ben deciso di non spendere parola alcuna. All’identificazione simbolica segue l’improvvisa scomparsa dal dibattito pubblico di interessi sociali concreti – politica intesa come negazione della realtà, affermazione del simbolo.

Fenomeni di quest’ordine sono specifici di una società conforme alla mappa dell’impero di Jorge Luis Borges nel senso in cui la intende Jean Baudrillard, ovvero come decomposizione del reale soggiacente all’immagine: una mappa immensa quanto l’impero e perfettamente coincidente con esso, un modello privo di funzionalità e talmente identico al territorio raffigurato che a esso si sostituisce; ne consegue una commistione tra realtà e immagine che nullifica l’alterità, mescolanza escludente ciò che secondo Baudrillard funge da condizione di possibilità del processo di raffigurazione intenzionale; non già una trascendentale e condivisa forma logica nel senso della teoria pittografica del linguaggio di Ludwig Wittgenstein, piuttosto a rendere possibile il processo raffigurativo è l’alterità, ovvero quell’essere in tensione di due sostanze separate – reale e simbolico. La dissoluzione dell’alterità coincide con l’impossibilità di una relazione tra mondo e immagine; quest’ultima viene pertanto a costituirsi come un raffigurante privo di raffigurato, ossia ciò che Baudrillard definisce simulacro.

È possibile intravedere alcune analogie tra la dottrina della scienza di Johann Gottlieb Fichte e il pensiero baudrillardiano: secondo Fichte all’origine della coscienza vi è l’Io, o meglio l’auto-intuizione dell’Io, l’Io che pone sé stesso; tuttavia, senza un non-Io che l’Io contrappone a sé non è possibile giungere a una coscienza che è coscienza di qualcosa, e dunque a un pensiero in relazione a oggetti pensati. In mancanza dell’antitesi l’immagine perde la sua funzione essenziale – quella di essere immagine di qualcosa. Alla dissolvenza del non-Io – la morte del reale – consegue l’elevazione del simbolo a significato, ergo la scomparsa di quest’ultimo; in altre parole, come direbbe il sociologo Marshall McLuhan, «the medium is the message», o come afferma il professor Brian O’Blivion in Videodrome, «la televisione è la realtà e […] la realtà è meno della televisione».

Riduzione del messaggio al medium, della semantica alla sintassi. Essere umano ridotto a computatore disinteressato, manipolatore simbolico a cui sfuggono i significati, concretizzarsi della stanza cinese del celebre esperimento mentale di John Searle: si immagini un individuo x chiuso in una stanza; x deve comunicare con un secondo individuo y posto al di fuori di essa; la madrelingua di y è il cinese, quella di x l’italiano; y comunica con x per mezzo di ideogrammi cinesi che fa scivolare sotto la porta; si immagini che x abbia a disposizione un manuale sull’uso degli ideogrammi e le cui regole sono scritte in italiano; x è in grado di rispondere a y pur essendo incapace di comprendere i simboli cinesi, gli è sufficiente leggere ed eseguire le istruzioni in italiano; per quanto y possa essere convinto di aver comunicato con un madrelingua cinese, x in realtà non ha fatto altro che mettere in relazione una serie di simboli formali con un’altra serie di simboli formali, pur non conoscendone i significati.

Razionale esecuzione di regole, mediazione sintattica tra input e output, occultamento del significato come eclissi del reale. L’inquinante proliferare delle immagini determina un annichilimento della facoltà di comprensione ed elaborazione semantica: essere umano come macchinico processore di algoritmi, incarnazione dell’utopico fine ultimo del progresso tecnologico post-moderno – l’intelligenza artificiale.

Scomparso il reale non restano che simulacri, e i significati dei simboli da cui siamo investiti non sono che entità metafisiche che trascendono la condizione umana. Il nulla sotteso all’immagine – immagine come realtà.

E se il reale, piuttosto che assenza o trascendenza – corpo morto su cui sembra danzare vittorioso il simulacro –, fosse un virus dormiente in attesa del momento giusto per infettare l’organismo-immagine?

Il film Matrix (1999) delle sorelle Wachowski offre una risposta positiva alla questione, avanzando una differente prospettiva: la matrice presenta al suo interno delle anomalie, atomi che sfuggono al sistema immaginifico, ed è sfruttando questi errori dell’architettura simbolica che il reale può riemergere con forza.

Uno spettro si aggira per la simulazione: lo spettro del reale. Riaffermazione del rapporto sessuale, destrutturazione dell’esistenza virtuale.

Tra esplosioni di membra e deliri allucinatori, il protagonista di Videodrome, Max Renn, ripete prima del tragico epilogo: «Morte a videodrome, gloria e vita alla nuova carne!».

 

  1. https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/adolescenti-dipendenza-pornografia-online-cosa-guardano-quanto-rischi-che-corrono/457f3b16-e7b0-11eb-8f62-5849b2b6aae2-va.shtml
  2. https://www.wsj.com/articles/facebook-knows-instagram-is-toxic-for-teen-girls-company-documents-show-11631620739 e https://www.repubblica.it/esteri/2021/09/16/news/instagram_rischi_per_le_ragazze_studi-317985889/

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