La “Fratelli tutti” nella nostra vita quotidiana

 

Danilo Amadei

L’ultima enciclica di papa Francesco è rivolta a tutte le persone di buona volontà, in una lingua comprensibile a tutti. Certamente si richiama alla tradizione della Chiesa, ma è in dialogo con noi, il nostro tempo, con la lingua semplice, quotidiana, del Vangelo. Parla “in dialetto”, cioè nella lingua che viene dal cuore che è nata in famiglia e che si usa tra amici.

E’ la caratteristica di tutte le encicliche di Francesco e delle sue esortazioni quella di entrare in dialogo con noi, oggi, in qualunque luogo della Terra viviamo, con una lingua che parla insieme alla nostra ragione e al nostro cuore, alla nostra vita quotidiana.

E’ una enciclica che è in dialogo con noi, con ognuno di noi, per questo richiede non solo ascolto ma risposte concrete, vitali. Come scriveva nella “Evangelii gaudium”, in un dialogo “che non impone la verità, ma fa appello alla libertà, e possiede una vitalità che non riduce l’annuncio a dottrine più filosofiche che evangeliche”.

All’inizio della “Fratelli tutti” ricorda l’umiltà dell’essere parte di un lungo cammino dell’umanità da conoscere, “senza la pretesa di costruire tutto a partire da zero… Se una persona vi fa una proposta e vi dice di ignorare la storia, di disprezzare tutto ciò che è passato e guardare solo al futuro che lui vi offre…cerca un modo facile per farvi fare solo quello che lui vi dice.”

E insieme ricorda che noi siamo parte del mondo anche nella nostra storia individuale: “Prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi”, costituendoci in un noi nell’unica Casa comune.

La lettura e il commento della parabola del Buon samaritano del Vangelo di Luca (nel secondo capitolo) aiutano a creare una cultura “che ci orienti a superare le inimicizie e a prenderci cura gli uni degli altri.” Viene ricostruito lo sfondo secolare della parabola, dalla domanda a Caino: “Dov’è Abele tuo fratello?”, attraverso tutta la storia biblica, per guardare in faccia, come in uno specchio, la più grande tentazione che ci assale: l’indifferenza, il disinteressarci degli altri, in particolare dei più fragili. Riconoscendo sinceramente che “siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più deboli delle nostre società sviluppate”.

La parabola di Luca nasceva dalla richiesta di definire il prossimo. La risposta, ovvia, era il proprio gruppo sociale, religioso, razziale. “Il giudeo Gesù rovescia completamente questa impostazione: non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi”, oltre ogni appartenenza che non sia quella dell’intera famiglia umana.

L’appello è alla “solidità” che si trova nella radice della parola–azione “solidarietà”, che sola rende una società sicura, salda, riconoscendo la nostra origine e il nostro destino comune, da vivere in solido. E Francesco ci aiuta a leggere la solidarietà “speciale” che esiste tra quanti soffrono, tra i poveri, riproponendo alcune scelte già indicate nell’anno del “Giubileo della misericordia”, dalla funzione sociale della proprietà, alla destinazione comune dei beni essenziali, ai diritti senza frontiere, al disarmo, che con il dialogo è l’unica via per prevenire le guerre.

“E’ possibile un pianeta che assicuri terra, casa e lavoro a tutti. Questa è la vera via della pace…che è possibile solo ‘a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione, al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana’”. (capitolo terzo) . L’appello non è solo alle Istituzioni politiche, ma anche alle nostre pratiche quotidiane, alle diffuse e individuali responsabilità che tengono legati universale e locale. Nella fraternità che presuppone la libertà e feconda l’eguaglianza.

Cercando con pazienza l’amicizia sociale (capitolo sesto), che Francesco definisce come “ laboriosa e artigianale”, basata sulla cultura dell’incontro, perché“integrare le culture diverse è difficile e lento, eppure è garanzia di una pace reale e solida”. E ne sono prova nell’esperienza di papa Francesco la redazione della “Laudato si’”, la cui ispirazione è attribuita al Patriarca ortodosso Bartolomeo, e il rapporto speciale con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, con il quale ha sottoscritto il “Documento per la fratellanza umana per la pace mondiale la convivenza comune”. In questi dialoghi fecondi, la certezza che la violenza non trova alcuna base nelle religioni, ma solo nelle loro deformazioni.

In un mondo globalizzato, nel quale diventiamo tutti vicini di casa, la Fratelli tutti ci aiuta a trovare elementi di unità tra tutte le religioni in una ricerca comune che sia insieme speranza e consolazione. In una ricerca che si possa esprimere in linguaggi e tradizione diverse.

L’enciclica “Fratelli tutti” è ricca di proposte per l’ amicizia sociale e richiama le tante presenti nella ecologia integrale della “Laudato si’” e nella “Gaudete et exsultate” sulla santità nella vita quotidiana, cammino da fare “a due a due”, comunitariamente, ispirati dalle beatitudini, nella dimensione quotidiana dell’apertura e del dialogo profondo.

Riprendendo altri suoi discorsi, nella “Fratelli tutti” Francesco ricorda con forte partecipazione affettiva le persone con disabilità, che spesso “sentono di esistere senza appartenere e senza partecipare”. E’ innanzitutto alla comunità ecclesiale che si rivolge ricordando le tante esclusioni e discriminazioni alle quali sono state sottoposte nel tempo. L’obiettivo deve essere “la loro partecipazione attiva alla comunità ecclesiale e civile. Cammino esigente a anche faticoso, ma che contribuirà sempre più a formare coscienze capaci di riconoscere ognuno come persona unica e irripetibile.”

Un’enciclica che aiuta a non fermarsi su discussioni teoriche, ma a guardare negli occhi le persone senza distogliere lo sguardo dalle loro ferite, ascoltando le vittime, riconoscendoci parte della stessa famiglia umana in cammino.

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