Virgo et sacerdos. Desiderio femminile e sacerdozio tra XIX e XX secolo

di Liviana Gazzetta

 Per l’età contemporanea è stato forse Claude Langlois il primo studioso a parlare esplicitamente di un manifesto desiderio femminile di sacerdozio prima del Concilio Vaticano II: secondo lo storico è questo tipo di desiderio che si mostra in santa Teresa di Lisieux (1873-1897), quando ad esempio afferma:

«Etre ton épouse, o Jésus, être carmelite, être par mon union avec toi la mère des âmes devrait me suffire, il n’est pas ainsi. [] Je sens en moi la vocation de prêtre, avec quel amour o Jésus je te porterais dans mes mains lorsque, à ma voix, tu descendrai du Ciel. Avec quel amour je te donnerais aux âmes!» (Langlois, 2002).

Con uno sguardo reso più attento dall’attuale sensibilità sul tema, è possibile scorgere una complessità fin qui insospettata riconducibile a questo tema. Anche sulla base di più recenti ricerche, infatti, sono state individuate molteplici tracce di una via che potremmo definire di natura cultuale e mariologica al sacerdozio femminile, accanto e prima della via ‘rivendicativa’ ad esso: una via sicuramente meno nota – ma non meno affascinante – che si manifesta già dalla metà del secolo XIX (Gazzetta, 2020). Connessa ad un’elaborazione teologica plurisecolare e ad una riflessione spirituale sul ruolo della Vergine nella vita dei presbiteri, oltre che allo sviluppo otto-novecentesco del movimento mariano, questa linea cultuale faceva perno sulla figura della Madonna concepita e invocata come sacerdote. Per secoli il tema del sacerdozio di Maria, centrato sulla Sua funzione di mediazione nell’azione salvifica del Figlio, aveva interessato filosofi, teologi, religiosi e semplici credenti (Laurentin, 1952). Tra XIX e XX secolo esso divenne argomento di ricerca spirituale così sentito e profondo da dare origine a forme di devozione specifiche e addirittura da caratterizzare un’intera congregazione religiosa: la devozione alla «Vierge Prêtre o Virgo Sacerdos» si sviluppò in particolare nella famiglia delle Figlie del Cuore di Gesù, fondata nel 1872 dalla beata Maria Deluil-Martiny (1841-1884) e approvata definitivamente nel 1902 da Leone XIII. Secondo la lettura data dal nuovo ordine la Vergine ai piedi della Croce offre il sacrificio perfetto al Padre e immola se stessa con Cristo e ciò consente di dire che al Calvario sono due gli altari: quello del corpo del Figlio e quello del cuore di Maria.

Accanto e in osmosi alla spiritualità mariana, nella congregazione si esprimeva anche una particolare curvatura riparatoria della devozione al Sacro Cuore: la vocazione, cioè, al sacrificio e all’immolazione finalizzati alla santificazione dei sacerdoti, così come andava precisandosi anche in altre fondazioni femminili negli stessi decenni. Vi si coniugava una forte preoccupazione per le sorti della Chiesa nella società moderna e il desiderio di espiazione per le defezioni del clero, soprattutto se in cura d’anime, che portavano le religiose ad attribuirsi un ruolo di supporto e in qualche modo ‘sostitutivo’, tanto più in associazione col modello della Vergine sacerdote. Il tema del sacerdozio della Vergine usciva così dai seminari e diventava per la prima volta una devozione in cui si esplicitava anche una crescente domanda femminile a proporsi come co-essenziali nella vita ecclesiale, pur senza mettere in dubbio la dottrina cattolica in proposito. Con la devozione alla «Virgo sacerdos» era il ruolo di corredentrice assunto da Maria nel sacrificio di Cristo ad innalzare tutto il genere femminile, oltre il retaggio della colpa di Eva. Attraverso la figura della Vergine si veicolava una domanda di apostolato femminile a pieno titolo, pur nella distinzione dei ruoli, all’interno di una generale preoccupazione per la situazione ecclesiale.

