Intervista a Daria Jacopozzi e Sandro Campanini: “Emergenza coronavirus e trasformazioni (?) del lavoro “

di Samuele Trasforini – Proponiamo di seguito l’elaborazione di un’intervista a Daria Jacopozzi e Sandro Campanini, consiglieri comunali di Parma, rispettivamente Commissione Cultura, Scuola, Politiche Giovanili, Sport e Tempo Libero e Commissione Urbanistica ed Edilizia. L’intervista fa seguito a un contributo, già pubblicato su c3dem.it il 3 Aprile 2020, in merito a un incontro informale da loro promosso per confrontarsi sulle problematiche poste dall’attuale epidemia di Covid-19. Nell’articolo in questione vengono esposte le idee scaturite dal confronto di diversi punti di vista, idee che riguardano principalmente i temi approfonditi nella videoconferenza cui l’articolo fa riferimento, ossia il lavoro e la scuola.

“In questo periodo in cui non è possibile incontrarsi di persona abbiamo pensato di promuovere alcuni incontri informali a distanza con amici e amiche su alcuni temi che appaiono urgenti […]”.

S. Campanini – “A essere precisi abbiamo promosso tre incontri informali. Uno di questi è stato un incontro di persone con cui siamo in contatto, un’iniziativa che va al di là del discorso strettamente politico o partitico. Abbiamo sempre cercato di coinvolgere i cittadini così come i membri del nostro partito; i partiti oggi devono sviluppare questa attitudine a coinvolgere i cittadini nelle questioni pubbliche, importantissimi da questo punto di vista sono infatti anche i momenti informali. In passato abbiamo fatto qualche incontro già di questo tipo, rivolgendoci a una platea composta da un certo numero di persone con cui abbiamo un legame di conoscenza”.

D. Jacopozzi – “Abbiamo sentito l’esigenza di incontrarci poiché questo momento spinge tante persone alla riflessione. Quando tutto riaprirà il rischio di non avere più quel tempo interiore per riflettere e quindi disperdere le energie propositive è forte”.

S. Campanini – “All’inizio abbiamo avuto alcune perplessità poiché non tutti hanno dimestichezza coi mezzi informatici per sostenere un incontro a distanza, tramite la rete”.

D. Jacopozzi – “Io credo abbastanza nell’uso di questi mezzi: cambia la modalità di incontrarsi ma le persone ci sono. Questi strumenti permettono una comunicazione reale, non virtuale, e anche se sono diversi ci permettono di guardarci e di ascoltarci come se fossimo davvero nella medesima stanza. Trovo che questi mezzi ti permettano di concentrarti meglio sia per il rispetto dei tempi dello strumento ma anche per le difficoltà che il suo utilizzo implica in termini relazionali. Questo vale sia per chi parla che per chi ascolta”.

“Un primo aspetto riguarda le possibilità che le tecnologie a distanza offrono per rimodulare l’orario di lavoro per chi svolge un tipo di attività, soprattutto dipendente, che non richiede obbligatoriamente la presenza fisica. L’esperienza forzata di questi giorni dimostra che tali possibilità possono essere meglio sfruttate, consentendo di ridurre gli spostamenti (meno tempo perso, meno inquinamento, meno pericoli), e una maggiore flessibilità e tempo per una presenza in famiglia. […] Ma, è stato detto, il lavoro a distanza presuppone anche modifiche organizzative e gestionali a monte: lo smart working infatti si svolge per obiettivi, più che sulla “routine” del normale lavoro d’ufficio. Di contro, c’è il rischio di una parcellizzazione del rapporto di lavoro e della mancanza di crescita professionale, cioè quello di diventare sempre più lavoratori/lavoratrici “consulenti” più che essere parte di una “squadra” che partecipa attivamente alla vita dell’azienda/cooperativa/pubblica amministrazione ed evolve con essa. […] Quindi i mezzi digitali potranno introdurre nelle attività lavorative di ogni tipo una maggiore attenzione alla collaborazione e cooperazione piuttosto che una individualizzazione del lavoro. Ma bisognerà avere attenzione a questo fattore che non è scontato ad una dirigenza o programmazione superficiale o tradizionale”.

S. Campanini – “La progettazione del lavoro per obiettivi ha aspetti positivi (come vedremo in seguito) ma anche rischi, che vanno attentamente considerati. Pensiamo, per esempio, alla possibile variabilità della retribuzione: con essa il dipendente con problemi – che siano personali, fisici, familiari, di salute o di qualunque altro tipo – rischia di non conseguire un guadagno adeguato a causa di difficoltà legate al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Per scongiurare questo pericolo occorrono necessariamente contrattazioni a livello sindacale. Un altro possibile aspetto negativo insito nel lavoro da casa è quello di poter, in teoria, lavorare in ogni momento della giornata: a riguardo ci sono sia pro che contro e dipende anche dalla propria personale capacità di organizzarsi; ma certamente qualche limite occorre individuarlo, perché la commistione tra mansioni lavorative e vita personale crea una sorta di dilatazione che potrebbe non lasciare tempi adeguati – cioè non frammentati, instabili e poco programmati – alla famiglia e agli impegni personali e sociali. A tal proposito credo che sia molto importante che rimanga uno stesso giorno settimanale di riposo festivo (dove l’aggettivo va colto in tutta la sua pregnanza) per tutti, perché mantiene vivo un senso di comunità. Nel nostro incontro è stato fatto notare poi che nella vita aziendale c’è una crescita professionale della persona lavoratrice, che questa fa insieme agli altri, imparando dai colleghi e scambiando informazioni; è vero questo processo può avvenire anche con la comunicazione a distanza, ma senza il rapporto diretto può non funzionare ed è sicuramente più difficile e faticoso. Quindi andrebbero probabilmente cercate forme “miste” tra smart working e lavoro in presenza, in grado di valorizzare gli aspetti positivi, minimizzando quelli negativi”.

