Riconoscere l’altro, superando disuguaglianze e identitarismi

di Chiara Marchetti

 

L’enciclica ‘Fratelli tutti’ – così come molti altri scritti e discorsi di Papa Francesco – contiene riferimenti espliciti e forti al tema dei migranti e dei rifugiati, offrendo chiavi di lettura molto politiche che possono interpellare e sfidare una gamma di interlocutori molto più ampia di quella dei cosiddetti ‘fedeli’.

Già nel primo capitolo ‘Le ombre di un mondo chiuso’, in cui si mettono in rilievo «alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale» (FT 9), il Pontefice annovera i migranti tra coloro che maggiormente patiscono le pene di un mondo ingiusto e diseguale. I responsabili principali vengono additati senza mezzi termini: regimi politici populisti, posizioni economiche liberali che spingono per evitare ad ogni costo l’arrivo di persone migranti, ma anche sfruttatori come i trafficanti senza scrupolo che approfittano della debolezza di chi è costretto a fuggire, fino a quei cristiani che condividono una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su stessi, facendo prevalere determinate preferenze politiche «piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, e la legge suprema dell’amore fraterno» (FT 39).

Uno sguardo ampio. Il principio di destinazione universale dei beni

«L’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie […] Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona» (FT 129).

In questo scenario, un numero sempre crescente di persone si vede privare di due diritti tra loro speculari: il diritto a migrare e «il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere sulla propria terra» (FT 38). Una rete a maglie sempre più fitte intrappola milioni di persone che pagano costi altissimi – economici e umani – per fuggire da quelle terre in cui magari desidererebbero disperatamente rimanere, se fossero garantite condizioni minime di vivibilità e sicurezza. Un paradosso evidenziato già diversi anni fa da Zygmunt Bauman che rilevava come la mobilità – distribuita in modo assolutamente diseguale tra gli abitanti del pianeta – fosse diventata il principale fattore di stratificazione sociale dei nostri tempi, configurando una gerarchia con due mondi sedimentati ai poli opposti: «Per il primo mondo, il mondo di chi è mobile su scala globale, lo spazio ha perduto la sua qualità di vincolo e viene facilmente attraversato sia nella sua versione ‘reale’ sia nella sua versione ‘virtuale’. Per il secondo mondo, quello di coloro che sono legati a una località, di coloro cui è vietato muoversi, costretti perciò a sopportare in modo passivo qualsiasi cambiamento che il luogo cui sono legati è costretto a subire, lo spazio reale si va rapidamente restringendo» (Bauman 1999:98). Per gli abitanti di questi due mondi sono praticabili forme sostanzialmente antitetiche di mobilità. Sempre secondo Bauman, il turista del primo mondo viaggia perché lo vuole, il vagabondo del secondo viaggia perché non ha altra scelta sopportabile. Il migrante-vagabondo si trova così schiacciato in una situazione paradossale: costretto all’immobilità e allo stesso tempo costretto alla fuga.

Questo paradosso – sembra dirci il Pontefice con altre parole – potrà dirsi superato sono quando le disuguaglianze su scala globale saranno, se non risolte, quantomeno fortemente ridimensionate. Importante quindi concentrarsi non solo sull’atteggiamento che ciascun cittadino di questa terra dovrebbe avere nei confronti dello straniero costretto ad abbandonare la sua vita e i suoi affetti (su questa scala micro delle relazioni interpersonali tornerò nel prossimo paragrafo), ma anche sulle condizioni generali di natura politica, economica, ambientale che determinano così fortemente i destini individuali. Nell’enciclica, se pur non esplicitamente, papa Francesco sembra fare riferimento al principio di destinazione universale dei beni che contribuisce a ricollocare la riflessione etica sulle migrazioni nel quadro della giustizia sociale e del rispetto dei diritti dei migranti. Come ricorda Giuseppe Laterza in un suo recente contributo, «chi decide di migrare ha la consapevolezza che le risorse di cui ha bisogno, e che scarseggiano nella propria terra, possono essere trovate in un altro luogo. Chi si mette in cammino, accettando un viaggio estenuante e pericoloso, spesso fugge da violenze, da persecuzioni, dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, in cerca di protezione, sicurezza, dignità, insieme alla possibilità di una vita migliore» (2020: 355). Per dirlo con le parole del Pontefice, pronunciate in occasione della 106ma Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato 2020, «per crescere davvero dobbiamo crescere insieme, condividendo quello che abbiamo».

Se il principio di destinazione universale dei beni è da sempre presente nella dottrina sociale della Chiesa, sicuramente si deve a papa Francesco un particolare accento politico sulle responsabilità dei paesi e dei governi del Nord del mondo. La polarizzazione tra mondo dei turisti e mondo dei vagabondi non è dettata dal caso o da qualche evento naturale, ma da scelte e orientamenti di lungo corso, che hanno attori ben precisi. La precedente enciclica sull’ecologia integrale ‘Laudato si’’ è stata sicuramente più esplicita nel considerare la crisi ecologica congiuntamente a quella socio-economica, lette appunto come un’unica questione sociale, economica, ambientale: «[…] un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (LS 49). Tuttavia, anche se nella ‘Fratelli tutti’ la riflessione sui limiti del modello di sviluppo predatorio e capitalistico è meno articolata, non mancano i riferimenti a chi rimane indietro in nome di uno sviluppo intrinsecamente iniquo: «Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti» (FT 18).

È in questa cornice che diventa necessario – nella prospettiva dell’enciclica – collegare l’imperativo morale ed etico di garantire una distribuzione equilibrata e sostenibile (anche per le generazioni future) delle risorse della terra alla riscoperta della fraternità e dell’amicizia sociale: un ponte tra questioni geopolitiche di carattere globale e atteggiamenti da sviluppare sul piano interindividuale e comunitario.