Si trattava evidentemente di una riflessione sul ruolo di genere nella Chiesa che andava maturando tra ‘800 e ‘900 anche grazie alle trasformazioni complessive della cittadinanza femminile nella società occidentale. Non a caso riflessioni analoghe, unite ad una spiritualità vittimale e riparatoria, caratterizzano anche le origini delle Orsoline di Siena, fondate da Bianca Piccolomini Clementini nel 1917; e ancora le Figlie della Regina degli Apostoli, sorte nello stesso periodo per iniziativa di Elena Da Persico, la quale testualmente così insegnava loro a pregare: «Maria, Regina degli Apostoli, intercedeteci buoni sacerdoti». Le protagoniste di queste esperienze ci appaiono oggi accomunate da un’idea elevatissima del sacerdozio, un’idea facilmente indotta a misurare lo scarto rispetto alla realtà di fatto; nello stesso tempo esse sono mosse da un’identificazione personale con l’ideale, in maniera tanto più forte quanto maggiore è il percorso di autoconsapevolezza personale compiuto.

La loro domanda di protagonismo femminile, tuttavia, era difficilmente compatibile con le concezioni di genere prevalenti nel coevo cattolicesimo. In effetti, anche solo per restare alle Figlie del Cuore di Gesù, va detto che dopo gli iniziali, numerosi e altissimi consensi (tra l’altro, Pio X nel 1910 concesse che nelle chiese dell’istituto si aggiungesse alle litanie mariane anche l’invocazione  «Virgo Sacerdos, ora pro nobis»), la devozione fu sottoposta al vaglio degli organi ufficiali della Chiesa: temendo che, «mosse da una certa ambizioncella muliebre» (Lottini, 1912), volessero prefigurarsi come sacerdotesse,  il Sant’Uffizio impose una drastica censura alle religiose del Cuore di Gesù. Nel gennaio del 1913 si decise in primo luogo di vietare totalmente le immagini collegate alla devozione: immagini che la congregazione aveva utilizzato sostenendo l’esistenza di una tradizione di rappresentazione della Vergine come offerente a Dio e ispirandosi per i propri riti ad un affresco del IX secolo, presente nella basilica di S. Clemente a Roma. Il decreto del ‘13 fu ripreso e pubblicato poi nel marzo del 1916 e ancora nel 1927 si rese noto che la Chiesa intendeva porre il più completo silenzio sulla devozione. I tre interventi che tra il 1913 e il 1927 portarono al divieto esplicito di questa devozione furono determinati da ragioni di opportunità storica e non riguardarono la dottrina della funzione sacerdotale di Maria, intesa come mediazione nell’opera di salvezza. Più che entrare nel merito dell’opera mariana di cooperazione al sacrificio di Cristo, cioè, ci si preoccupava dell’attribuzione del titolo di sacerdote, che risultava riprovevole perché ingenerava l’associazione simbolica tra sacerdozio e genere femminile. Sottesa a tutta la vicenda stava insomma la questione dellimpedimentum sexus, e con un peso tale da determinare il blocco sull’intera devozione e sull’uso stesso del titolo, che scomparve improvvisamente da devozioni, preghiere e libri.

Lo scavo storico sta così portando alla luce storie di spiritualità femminile poco note o addirittura cancellate, com’è avvenuto per la devozione alla «Virgo sacerdos»; storie che potrebbero essere viste anche come una forma di ideale ‘superamento’ dello strutturale dislivello che caratterizzava e caratterizza la posizione femminile nella Chiesa cattolica.

 

 

 

 

 

Bibliografia

Gazzetta Liviana. 2020,Virgo et sacerdos. Idee di sacerdozio femminile tra ‘800 e ‘900, Roma: Edizione di Storia e letteratura.

Ead. 2005, «Ideologia e organizzazione della donna cattolica. La donna forte», in Elena da Persico, Verona: Cierre,pp. 47-54.

Langlois Claude. 2002, Le désir de sacerdoce chez Thérèse de Lisieux, Paris: Salvator.

Laurentin, Réné. 1952, Marie, l’eglise, le sacerdoce. Essai sur le développement d’une idée religieuse, Paris: Nouvelles éditions latines.

Lottini Giovanni, I Compagno, Voto su Maria Santissima Virgo Sacerdos, S. Uffizio, 10 novembre 1912 in ACDF, Dev. V., 1913, 2 ,Virgo Sacerdos, vol. I,  f. 1.

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