Apprendere dal Covid: di quali cambiamenti del welfare abbiamo bisogno?

 

di Marco Ingrosso

Coordinatore del Laboratorio Salute dell’Associazione Culturale “Luigi Battei”

 

Apprendimenti soft e apprendimenti hard

La diffusione del virus Covid-19 ha assunto le dimensioni di una pandemia diffusa in tutti i continenti e paesi del mondo. Considerando la sua velocità di propagazione (comprese oggi le sue varianti) e la sua estensione, diversi commentatori hanno osservato che si è trattato del primo evento planetario di questa portata e di questo tipo. Inoltre, gli effetti di sconvolgimento sulla vita personale e associata, nonché l’impatto sul mondo economico, politico, sanitario e sulla comunicazione mediatica che ne sono derivati, hanno fatto parlare di sindemia (interazione fra diverse patologie e contesto socio-ambientale) e infodemia (caoticità comunicativa, che comporta danni aggiuntivi rispetto a quelli causati dall’agente infettivo).

Per contro, anche lo sforzo di reazione (planetario, europeo, nazionale e locale) che ha generato è stato imponente e straordinario, in termini interventi medici e ospedalieri, di vaccini e vaccinazioni, ma anche di mobilitazione di ingenti (e impensabili prima di ora) risorse economiche, di cambiamenti rilevanti degli indirizzi politici, di adattamento delle organizzazioni sanitarie e impegno di molte categorie e persone. Ciò nonostante sarà necessario molto tempo per riportare sotto un certo controllo la situazione.

Di fronte a questo shock globale – che segue quello delle Torri gemelle (2001), della crisi economica mondiale (2007 e seguenti) e della montante crisi ecologica e climatica – molti si chiedono: «Che cosa ci insegna la situazione che stiamo vivendo?», «Quali cambiamenti emergeranno?», «Di cosa abbiamo bisogno per un futuro migliore?» In altri termini, ci sarà semplicemente un ritorno alla situazione pre-crisi appena il vaccino ci permetterà di tornare alla nostra “vita normale” o ci troviamo di fronte ad una crisi/passaggio di portata storica da cui emergerà un nuovo assetto planetario?

La risposta a queste domande non è certamente già scritta, ma si attualizza, prende consistenza, sulla base dei passi che già ora si fanno camminando in una direzione o un’altra, facendo alcune scelte o altre. Poniamoci dunque la domanda di che tipo di cambiamenti abbiamo bisogno, focalizzandoci prevalentemente sul settore del welfare, della salute, della sanità, della cura.

Possiamo cercare di comprendere il tipo di risposte che ci paiono necessarie basandosi sulle indicazioni di uno studioso (fra l’altro) dell’immaginario sociale e dei suoi processi di cambiamento: Gregory Bateson. Egli distingue fra Apprendimento 0, 1, 2, 3[1]. L’indicazione vale per il percorso di vita personale, ma anche per quello delle collettività.

L’Apprendimento 0 si ha quando, di fronte ad uno stimolo, i soggetti implicati continuano a ripetere gli schemi precedenti, non sono in grado di apprendere dagli “errori”, fanno adattamenti “tattici” e minimali. Vogliono cioè ricreare la “normalità” precedente. Le motivazioni o le coazioni a ripetere che portano a tale situazione possono essere varie: si stava bene nella situazione precedente e quindi perché cambiare? Oppure non si stava bene, ma si è “pessimisti” e fatalisti circa la possibilità di cambiare in meglio.

Nel caso della sanità, l’apprendimento 0 si configura come incremento quantitativo di addetti e risorse, possibilmente spalmato in tutto il campo medico-sanitario, senza un sostanziale ripensamento delle cure primarie, dell’assetto ospedaliero, delle connessioni con il settore sociale, della logica della cura che fino ad oggi si è dispiegata. In tal modo resterebbero irrisolte le varie problematiche legate alle diseguaglianze di accesso, alle diffuse situazioni di incuria, agli approcci segmentati e individualizzati alle prestazioni di cura, confermando tutti gli effetti di medicalizzazione, passivizzazione e sanitarizzazione che l’attuale assetto comporta.

L’Apprendimento 1 è «un nome adatto per la correzione della scelta nell’ambito dello stesso insieme di alternative» (VEM, 312). In altre parole, si riconosce che dei cambiamenti ci devono essere, che il contesto è parzialmente cambiato, ma l’insieme delle alternative in cui ci si muove è simile alla situazione precedente. Detto altrimenti, non vi è “creatività” sufficiente per rispondere in modo nuovo e “più adattivo” a situazioni che trasformano radicalmente il contesto di vita. Si tratta dunque di una situazione in cui i “paradigmi” e le “premesse d’azione” non vengono messe in discussione e si cercano delle soluzioni “dentro lo stesso insieme di alternative”.