D. Jacopozzi – “Lo smart working implica anche un isolamento intellettuale da parte del lavoratore; è importante che l’azienda capisca come mantenere e valorizzare il lavoro di rete e di gruppo anche da remoto, da casa”.

S. Campanini – “Molti partecipanti hanno sottolineato la possibilità di recuperare più tempo per la famiglia, evitare inutili tempi di spostamento con i pericoli connessi come l’intasamento stradale e l’inquinamento. Molte persone – soprattutto padri – non erano mai stati così tanto a casa e desiderano ora avere di più questa possibilità: il lavoro a distanza lo permette, almeno per alcune giornate, e questo è un dato su cui riflettere. Non dimentichiamoci che in realtà in Italia ci sono persone che lavorano troppo – più ore rispetto ad altri paesi europei – e altre che non hanno lavoro, tanto che abbiamo quasi rispolverato lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”… uno slogan che rappresenta una possibilità che a mio parere necessita di essere riponderata. Se da un lato ci sono i rischi che abbiamo detto prima, dall’altro esiste purtroppo una certa cultura aziendale, come nel settore pubblico, per cui si guarda più al tempo passato al lavoro, in ufficio soprattutto, che non alla quantità di lavoro che si ha effettivamente svolto. Talvolta fa carriera chi “esce per ultimo” dall’ufficio invece di chi lavora con più intelligenza ma con meno “presenzialismo”. Questo sistema rischia di premiare più gli uomini, a causa di una cultura ancora piuttosto maschilista che ancora è presente nel nostro Paese, per la quale spesso ci si aspetta che siano le donne a dover “andare a casa prima” o a prendere il part-time. Le donne vengono giudicate in minor misura per le scelte intraprese nel tentativo di coniugare lavoro e famiglia però “pagano” tutto questo in termini di carriera, riconoscimento professionale e retribuzione; dall’uomo, invece, ci si aspetta ancora che rimanga più tempo al lavoro. Un padre che decide di dedicare più tempo ai compiti di cura, magari svolgendo solo le ore previste da contratto o addirittura scegliendo il part-time per un certo periodo, risulta in qualche modo “debole” o meno motivato e in più rischia di non fare carriera (sto un po’ esagerando, ma non troppo). Ho molto semplificato, ma sono un po’ i due estremi: lavoro visto più come presenza fisica – nel pubblico è il famoso cartellino da timbrare – rispetto ai risultati, che nel privato rasenta talvolta le 10 ore e più al giorno per i quadri o i dirigenti; o lavoro visto solo come risultato “individuale” – che poi tale non è mai poiché occorre sempre il rapporto con altri – a tutti i costi, raggiungibile anche con lo smart working – in certi casi e per certe professioni – ma con i pericoli che già abbiamo illustrato brevemente. Anche qui si tratterebbe di trovare un corretto mix tra presenza, lavoro per obiettivi, equilibrio tra tempi di lavoro e tempi di cura, sia per gli uomini che per le donne”.

“Riguardo alla scuola, è stato sottolineato che la presenza fisica è dimensione irrinunciabile del rapporto insegnanti-alunni/e ma anche che in alcune circostanze il collegamento a distanza potrebbe avere i suoi pregi. […] Si è parlato dei “corpi” reali e della loro necessità all’interno della relazione educativa, soprattutto dei più piccoli e più fragili”.

D. Jacopozzi – “Dobbiamo distinguere tra livelli di età: la DaD non è assolutamente adatta ai bambini e quindi ala scuola primaria e anche lla secondaria di 1 grado se non in situazioni particolari. Ora parliamo delle scuole superiori in generale. I pregi dell’educazione a distanza sono l’acquisizione di una certa capacità di autonomia e responsabilizzazione. Un altro aspetto positivo è che alcune persone che sono particolarmente timide nella relazioni personali trovano un vantaggio nell’insegnamento a distanza. Per alcuni infatti il mezzo tecnologico può essere vantaggioso perché elimina un po’ di ansia da prestazione. Inoltre costringe gli insegnanti a inventarsi delle nuove metodologie e questo non è mai negativo. Esplorare la rete, conoscere meglio la tecnologia, ponderare meglio i contenuti e i mezzi con cui esprimerli sono sicuramente dei vantaggi che può trarre l’insegnante da questa sfida. Lo stato e la scuola devono andare incontro agli studenti e se ci sono difficoltà economiche lo stato deve fornire i mezzi necessari allo svolgimento dell’educazione a distanza. Ovviamente questi aiuti dipendono dalla situazione economica dello studente, soprattutto nella scuola dell’obbligo. Ma la scuola in presenza è comunque indispensabile e unica, la DaD può essere elemento integrativo”.

S. Campanini – “Questa situazione ha reso evidente una certa potenzialità del mezzo digitale che va utilizzato, tuttavia cautamente. Magari in futuro lo si potrà usare maggiormente, principalmente in alcune situazioni specifiche che lo permettano”.

D. Jacopozzi – “Non dimentichiamo inoltre le possibilità che i mezzi informatici offrono in termini di consulenza; pensiamo, per esempio, al corpo docenti e ai vari corsi di aggiornamento che gli insegnanti devono seguire. Io per esempio in questi giorni ho seguito un corso di aggiornamento online e a essere onesta non so se sarei riuscita a farlo in presenza fisica poiché mi sarebbe costato tanto di più, sia in termini umani che economici”.

La Redazione vuole infine ringraziare Daria Jacopozzi e Sandro Campanini per il lavoro svolto su queste tematiche di primaria importanza e per il tempo che ci hanno dedicato.

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