Lauree umanistiche? Lasciamole ai ricchi!

di Giuseppe Turchi

 

Che fare filosofia fosse roba da ricchi è cosa nota dai tempi di Platone e Aristotele. Chi ha bisogno di procacciarsi i mezzi per vivere, cioè di lavorare, non ha sufficiente tempo e serenità per dedicarsi alla speculazione. L’implicito è che con la speculazione non si mangia. Tutte le energie che Aristotele spese per stilare i libri della Metafisica probabilmente non gli valsero, di per sé, il guadagno di una giornata di lavoro nei campi. Eppure i sofisti avevano già sfruttato la possibilità di vendere le loro conoscenze per preparare i clienti all’agone politico. L’insegnamento, insomma, era la via per rendere redditizia la filosofia.

E d’insegnamento si sta parlando tanto in questi tempi. Lo scorso febbraio Ernesto Galli della Loggia si è scagliato contro la complessità delle prove dei concorsi docenti per la classe A019 (filosofia e storia). Nel suo editoriale lo storico ha riportato uno per uno i quesiti del test scritto. Domande di un’ampiezza sconcertante, ad alto tenore nozionistico, con tempi di risposta risicati. Insomma, un supplizio. Passare quel concorso è una vera impresa anche per i precari storici. Con un po’ di malizia si potrebbe pensare che le alte sfere lo abbiano fatto apposta: i posti sono pochi, i candidati molti. I precari sono vantaggiosi per le casse statali, i docenti di ruolo no.

Di questo avviso è un articolo recentemente uscito per TheWise Magazine, a cura di Enrico De Biasio, il quale mette in luce un altro argomento noto: ci sono troppi laureati in materie umanistiche. Da quando la massa ha potuto iscriversi a questi corsi s’è creato un eccesso di offerta laddove la domanda s’è ridotta sempre più. Il mercato del lavoro, il PIL, il progresso richiedono competenze tecniche. Difficilmente il letterato potrà far fruttare i propri interessi fuori dal mondo dell’istruzione e della ricerca. Un mondo che è saturo e/o sottofinanziato. Da che punto la si guardi, il giovane che appone la sua firma sul modulo di iscrizione a Lettere sigla il proprio suicidio lavorativo.

Servirebbe allora uno sbarramento. Il MIUR, scrive De Biasio, dovrebbe mettere dei limiti e gli universitari dovrebbero valutare con attenzione la loro scelta. Sei convinto di voler fare l’insegnante o il dottorato? Allora puoi tentare. Non iscriverti liberamente, tentare, perché bisogna tenere bassi i numeri per meglio incontrare la domanda. In questo modo i professori non sarebbero costretti a promuovere tutti, magari con voti alti, per mantenere una buona immagine e un buon numero di iscritti. In una parola: per elemosinare finanziamenti. E ai concorsi arriverebbero meno persone, magari contate per i posti vacanti, sulle quali il MIUR non potrebbe accanirsi con prove-torture selettive.

A questa visione i letterati potrebbero obiettare dicendo che i loro laureati sono molto apprezzati all’estero o in settori come le risorse umane, il bancario, l’editoria. Gli umanisti, si dice, hanno una visione più ampia, sono duttili e trattano questioni che i tecnici duri e puri dimenticano. Oltre agli smartphone e ai viaggi su Marte abbiamo infatti bisogno di etica, intelligenza emotiva e di capacità argomentative, cioè di tutto quello che la degenerazione positivistica ha eroso lasciandoci in balia di cyberbullismo e fake news. Ecco allora riabilitate lauree come Filosofia, Sociologia, Storia e Lettere! Ecco preservata una loro ragion d’essere!

In verità, ogni volta che si tenta questa difesa, magari condendola con altisonanti descrizioni degli sbocchi lavorativi, si ha la percezione che le humanities stiano imbastendo una resistenza disperata. Alla fine un banchiere non userà lo schematismo trascendentale di Kant per proporre investimenti, né un addetto alle risorse umane selezionerà i candidati a colpi di empirismo logico.

“Ma gli rimane il metodo!”

“Ma può ancora contare sulla sua particolare interpretazione del mondo!”

“Ma sa pensare meglio degli altri!”

Sì, ma nel frattempo ha dovuto cambiare pelle e relegare la lettura dei testi filosofici a hobby. Di posti a scuola come insegnanti, abbiamo detto, ce ne sono pochi. Quindi? Mettiamo in chiaro che a filosofia et similia si può iscrivere solo chi può vivere di rendita?

“No! Estendiamo la filosofia a tutti i gradi di scuola!”

“Togliamo l’insegnamento di storia a quelli di Lettere e diamolo ai laureati in storia e filosofia!”