Questo è il caso di interventi che vogliono correggere alcuni aspetti organizzativi che hanno comportato, ad esempio, una governance incerta fra Stato e Regioni, una risposta insufficiente e inadeguata delle cure primarie all’emergenza, una carenza del piano nazionale di prevenzione vaccinale, l’insufficiente ricettività dei reparti ospedalieri di malattie infettive e così via. Tutti interventi apprezzabili, ma che non intaccano il paradigma patocentrico, sanitarizzante, a compartimenti stagni e a silos che sta alla base delle attuali modalità d’azione. In altri termini, si va per aggiunte, si accresce ciò che è mancato, ma non si rivedono le connessioni e le idee soggiacenti.

L’Apprendimento 2 «è un cambiamento correttivo dell’insieme delle alternative entro il quale si effettua la scelta, o un cambiamento della segmentazione della sequenza delle esperienze.» (VEM, 319). Questo apprendimento viene anche chiamato “apprendimento d’insieme” o “apprendimento ad apprendere”. In altre parole, si intravvede una nuova configurazione del contesto e non ci si fa condizionare dalle precedenti modalità di risposta; in tal modo si è in grado di ampliare gli “insiemi di alternative” e le sequenze entro cui si costruiscono le esperienze. L’assistere al dispiegarsi di una nuova situazione stimola ad immaginare un diverso tipo di configurazione, di equilibrio, e ciò può attivare il desiderio/speranza di poterla realizzare facendo dei passi adeguati.

In definitiva, questo tipo di apprendimento deve mettere in coerenza almeno quattro aspetti: la lettura d’insieme del contesto, una nuova configurazione immaginata, il desiderio di procedere verso tale nuovo assetto, un’adeguata sequenza di passi che adatta il progetto cammin facendo. La considerazione d’insieme cerca di esaminare i vari aspetti del contesto e le priorità che emergono, la nuova configurazione che si delinea cerca di rispondere alla molteplicità di tensioni presenti attraverso innovazioni culturali e organizzative adeguate, il desiderio evoca motivazioni e immaginario che sostengono un nuovo orizzonte di senso entro cui la proposta si colloca, i passi indicano le modalità comunicative, relazionali e istituzionali necessarie per far avanzare il progetto che evolve procedendo nella realizzazione ma mantenendo la coerenza di fondo originaria.

Prima di concludere questo paragrafo, vorrei soffermarmi su quello che Bateson chiama l’Apprendimento 3. Si tratta di un salto di idee, vissuti e assetti sociali che è assimilabile a processi di trasformazione rapida e radicale, come le conversioni, le rivoluzioni, i salti di paradigma, ma descrive anche conflitti interni e sociali irrisolvibili che portano a forti caoticità, follia, collassi di civiltà, incapacità di trovare soluzioni. Si tratta di una situazione che, al momento, sembra sullo sfondo, ma che i quattro shock in corso negli ultimi vent’anni evocano come un vortice che può avvitarsi in modo incontrollato e potente spazzando via i tentativi di trasformazione anche profondi. Pare dunque importante andare alle radici delle varie crisi e operare per affrontare in modo quanto più possibile incisivo e approfondito le varie dinamiche degenerative che rischiano di collassare in modi imprevedibili.

Di quale tipo di apprendimento/cambiamento abbiamo quindi bisogno in questa situazione storica così stratificata e complessa? Un cambiamento soft e compensativo o uno più radicale che tenta un salto di qualità?

Il contesto societario e socio-sanitario alla luce dell’esperienza Covid

La situazione creata dal Covid costituisce un potente rivelatore del sommarsi di varie criticità prodottesi nell’ultimo ventennio: quindi, per uscire da questa crisi stratificata che ha prodotto una “normalità” profondamente inadeguata, ci pare necessario optare per un deciso ripensamento strutturale e culturale, assimilabile ad un Apprendimento 2. Ciò è tanto più vero nel campo del welfare, della salute, della cura, della sanità pubblica, che, a partire dagli anni ’90, sono stati interessati da processi di ridimensionamento, razionalizzazione dell’esistente e blocco dell’innovazione. Questa situazione ha prodotto una forte insoddisfazione e frustrazione del personale, stretto da vincoli economici, organizzativi, burocratici. E ha generato altresì una sfiducia, delusione e parziale disaffezione da parte della popolazione che si è trovata alle prese con la mancata copertura dei LEA, con lunghe liste d’attesa, con forti ticket, l’assenza di una visione globale e processuale degli interventi, specie per le categorie più a rischio, e molto altro.

Ciò significa che se, da una parte, l’esperienza Covid conferma l’assoluta necessità di pensare la salute e la sanità come beni collettivi e comuni, dall’altra, le modalità con cui l’insieme del sistema di welfare e le sue parti più rilevanti funzionano e si connettono vanno profondamente riviste. Lo stesso dicasi dell’interazione e combinazione fra le diverse modalità di cura, in particolare fra area sociale e area sanitaria. Inoltre, un deciso cambio di passo va fatto rispetto alla questione della partecipazione della cittadinanza alla gestione comunitaria dei servizi e al riconoscimento di un’attiva partnership e co-produzione della cura, stabilendo dunque un nuovo patto di cura fra popolazione, professionisti, servizi nell’ambito di un welfare decisamente “di comunità”. In generale, vanno corrette e superate le distorsioni che l’attuale assetto ha comportato e che stavano portando ad una inarrestabile crisi di sostenibilità economica, sociale e culturale e a macroscopici fenomeni di diseguaglianza, incuria, sfiducia.