Quando lo straniero incontra l’estraneo

«Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito» (FT 70).

Trovo di particolare potenza – per la capacità di connettere il macro al micro, i principi alla concretezza della vita quotidiana – la rilettura della parabola del buon samaritano offerta nell’enciclica. Non è sicuramente dettata dal caso la scelta dei personaggi che Gesù illustra nel racconto dei Vangeli, così come non è casuale la scelta di papa Francesco di assegnare nella ‘Fratelli tutti’ uno spazio così centrale a questa parabola: viene infatti evocata come spunto per riflettere su «un amore che si apre a tutti» (FT 82). Per i contemporanei di Gesù i samaritani erano «impuri, detestabili, pericolosi» (ibidem). Eppure, è un samaritano colui che si ferma, si fa prossimo, cura e si prende cura dell’estraneo aggredito e lasciato a terra dai briganti e ignorato – tra gli altri – da un sacerdote e da un levita, che scelgono di ignorarlo e prenderne le distanze.

A questa prima interpretazione, per certi versi più scontata e immediata, benché sempre suggestiva nel richiamare alla necessità di superare identitarismi e nazionalismi in nome di una comune umanità (non conta qui essere samaritani o giudei, ma saper riconoscere nell’altro il volto di chi soffre come potrebbe soffrire ciascuno di noi), se ne aggiunge poco più avanti un’altra, per certi versi ancora più interessante. Papa Francesco infatti non cade in una manichea distinzione tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, che consolerebbe i tanti pronti a riconoscersi – almeno idealmente – nella schiera dei primi e a condannare moralmente i secondi. Troppo spesso, sembra dire il Pontefice, dietro dichiarazioni di principio si nascondono invece contraddizioni, vigliaccherie, partigianerie che finiscono col negare ogni presupposto di umanità e fraternità.

Più interessante allora è riconoscere che queste tentazioni, questi atteggiamenti, questi ruoli ci appartengono tutti. Non siamo sempre, una volta per tutte, schierati per il bene. Dobbiamo sceglierlo quotidianamente, davanti alle sfide concrete che la vita ci pone.  «Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano» (FT 69).

In questa prospettiva tutti siamo attori principali, fondamentali per non lasciare che lo straniero rimanga estraneo, per di più ferito e vituperato. Non sono importanti solo i buoni samaritani. Che si espongono in modo esplicito, interrompono il loro cammino, sospendono le loro faccende ed impegni e si chinano a soccorrere chi è ignorato da tutti. Sono cruciali anche quelli che solo apparentemente sembrano attori secondari e che non hanno bisogno di particolari eroismi per schierarsi dalla parte del bene. Il ‘noi’ di cui parla Francesco e che dovrebbe essere la più alta risposta in termini di fraternità non si compone di individui tutti uguali, tutti motivati e decisi allo stesso modo, tutti vocati alla cura degli ultimi. Altrimenti, in questa sfida, si rischia di scoprirsi sempre più soli e delusi, e di ricadere paradossalmente negli stessi meccanismi identitari di chi ha lasciato l’estraneo ferito a terra, riconoscendosi solo in un mondo di ‘soci’ (FT 101). Poco importa se siano i giudei o i samaritani… Invece, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un ‘noi’ che sia più forte della somma di piccole individualità. […] Rinunciamo alla meschinità e al risentimento dei particolarismi sterili, delle contrapposizioni senza fine» (FT 78).

L’affittacamere ha fatto solo il suo lavoro, ha tratto il suo guadagno, visto che è stato pagato dal samaritano per la sua ospitalità, eppure gioca un ruolo importante per il solo fatto di non aver chiuso la porta in faccia al ferito e al suo soccorritore (come non fare, in questo caso, un parallelo con le tante locande che si erano rifiutate di accogliere Gesù e Maria all’approssimarsi dell’ora del parto…). Ciascuno di noi, di fronte allo straniero, al migrante, al rifugiato – così come ai molti altri volti dell’umanità sofferente che percepiamo o che ci viene narrata come estranea o aliena – dovrebbe provare a impersonare, se non il samaritano, quantomeno l’affittacamere. E ci piace pensare che proprio da questi incontri fortuiti, non sempre scelti in nome di grandi ideali, possa nascere un ‘noi’ più inclusivo, fatto di vicini di casa, di negozianti, di autisti di autobus, di colleghi di lavoro e di compagni di scuola, che nella loro quotidianità non necessariamente si chinano a tendere una mano, ma nemmeno si voltano dall’altra parte o aggiungono ferite alle ferite. In fondo, giova pensare che la bontà e l’amore fraterno – assoluto ma per pochi – avrebbero vita assai breve se non affondassero le loro radici, traendone beneficio e nutrimento, in un terreno comunitario forse ambivalente e impuro, ma sicuramente fertile e più capace di un futuro insieme.

 

Riferimenti

Bauman Zygmunt, 1999, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari.

Laterza Giuseppe, 2020, “Sviluppo umano integrale e condivisione. Il principio di destinazione universale dei beni per un approccio integrale alle migrazioni”, in Diritto d’asilo. Report 2020. Costretti a fuggire… ancora respinti (a cura di Mariacristina Molfetta e Chiara Marchetti), Tau Editrice, Perugia, pp. 353-370.

 

Chiara Marchetti è Responsabile Area progettazione e ricerca dell’Associazione CIAC Onlus, docente Sociologia delle relazioni interculturali presso l’Università degli Studi di Milano e di Sociologia della globalizzazione presso l’Università di Parma

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