Briciole e sogni. Al professionale non staranno certo ad ascoltare il dibattito sull’essenzialismo aristotelico, né si possono stordire i bambini delle elementari con i giochi logici-ontologici di Parmenide. Di un maggiore studio umanistico c’è realmente bisogno, ma va pensato perché possa integrarsi nell’orizzonte di vita degli alunni e dei futuri lavoratori. Non possiamo creare cattedre semplicemente rosicchiando o aggiungendo ore qua e là senza un’idea di progetto. Il sovraccarico cognitivo è già in atto.

E quindi? C’è un modo per preservare i corsi umanistici dalla deriva “elitaria” descritta da De Biasio? Personalmente concordo con lui nel vedere un problema a monte, cioè nel sistema universitario. Servirebbe certamente un percorso dedicato a chi vorrebbe intraprendere la carriera docente o la ricerca, mentre per gli altri non servirebbe forse un programma più interdisciplinare? Se è vero che i filosofi sono ricercati nelle risorse umane, in banca, nelle aziende pubblicitarie e nell’editoria, perché non dare a loro alcuni strumenti tecnici per poter essere più appetibili?

Ricordo di averlo proposto quando ero studente tutor del corso di studi in Filosofia, ma la coordinatrice all’epoca mi disse: “Le competenze che servono alle aziende le insegnano le aziende. Noi dobbiamo formare dottori in filosofia, non economisti”. In effetti, con un percorso spurio avremmo laureati che sarebbero “né carne né pesce”: troppo poco competenti in materia economica/gestionale, troppo poco competenti in filosofia, linguistica, eccetera. Eppure sporcarsi, contaminarsi, applicarsi concretamente ad altri campi è forse l’unico modo per far sopravvivere le discipline umanistiche fuori dalle scuole. Anche perché (purtroppo) sono poche le aziende che possono permettersi di investire efficacemente nella formazione.

Proprio non possiamo insegnare elementi di comunicazione e imprenditoria a quei filosofi che volessero diventare produttori, per esempio, di contenuti online? Proprio non possiamo insegnare psicologia del lavoro, recruiting, modelli organizzativi a quelli più orientati sui contesti aziendali? Sarebbe così impossibile creare dei curricula da cui l’umanista possa attingere le competenze ricercate? Se egli è un jolly adattabile a diverse situazioni lavorative, allora necessita di una formazione adeguata. Ma cosa sacrificare? Quel che è certo è che qualcosa va sacrificato. Persino a livello cerebrale l’apprendimento si fonda sulla distruzione di alcune sinapsi per lasciar spazio al nuovo.[1]

Mi si potrebbe obiettare che una siffatta visione decreta la vittoria della tecnocrazia capitalistica. A lungo andare un sistema spurio come quello sopracitato renderebbe le humanities dei semplici orpelli, un contentino per non troncare le passioni degli umanisti. Nel mentre la fredda razionalità tecnologica ci ingabbierebbe sempre più negli schemi del marketing, del Web, dell’atomismo sociale. Io stesso ho invocato più competenze umanistiche nell’istruzione dell’obbligo.

In realtà la vera sfida è quella di trovare un equilibrio tra diversi tipi di formazione. La complessità crescente del mondo invita ciascuna persona, sia essa un tecnico informatico o un filosofo, a scendere dalla propria torre d’avorio per esplorare altri lidi. La scuola è solo uno dei contesti, così come la ricerca. Il filosofo che vuole rimanere lì non ha bisogno delle stesse cose di quello che non ci vuole restare. Così come è bene che un programmatore non si riduca a mera macchina compilatrice ma abbia una consapevolezza della sua dimensione etica e psicologica.

Sapere della fallibilità della conoscenza umana, maturare una coscienza planetaria, imparare il dialogo costruttivo e la prassi della buona argomentazione sono alcune delle precondizioni umanistiche necessarie per affrontare il futuro.[2] Sono competenze realmente utili e applicabili al mondo tecnologico. Competenze che si possono acquisire con nuovi corsi di studio, nuove programmazioni capaci di discostarsi dai canoni monolitici della didattica passata. Vogliamo compiere questo sforzo?

Sento già gli oppositori gridare: “La mente umana ha dei limiti! Questa società pretende ormai che tutti sappiano fare tutto”. Tranquilli, quello è un problema a cui sta pensando Elon Musk col suo Neuralink. A breve potremo caricare le competenze direttamente nel nostro cervello. Per la gioia dei post-umanisti…

 

  Note

  1. Fenomeno del pruning sinaptico.
  2. Vedi E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, 2001.

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2 risposte

  1. Sonia leone ha detto:

    Studiare la lingua italiana risponde a diritti costituzionali.

    • Giuseppe ha detto:

      Nessuno intende negarlo. L’analfabetismo funzionale è un grandissimo problema che richiede interventi decisi. All’università serve qualcosa di diverso, io credo

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