Una risposta che può catalizzare questi cambiamenti multipli e multilivello a livello territoriale viene dalla proposta di ripensare le Case della Salute esistenti (e quelle da realizzare) in termini di Case della Comunità. Non si tratterebbe solo di un efficientamento delle attuali strutture o di una migliore integrazione fra area sociale e area sanitaria, ma di un deciso mutamento di asse e paradigma che dovrebbe comprendere una nuova attivazione partecipativa della popolazione, la centralità della costruzione del benessere sociale, della vivibilità e della salute nei quartieri, la creazione di servizi di prossimità, di domiciliarità e di cura delle fragilità.

Il Recovery Plan italiano[2] sembra recepire (in parte) l’esigenza di ripensare l’assistenza territoriale prevendendo l’attivazione di 1.288 Case della Comunità entro la metà del 2026 che potranno utilizzare sia strutture già esistenti sia nuove con un investimento di 2 mld (su un totale complessivo previsto di 20,22 mld), a cui si dovrebbero aggiungere 4 mld per le nuove tecnologie di telemedicina e 1 mld per le cure intermedie (381 Ospedali di Comunità). Ci si propone di rafforzare le strutture e i servizi sanitari di prossimità e i servizi domiciliari; inoltre viene prevista l’attivazione di 602 Centrali Operative Territoriali a livello di distretto per coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari. Da considerare che sono anche previsti 29,62 mld per Inclusione e Coesione, di cui 12,58 destinati ad infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore.

Il Piano di ricostruzione si presenta come un grosso investimento sociale e politico che tuttavia va riempito di contenuti che non possono essere solo tecnici, ma anche sociali, culturali e politici[3]. Per questo un piano così complesso e che promette di incidere fortemente sul tessuto sociale delle città e dei territori deve vedere al centro le istituzioni rappresentative che, su questo, devono attivare un forte investimento politico. È altresì importante che intorno a un tale obiettivo i territori sviluppino uno sforzo unitario e partecipativo nella consapevolezza che un tale investimento può incrementare nettamente la coesione, vivibilità e attrattività delle aree interessate, con importanti ricadute sia economiche sia in termini di qualità della vita.

Non abbiamo di fronte una prospettiva di breve momento e già tracciata, ma piuttosto una sfida da affrontare gradualmente e collettivamente sviluppando le risorse ideali e le volontà attuative che possano portarla a compimento.

Edgar Morin, che compie nel 2021 cento anni, ha scritto negli ultimi tempi diversi contributi a partire dall’indicazione di Eraclito secondo cui «Se non speri nell’insperabile, non lo troverai!». A proposito della fraternità, che è alla base di qualunque vera azione di cura e solidarietà, scrive: «Così come tutto ciò che non si rigenera degenera, la fraternità che non si rigenera senza posa degenera»[4]. Che vi sia un grande bisogno di nuova fraternità per affrontare con uno spirito costruttivo la fase post-Covid – come ha sostenuto l’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco – è una consapevolezza emergente in molti[5]. Lo stesso Morin, in Cambiamo strada, poi sostiene che la speranza dentro una situazione caotica come l’attuale può appoggiarsi alle qualità rigeneratrici che ogni individuo e società umana possiede; esse spesso emergono dopo grandi pericoli attivando «l’aspirazione millenaria dell’umanità a un’altra vita e un altro mondo»[6]. Dunque apprendere dal Covid è possibile, ma comporta il percorrere una via stretta e impervia, che tuttavia può aprire orizzonti insperati!

  1. G. Bateson, Le categorie logiche dell’apprendimento e della comunicazione, in Id., Verso un’ecologia della mente (VEM), Adelphi, Milano, 1976.
  2. Ci riferiamo qui al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza presentato alle camere il 26 aprile dal Presidente del Consiglio Mario Draghi.
  3. In prima lettura il Piano sembra puntare più su una estensione del modello delle Case della Salute a tutto il territorio nazionale piuttosto che ad una vera innovazione di impostazioni. Le connessioni fra Missione 5 e 6 tuttavia possono permettere diverse opzioni sia regionali sia locali che avranno bisogno di adeguate elaborazioni.
  4. E. Morin, La fraternità, perché?, Editrice Ave, 2020, p. 54.
  5. M. Ingrosso e S. Manghi (a cura), Laboratorio Fraternità. 20 voci in dialogo con la Fratelli tutti, Battei, Parma, in stampa.
  6. E. Morin, Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020, p. 117.

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